Category: Italia

  • Azienda agricola Rustici

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    Quest’azienda è stata fondata nel 1954 dal nonno Giuseppe, mentre da qualche anno, il figlio di Giuseppe, Giovanni Rustici, che abbiamo incontrato in azienda, pur avendo lasciato da qualche anno l’azienda ai figli, si dedica a diverse attività come la coltivazione biologica orto-frutticola. L’azienda è interamente biologica. I figli di Giovanni sono una dimostrazione di come anche i giovani, almeno alcuni, oggi si dedicano alle attività primarie come l’agricoltura e la zootecnica.

    Durante la nostra visita, Giovanni Rustici ci ha mostrato la fattoria. In realtà, ho visitato quest’azienda in aprile 2009 sempre con una delle insegnanti della scuola Terramare e con il figlio Giuseppe che ci aveva illustrato i sistemi di allevamento e i metodi de prevenzione e cura omeopatica utilizzati per i loro allevamenti di mucche da latte e dei maiali; con il padre Giovanni, abbiamo potuto conoscere altri aspetti.

    Abbiamo visitato la macelleria dove un operaio stava tagliando la carne suina in piccole parti per fare le salsicce. Poi siamo andati al caseificio dove un altro operaio stava togliendo la muffa dalla superficie di un grande formaggio con una spazzola e acqua. La moglie di Giovanni ci ha detto che dal latte producono diversi tipi di formaggi e yogurt 2-3 volte alla settimana.

    Dopodiché abbiamo visto un gruppo consistente di circa 50 maiali italiani, che giravano liberamento all’interno di una grande area munita di un recinto rudimentale. Due scrofe stavano allattando dei maialini che succhiavano distrattamente il latte e alternativamente correvano qua e là.

    In un vicino recinto vicino c’erano alcuni giovani vitelli, mentre i più piccoli, in fase di svezzamento erano ancora dentro piccole stalle per essere tenuti separati dalle fattrici. Infatti le loro madri erano sotto una tettoia munita di mangiatoie dove si nutrivano del mangime. La famiglia Rustici alleva anche le mucche maremmane per la carne, la maggior parte del branco vive allo stato brado in altri prati tenuti come pascoli e alcune di loro erano anche sotto la stessa tettoia che mangiavano il mangime.

    Invece, un grande bue maremmano che si chiama Palino era da solo in un’area recintata, ma allo stato brado. Giovanni si è avvicinato a lui raccogliendo un mazzetto d’erba per proporglielo e Palino sembra avere gradito molto lasciandosi anche accarezzare dal padrone.

    Seguendo poi in macchina Giovanni per qualche chilometro siamo arrivati al suo orto biologico di cui è ovviamente molto orgoglioso. Anche se c’erano alcune destinate probabilmente a piante stagionali, la maggior parte delle piante sono a cielo aperto. In questo momento come abbiamo potuto constatare si stanno tagliando già i primi sedani della stagione.

    C’erano alcuni uccelli Ibis nell’orto e secondo Giovanni, mangiano vari insetti che vengono considerati come parassiti dagli agricoltori.

    Tutte le verdure di questo orto vengono vendute allo spaccio aziendale dove si possono trovare anche tutti gli altri prodotti ricavati dagli allevamenti delle mucche e dei maiali, quindi, il latte e i derivati come ricotta, formaggi, yogurt, e la carne fresca, gli insaccati, l’olio d’oliva e il vino rosso e molti tipi di pasta ottenuta dai cereali dell’azienda Rustici.

  • La Scapigliata Società Agricola

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    Arriviamo nell’agro di Fonteblanda dove si trova l’azienda agrituristica “La Scapigliata” lasciando la S.S.l e introducendoci verso l’interno, lungo la Strada Vicinale dei Bagnacci. Raggiungiamo la cima di una collina dove sorge un complesso di edifici un tempo adibiti a stalle, granai, capanni per attrezzi e pagliai; ci inseriamo tra queste costruzioni sparse e ben distanziate tra loro, per incontrare gli attuali proprietari che ci accolgono con grande calore e ben disposti a spiegarci tutto sulla loro azienda agricola e zootecnica che si estende per piccole colline e vallecole tutt’intorno alle strutture fino a sconfinare nella tipica pianura litoranea della Maremma che prima della bonifica erano formata da paludi impraticabili per buona parte dell’anno.

    Ci colpisce la professionalità e l’amore dei proprietari verso il loro lavoro che comprende anche la ricezione turistica per diversi mesi dell’anno; ma soprattutto la competenza e l’originalità con le quali hanno riutilizzato, operando una riconversione delle strutture rustiche rispettosa delle caratteristiche edilizie permettendo l’esatta rilettura dalla loro originale funzione. Tra le strutture destinate alla ricezione colpisce la vastità delle cucine e della zona pranzo ricavate all’interno di un enorme capannone che originariamente doveva ospitare foraggiere e pagliai, macchinari agricoli e grandi quantitativi di prodotti destinati alla conduzione della antica azienda agricola e zootecnica. Infatti ci spiegano che l’antico proprietario possedeva una grande azienda di allevamento bovino.

    I proprietari sono degli appassionati di architetture agrarie, ma anche di musica e soprattutto di jazz. Infatti per tutta l’estate ospitano concerti all’aperto. La proprietaria, Aurelia, che è architetto, ha avuto ha voluto valorizzare gli spazi della grande stalla realizzando una esposizione di oreficeria etrusca in una stalla per mucche che per la maestosità della elevatissime capriate di legno, per i materiali costruttivi e infrastrutturali, per l’ampiezza e la fattura delle pavimentazioni, davvero di grande valore, potrebbe essere definito un monumento: sì certo, un monumento all’attività rurale del secolo scorso.

    Questa struttura ha subito una riconversione geniale: solo una larga fascia pavimentale centrale è stata posata a terra per eliminare l’incavo centrale della stalla dove si raccoglieva probabilmente lo stallatico che doveva essere ogni giorno destinato al processo di compostaggio e diretto ad ottenere il letame.

    Per il resto, dentro questa stalla monumentale tutto è rimasto come era: le antiche infrastrutture come mangiatoie, pavimenti inclinati e scanalati fatti di antico e solido cotto rosso e i robustissimi pilastri di legno che sostengono monumentali capriate di legno.

    Il contrasto tra questa struttura rurale e la preziosità della oreficeria etrusca anziché stridere, sublima l’antica vitale funzione rurale dell’edificio. Si tratta della riproduzione fedele per quanto attiene il materiale, l’oro, le forme e le tecniche. Tutto eseguito con la sola attrezzatura di cui potevano disporre gli etruschi. Gli orafi grossetani che hanno realizzato questi pezzi di oreficeria che sono i più belli e i più famosi del mondo e infatti, gli originali si trovano esposti nei più famosi musei in Italia e nel mondo. Siccome gli etruschi non potevano disporre di alcun attrezzo ottico per ingrandire le i microscopici granelli d’oro con i quali realizzavano le decorazioni a granulazione, anche i nostri orafi contemporanei hanno dovuto realizzare queste copie senza l’ aiuto di una lente di ingrandimento e senza superare una temperatura di 400 gradi nella fusione del metallo prezioso.

    Dopo la visita alla mostra dei gioielli etruschi ci siamo incontrati nella grande cucina e sala da pranzo con il marito della signora Aurelia, lo chef dell’agriturismo che ha preparato per noi un pranzo tipico semplice e ricco, allo stesso tempo assolutamente speciale!

    Abbiamo potuto assistere alle varie fasi della preparazione e fotografare le varie sequenze in cucina fino alla presentazione dell’intero menu che abbiamo gustato mentre ascoltavamo il meglio della musica internazionale selezionata con estrema competenza e gusto.

    Il menu ricco e prelibato consisteva in:

    • bruschetta con il nuovo olio d’oliva e aglio
    • antipasti a base di pecorino affinato con vinacce di Morellino e affettati prodotti in azienda
    • zuppa di verdure e di legumi al pomodoro fresco
    • pasta con pomodori e basilico
    • carne di manzo – stracotto maremmano
    • crostata di pesche
    • digestivo – Amaro Etrusco

    In azienda naturalmente abbiamo potuto visitare anche le varie colture:

    l’oliveto le cui piante pur essendo di varie tipologie sono accomunate dal fatto che i loro frutti sono raccolti in anticipo rispetto ai tempi naturali per una ragione di fondamentale importanza. Per evitare che le olive vengano attaccate dalla terribile mosca olearia che in genere infesta gli oliveti nel mese di ottobre. Per salvare dalla larva della mosca quindi, la raccolta viene effettuata in settembre indipendentemente dal tipo di olivo.

    Il vigneto il cui impianto molto giovane, risalente a soli tre anni fa e quindi non ancora pienamente produttivo ha permesso alla famiglia di effettuare al momento solo una micro-vinificazione.

    Un orto multi-culturale che accoglie circa 80 piantine tra solanacee, legumi, fragole, verdure a foglia, cucurbitacee e piante aromatiche. Naturalmente, i prodotti orto-frutticoli vengono utilizzati e consumati nella cucina dell’agriturismo.

    Molto particolare l’allevamento del maiale nero (incrocio tra la razza Large Black britannica, il Nero dei Nebrodi della sicilia ed il Nero Amiatino locale) di circa 50 cappi adulti e una ventina di maialini già svezzati e tenuti in recinti separati, oltre ai cuccioli ancora allattati dalle scrofe.

    Un gruppo di maiali si nutriva all’aperto, ma all’interno di un’area recintate ed altri stavano in piccoli recinti separati, questi ultimi destinati alla prossima macellazione. I maiali vengono macellati quando hanno circa 2 anni e pesano circa 150 chilogrammi.

    E’ stata una visita molto interessante e piacevole.

  • Asta di pesce a Santo Stefano

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    Il Consorzio Pesca di Santo Stefano conta circa 30 pescatori associati.

    Siamo andati al porto di Santo Stefano per vedere come il pesce viene al momento dell’attracco dei pescherecci al porto. Tra le ultime ore della sera, al tramonto, appena giunti al molo dell’approdo abbiamo potuto osservare il lavoro di smistamento dei pesci per tipologie, famiglie dimensioni e qualità diverse. Il pescato già smistato era sistemato nelle bianche cassette subito dopo il nostro arrivo.

    Dalle paranze (così sono chiamate le barche dei pescatori) il pescato smistato e classificato in 3 classi: prima, seconda e terza, viene trasportato in una sala molto ampia dove si svolge l’asta.

    Le varie cassette piene di una grande varietà di pesce: dal pesce azzurro come lo sgombro alle pregiate triglie e al misto di paranza, più variegato e meno pregiato (ma considerato una prelibatezza per gli amanti del famoso “fritto misto”); dai rossi gamberoni considerati di prima qualità alle grandi razze; dagli scampi ai moscardini; tutta questa varietà ordinata in file di cassette disposte poi su montacarichi da presentare ai concorrenti all’asta venivano quotate di volta in volta a seconda della classe e della famiglia del pesce dall’esperto “Astatore” che fissava il prezzo massimo corrispondente a quel determinato tipo di pesce considerato di “prima” e quello minimo corrispondente allo stesso genere di pesce classificato come di “terza qualità. Tutti intorno al montacarichi proposto di volta in volta, i concorrenti dell’asta, provenienti da diverse città d’Italia, si apprestavano a valutare le proposte e a fare di volta in volta le loro offerte. Si tratta di acquirenti all’ingrosso che poi non vendono direttamente le partite di pesce acquistate, ma che svolgono la funzione di mediatori tra i pescatori e i dettaglianti come pescherie o ristoranti, privati acquirenti o banconieri dei mercati generali.

    Tutt’intorno alle cassette che ancora aspettavano d’essere quotate c’era un gran parlare e gesticolare nella grande sala dove via via le partite di pesce disposte in tre differenti file sui montacarichi trovavano i loro nuovi proprietari che se le aggiudicavano lanciando l’offerta più alta.

    Dopo di che, le varie quantità del venduto venivano chiuse in teli di plastica ed etichettati con i nomi dell’acquirente, la data, il peso ed altri dati che venivano poi inseriti anche nel computer. Dopo queste operazioni evidentemente necessarie per garantire i consumatori oltre che gli acquirenti venivano regolarmente pagate dagli offerenti per poi essere trasportate dagli stessi verso le diverse destinazioni ed i vari mercati d’Italia.

    Durante le varie offerte lanciate dagli acquirenti l’astatore a seconda dei casi provava a rilanciare, puntando più in alto ed infine, il pesce per il quale non si raggiungeva un’adeguata offerta veniva spostato dal montacarichi dell’asta ad un altro montacarichi per essere trasportato e chiuso in teli adesivi di plastica dopo di che le cassette venivano colmate di ghiaccio.

    Il pesce non venduto è destinato al mercato locale, ai ristoranti dei dintorni, ai proprietari dei banchi di vendita lungo il porto, ma anche al singolo acquirente locale.

    L’asta è quasi un rito che si prolunga fino a quando tutto il pesce non trova l’immediata collocazione nel mercato. Naturalmente, trattandosi di un prodotto da consumarsi fresco, tutte le operazioni si svolgono con la massima precisione, decisione e efficienza. Queste sono qualità che non possono mancare all’ l’astatore, ai pescatori, ai concorrenti e a tutte quelle persone che lavorano in questo settore perché il pesce è un prodotto da consumarsi fresco.

  • Agriturismo Doganella di Alvido Brilli

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    Per arrivare all’agriturismo si passa lungo un viale alberato con grandi pini a ombrello che creano qualche difficoltà per via delle radici che hanno invaso la strada, rendendola anche molto suggestiva. Dopo circa 200 metri si raggiunge una curva che si insinua tra due case accanto alle quali si può leggere l’indicazione per arrivare all’azienda. Una volta arrivati ci è venuto incontro il proprietario Alvido Brilli in compagnia della moglie. Il signora Alvido comincia con il raccontare un evento che lo riguarda personalmente. Siccome alla sua nascita la madre non poteva allattarlo, lui è stato allevato con il latte di un’asina. Come si sa, il latte di asina è quello che presenta caratteristiche più simili al latte materno. Ad una sua nipotina nata prematura, alla quale per tale ragione non si è potuto dare il latte materno, è stata allattata, invece, con il latte di una sua capra. Infatti Alvido alleva un piccolo gregge di sei capre e un caprone, integrato da 5 o 6 nuovi capretti.. Questo sua narrazione dimostra la passione che Alvido nutre per gli animali da latte che ha sempre allevato.

    Da circa 7 anni si dedica in particolare al piccolo gregge di capre e a tre asinelli che arricchiscono l’atmosfera intorno all’agriturismo ed anche la sua vita, ma in passato svolgeva esclusivamente l’attività di pastore e aveva sotto il suo controllo un enorme gregge costituito da mille pecore. Ricorda piacevolmente come arrivasse a passare ben 7 ore ( 4 ore alla mattina e altre 3 ore alla sera)della sua giornata a svolgere l’attività della mungitura quotidiana delle pecore.

    Durante la sua vita lavorativa ha vinto numerosi premi e attestati da parte di organismi e associazioni nazionali della pastorizia, per la sua partecipazione a mostre delle razze ovine e caprine iscritte al libro genealogico.

    Arrivando la sera nella sua azienda abbiamo potuto assistere alla mungitura delle capre che sono rientrate nell’ovile durante la nostra presenza: le capre si avvicinano alle loro rispettive mangiatoie dove trovano di che nutrirsi e attraverso un meccanismo che le tiene bloccate durante il loro pasto Alvido ha potuto mungerle senza forzature di nessun genere mentre loro continuavano a mangiare tranquillamente.

    Ai piccoli capretti spesso dà da mangiare delle belle zucche gialle di cui loro sono ghiotti, mentre ai capi adulti distribuisce il foraggio.

    Dopo la mungitura, Alvido ci ha gentilmente invitato a casa sua dove ha cominciato a fare un caprino con il latte che aveva appena munto. E’ stato un vero piacere incontrare lui e sua moglie Oriana.

  • Agricola Fatarelli

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    Nelle campagne di Capalbio Scalo, in un grande capannone industriale di alcuni decenni fa si trova lo spazio adibito all’immagazzinamento dei prodotti agricoli della piccola azienda Fatarella. A capo della azienda c’è una donna residente nello stesso comune, mentre gli addetti sono immigrati dai paesi dell’Est europeo. La proprietaria spiega che non si trovano italiani disposti a fare questo tipo di lavoro consistente nella impiantare, coltivare, raccogliere e stivare nelle apposite cassette i prodotti agricoli.

    In questa azienda si coltivano asparagi, meloni, melanzane, carciofi, zucchine, pomodori e altri prodotti a cielo aperto.

    L’alta stagione coincide con i mesi maggio-settembre, ma i lavori della ditta si estendono a tutti i periodi dell’anno. Naturalmente il numero degli addetti aumenta e diminuisce in relazione ai diversi periodi dell’anno. L’azienda non si occupa solo della coltivazione dei prodotti locali, ma anche della importazione e della vendita di prodotti provenienti da altre regioni o zone d’Italia. Infatti, durante la nostra visita abbiamo assistito all’immagazzinamento dei carciofi prodotti ed importati dalla Sardegna dove il clima più caldo porta alla maturazione dei carciofi in questo periodo.

    Un prodotto che invece si raccoglie in questo periodo nella stessa azienda, sono le zucchine, alla cui raccolta e successivo immagazzinamento, abbiamo assistito direttamente.

    L’azienda Fatarella distribuisce i prodotti ortofrutticoli ai mercati generali della Toscana e di altre regioni, come l’Emilia.

  • Allevamento di lumache

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    In una proprietà terriera appartenente a quattro fratelli, la famiglia di uno dei proprietari in località Ciocciole di Capalbio ha dato inizio all’allevamento delle lumache. Abbiamo visitato la famiglia che ha avviato questo allevamento di Helix Aspersa solo da qualche mese (maggio 2016). Si tratta di un piccolo allevamento che si trova in località Ciocciole di Capalbio, in un campo non fertile. La famiglia ha seguito un corso di elicicoltura in un Istituto di Elicicoltura a Cherasco prima di iniziare questa esperienza.

    Le pareti dei recinti nei quali si allevano le lumache sono a forma di parallelepipedo. Questi recinti sono costruiti con una reticella molto stretta i cui bordi superiori ed inferiori sono ripiegati verso l’interno per impedire che le lumache possano uscire da sopra o da sotto il recinto.

    Le lumache vanno in letargo a novembre scavando una tana sotto terra e poi escono dal letargo per nutrirsi a marzo. I proprietari hanno piantato le cicorie e i cavoli all’interno dei recinti per fornire loro cibo immediato, ma all’esterno dei recinti vengono coltivati anche i girasoli e i peperoncini di cui questi molluschi terrestri sono ghiotti.

    La raccolta delle lumache comincia a giugno del prossimo anno, quando i loro gusci saranno abbastanza duri.

    Quando vanno in letargo, i proprietari tagliano tutte le piante dentro recinti, lasciandole sporgere solo dal suolo per 5 cm. Comunque, ci hanno spiegato che è già cominciata la preparazione di un campo adiacente dove le lumache saranno trasferite a marzo così che possano mangiare le nuove piante.

    La famiglia progetta di raccogliere le lumache a mano a giugno l’anno prossimo quando i loro gusci saranno abbastanza duri. Inoltre, siccome nell’allevamento delle lumache si assiste sempre ad un’alta percentuale di mortalità, la famiglia cerca di integrare le perdite rispondendo anche alla richiesta crescente del mercato farmaceutico di un altro prodotto delle lumache: la bava. Infatti dalla bava di questi animali si ricavano principi terapeutici usati dalla industria farmaceutica e della cosmetica.

    L’Istituto di Elicicoltura di Cherasco ha creato una macchinetta per estrarre la bava senza ferire le lumache. Quindi, prima di vendere le lumache, la bava viene estratta così che questa famiglia avrà un reddito ulteriore dalla vendita di questo prodotto

  • La raccolta delle olive

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    La famiglia Fois, residente vicino a Porto Ercole, possiede un terreno nella località Spaccamontagne, in zona “La Marchesa”. Il signor Fois nel 1980 ha impiantato qui un piccolo oliveto che ha cominciato a produrre a distanza di qualche anno e oggi, dopo 36 anni ha raggiunto una considerevole produzione.

    Abbiamo potuto vedere come il signor Fois utilizza un ramo di olivo a forma di Y per trovare la vena dell’acqua che scorre nel sottosuolo. E’ così che, trovando l’acqua sotto il suo terreno, ha potuto accelerare la crescita della piantagione attraverso l’irrigazione.

    Inoltre, ci ha mostrato come liberare la pianta dagli attacchi della mosca olearia che depone le sue uova dentro le olive danneggiandole. Siccome preferisce evitare l’uso dei pesticidi chimici ha realizzato delle trappole molto semplici, ma molto efficienti nella cattura delle mosche.

    Una di queste trappole è formata da un piatto di plastica appeso ad un ramo della pianta e sul quale si incolla una sostanza naturale di colore verde che è particolarmente attrattivo per le mosche, le quali, una volta che si posano su questa sostanza, vi rimangono letteralmente incollate; un altro tipo di trappola è stato realizzato sospendendo alcune bottiglie vicino all’uliveto. Il fondo delle bottiglie è riempito con un liquido che attrae le mosche. Nelle bottiglie è stato praticato un piccolo foro che permette l’entrata delle mosche, le quali non possono più uscire perché affogano nel liquido.

    Per facilitare la raccolta delle olive, prima di cominciare l’operazione si stende una rete sotto i rami delle piante, quindi, con una macchina munita di leva centrale che si salda al tronco e con delle pale laterali scuote i rami per provocare la caduta dei frutti. L’operazione della raccolta delle olive è stata integrata dall’attività umana consistente nella forzatura del distacco delle olive effettuata manualmente.

    Al termine della nostra visita, molto generosamente, la famiglia Fois ci ha invitato ad un ricco aperitivo costituito da bruschette con l’olio d’oliva, prosciutto, formaggi e abbondante vino rosso.

  • Terre di Capalbio

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    Il frantoio “Terre di Capalbio” è un’azienda familiare condotta da tutta la famiglia Nannini.

    L’azienda familiare che ha sede a Borgo Carige, una piccola frazione rurale posta tra il litorale tirrenico e il borgo medievale di Capalbio, è situata ad hoc in una zona a vocazione olearia e vinicola.

    Si tratta della fascia basso collinare esposta al sole e protetta dai venti marini dalle prime dune sabbiose prospicenti il Mar Tirreno. Il regno dei vigneti e degli oliveti allineati che si frappongono alla macchia mediterranea più scura situata nelle colline più alte che circondano il paese di Capalbio.

    Il frantoio è stato fondato ex novo dalla famiglia nel 2003, ma esisteva già da una cinquantina di anni al momento della rilevazione da parte dei Nannini.

    Nannini padre aveva precedentemente lavorato nell’agricoltura per un lungo periodo della sua vita e allo stesso tempo si era dedicato all’insegnamento in una scuola agraria e infine ha preso la decisione di rilevare il frantoio dal precedente proprietario che lo aveva gestito da oltre 50 anni.

    Le innovazioni di fondamentale importanza introdotte nel frantoio storico e nei macchinari hanno consentito di continuare nella tradizione migliorandola. Si tratta di un frantoio che affonda quindi le sue radici nella storia del territorio avendo visto impiantare nuovi oliveti dei quali ha poi seguito il successivo sviluppo fin dal periodo successivo agli ultimi interventi di bonifica operati dall’ente Maremma a oggi, conservando e un rapporto molto stretto con i coltivatori locali da una parte e con i clienti dall’altra.

    Le olive, lavorate a freddo con procedimenti meccanici che consentono, grazie appunto a un impianto tecnologicamente avanzato, di garantire la qualità e soprattutto la genuinità del prodotto aggiungendogli gradevolezza di gusto grazie alla “denocciolatura” delle olive, cioè, alla privazione del nocciolo, che si sostituiscequindi quindi al processo tradizionale della “ frangitura”.

    Questo metodo consente di ottenere un gusto meno acido esaltando il senso aromatico e mitigando il sentore forte dell’amaro e del piccante presenti in particolare negli oli toscani.

    ,Si producono 3 diversi tipi d’olio per la carne, per il pesce e generico.

    Lo staff familiare è integrato da una impiegata che svolge le funzioni di amministratrice e si occupa di tutte le istruttorie richiesta dalle regole della contabilità, fiscalità e burocrazia aziendale.

    Tutto il complesso macchinario funziona a pieno ritmo solo per un mese all’anno, per il resto del tempo, la famiglia si dedica alla commercializzazione del prodotto, alla coltura di un oliveto di circa 1000 piante di cui la famiglia e proprietaria e di un negozio annesso al frantoio dove viene esposto l’olio destinato al mercato.

    Il 90% dell’olio destinato alla vendita va a fornire soprattutto supermercati, ristoranti e privati singoli, in Italia ma non entra nelle grandi catene.90% della produzione è venduto in Italia

    Il resto viene esportato in California, a Londra e in Canada

    Quest’anno c’è stata una scarsa produzione di olive e pertanto la quantità dell’olio ottenuto è molto bassa, ma la qualità è alta.

  • Jacobelli liquori

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    L’azienda Jacobelli è a conduzione familiare, genitori e figli, ed è stata fondata più di 100 anni fa partendo da una serie di prodotti come ad esempio i gelati ed altri prodotti dolciari.

    Successivamente la famiglia ha ritenuto più interessante convertire la piccola industria in una ditta di liquori e distillati.

    Attraverso un locale della piccola industria si arriva nel negozio dove i loro prodotti vengono venduti direttamente ai loro clienti. Invece, il laboratorio si trova proprio all’interno del negozio.

    Il liquore è una soluzione composta da alcol, zucchero e acqua, preparata a caldo o a freddo, aromatizzata con estratti di origine vegetale.

    La produzione dei liquori dipende dai vari momenti di maturazione dei frutti utilizzati.

    Infatti vengono utilizzate le bucce o le scorze esterne dei frutti quando sono giunti a maturazione e con queste si prepara una infusione aggiungendo acqua, zucchero, lievito e caramello.

    Alcuni dei liquori prodotti dalla ditta Jacobelli sono:

    Un distillato, o acquavite, è un prodotto alcolico derivato dalla distillazione di un liquido zuccherino fermentabile, generalmente di origine vegetale: cereali, radici e tuberi amidacei, frutti, o vino.

    I distillati vengono prodotti solo nell’autunno perché si usano le vinacce fresche che sono i resti delle uva dopo la produzioni di vino.

    La grappa viene prodotta da un’altra azienda a Trentino Alto Adige dove si invecchia la grappa per fare vari tipi ed estrarre i tannini nelle botti di rovere.

    Jacobelli liquori è un piccolo produttore e non aggiunge i chimici per sempre creare lo stesso gusto. Quindi, il gusto varia con le stagioni, il clima, ecc.

    Le dimensioni e le forme delle bottiglie variano enormemente da quelle piccole che contengono pochi millilitri a quelle che contengono un litro.

    Molti turisti arrivano in quest’area e comprano quantità limitate di llquore, ma la concorrenza internazionale è molto forte per cui la famiglia pensa di ampliare i propri locali per aumentare la produzione e cercare di ampliare il proprio mercato. Sfortunatamente, durante la nostra visita, non abbiamo potuto assistere ad alcuna fase della produzione perchè in questo periodo non si raccolgono i frutti utilizzati per produrre alcuno dei liquori che abbiamo visto già imbottigliati, ma abbiamo apprezzato molto le bottiglie di cui il Jacobelli si è privato per farcene dono.

  • Agrialbergo Capalbio

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    L’attività principale di quest’azienda, fondata nel 1994, è l’agriturismo: una bella struttura articolata in diversi corpi di fabbrica sparsi nel verde e comprendenti 30 camere che tra marzo e settembre apre le sue porte a un buon numero di turisti italiani e stranieri .

    Situato in questi luoghi ameni, la struttura si presta ad accogliere i visitatori interessati sia al mare che alle bellezze naturali di questi ambienti della Toscana meridionale salvati dalla cementificazione selvaggia che ha danneggiato molti altri lidi costieri.

    Alla bellezza struggentei dei paesaggi maremmani si aggiunge la ricchezza archeologica del territorio.

    Posto alla base delle colline dai lievi e sinuosi profili, così tipici nella Maremma Tosco-Laziale, tra una pianura che chiamarla fertile è poco (dato che gli antichi romani la chiamarono «La Valle d’Oro» per la sua altissima produttività) e i bordi sabbiosi della Maremma costiera; ossia, le fasce di dune che dividono il Lago di Burano (famosa Oasi faunistica del WWF) dal Mare Tirreno, questo territorio, che dista pochi minuti dal mare, ha restituito numerosissimi reperti etrusco-romani, e conserva, ancora oggi ben visibili, i resti di mura e di torri, di terrazzamenti e di criptoportici che costituivano importantissime strutture delle imponenti ville romane del periodo imperiale: le ville dei latifondisti che cominciano a costituire un elemento di radicale trasformazione del paesaggio agrario dei primi secoli dell’impero erano delle complessissime e articolate strutture costruite su vari livelli, sviluppantesi a partire dalla pianura litoranea fino a raggiungere l’apice delle prime colline disboscate e le pendici delle colline più alte coperte di macchia mediterranea, erano destinate non solo alla residenza delle famiglie aristocratiche romane, ma soprattutto, avevano la funzione di assicurare il controllo del latifondo, l’organizzazione delle attività di coltivazione dei terreni e di allevamento e custodia del bestiame (ovini, bovini, suini etc…) che costituivano la base dell’economia del latifondo e quindi, erano strutture tali da poter accogliere coloni e contadini; artigiani ed edili; schiavi e liberti, i signori e i loro clientes.

    Ancora oggi questo territorio ospita molti turisti romaniche si rivolgono a strutture come questa che visitiamo oggi. Ancora oggi, quindi, i moderni romani continuano a frequentare questi luoghi, ma si assiste anche all’ingresso di un numero sempre crescente di turisti provenienti dal Nord-Europa. Una vacanza in questi territori che conservano le caratteristiche quasi inalterate del periodo della romanizzazione è diventato un obiettivo facilmente raggiungibile per molte famiglie della Germania, dei Paesi Scandinavi, della Svizzera e dell’Austria, ma non mancano neanche i turisti inglesi e americani.

    Questa struttura agri-alberghiera possiede un notevole impianto fotovoltaico per produrre la corrente e un altro impianto solare per riscaldare l’acqua.

    A parte l’importanza e la bellezza del territorio, il motivo fondamentale che ci ha spinti fin qui è stato l’interesse di conoscere anche l’aspetto della coltivazione e produzione di frutta e cereali; olivi e melograni melogche si sviluppa nei terreni intorno alla struttura ricettiva.

    Il sistema produttivo praticato è quello multiculturale. Infatti, su una estensione di circa 20 ettari si coltiva grano, molti tipi di frutta come melograno, albicocco, olivo, vite e altre colture arbustive come mirtillo, lampone etc…

    In questo periodo si fa la semina del grano, mentre le melagrane sono ancora in via di raggiungere lo stadio finale della maturazione…Così abbiamo potuto assistere anche alla raccolta di melagrane da alcuni melograni che, chissà come avevano giù portato a maturazione i loro frutti proprio vicino alle strutture dell’agri-albergo, ma ci siamo dovuti spostare di qualche chilometro per arrivare al grande melograneto che occupa addiritura un ettaro della propietà terriera.

    Il proprietario aveva comprato gli alberi da un vivaio di Pistoia 3 anni fa e oggi si possono già raccogliere i frutti e si vendono in parte ai rivenditori di frutta al dettaglio e all’ingrosso, e l’altra parte viene acquistata da fabbriche di trasformazione del prodotto primario in succhi di frutta. Oggi infatti, il succo di melagrana è molto stimato e forma oggetto di una notevole richiesta nel mercato. Il succo di melagrana si ottiene attraverso la spremitura a freddo di questo buonissimo frutto colto durante la stagione autunnale ed è considerato da molti un potente rimedio naturale contro tante malattie. Con sorpresa scopriamo insieme quali sono i benefici del succo di melagrana. Chi l’avrebbe mai detto!

    Abbiamo visitato anche la piantagione dei mirtilli e i lamponi che ancora non ha dato i suoi frutti perchè si tratta di piantine ancora troppo giovani di fresco trapianto, ma che hanno già fatto un ottimo sviluppo e crescerano ancora fino a dare finalmente i loro frutti.

  • Agriturismo Maneggio Tupei

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    Una bianca, semplice e luminosa costruzione, messa lì, al vertice delle linee dolci e ondulate delle colline di Tupei è la struttura destinata ad ospitare quanti hanno la fortuna di scoprire questo agriturismo gestito da Silvana e Michele Puxeddu. Il maneggio; la lineare struttura per l’accoglienza; la cucina ricca, varia e genuina; la sensibile semplicità dei gesti dei proprietari sono tutti elementi che fanno sentire l’ospite protetto e completo. Qui non si sente il bisogno di dover aggiungere altro alla propria vita. Silvana e Michele vivono in totale armonia con questo ambiente naturale unico e il loro stile di vita così sobrio e raffinato viene trasferito semplicemente all’ospite attraverso gesti che esprimono attenzione, cura e generosa offerta di benessere in fusione con la salute del luogo e della loro cucina.

    Siamo nell’isola di Sant’Antioco, nelle campagne di Calasetta, la bianca città adagiata sull’ultima scarpata lungo l’estremo pendio a nord-ovest, tra spiagge di bianca sabbia e scogli di pietra vulcanica rossa…e il mare…” Cala di Seta”… è l’antico nome di Calasetta, dove in passato era praticata, come in gran parte dell’isola, la lavorazione del bisso, una sorta di seta naturale marina ottenuta da un filamento secreto da un particolare mollusco, la “Pinna Nobilis“.

    L’agriturismo e il maneggio Tupei si trova, come Calasetta, nell’estremità nord-occidentale dell’isola di Sant’Antioco, a circa 2 km dalla città, in posizione dominante, a 1.200 metri dal mare. Dall’azienda, la vista spazia sullo spettacolare sistema di sinuosi pendii collinari, quasi un anfiteatro ideato dalla natura per mostrare le proprie creature: la terra, la macchia mediterranea e il mare…il mare per ogni dove, sullo sfondo: un microcosmo perfetto in un micro-continente! 

    Tale appare l’isola di Sant’Antioco, separata dall’isola madre, fatta eccezione per lo stretto istmo che ad essa la unisce,  e originale, rispetto al “Continente Sardegna”. 

    Riferendoci alle due isole, dobbiamo parlare di continenti, infatti, essendo entrambe costituite da territori molto complessi e articolati; da sistemi orografici distanti tra di loro, sia per le  ere geologiche a cui risalgono che per l’eterogeneità dei componenti, così come, complesse e variamente intrecciate tra di loro sono le storie e le culture delle comunità sorte dalla fusione tra le differenti etnie che li abitano.

    Continenti abitati da una civiltà preistorica, quella prenuragica e nuragica, straordinariamente avanzate, che evidentemente avevano stabilito delle relazioni commerciali e politico-culturali con altre civiltà mediterranee organizzate ed evolute nei traffici e nei commerci marittimi, nelle tecniche di coltivazione, nelle molteplici forme artistiche e artigianali; culture diverse e differenti lingue scritte: dai micenei ai greci, dai fenici ai punici, dalle comunità provenienti dall’Africa ai romani e dai bizantini agli ebrei, infine, in questi ultimi secoli, da gruppi di altri italiani provenienti dalle regioni della Liguria e del Piemonte.

    Tante diverse etnie che si sono saldamente intrecciate grazie, evidentemente, a una politica dell’ospitalità che ha permesso di filtrare gli elementi antitetici ed esaltare gli aspetti necessari allo sviluppo delle comunità. 

    Che anche nella preistoria, il territorio fosse fittamente popolato e antropizzato è dimostrato dai numerosi betili antropomorfi, espressione del culto della dea madre e del dio padre, ritrovati nell’isola. Culto che sarebbe poi sopravvissuto, anche nella cultura nuragica. Tra il 1500 e il VII/V sec. a.C. nell’isola di Sant’Antioco vengono edificate decine e decine di nuraghi.

    Sono infatti almeno 30 i nuraghi riconoscibili, ma diverse altre decine aspettano di essere censite.

    Torri e mura megalitiche edificate, ora sui rilievi costieri  posti in prossimità dei porti, a controllo del traffico marittimo, ora sui rilievi collinari interni a guardia delle terre più fertili.

    Così, la struttura dell’agriturismo Tupei, munita di torre cilindrica, collocata al vertice del sistema collinare su cui si trova l’azienda, controlla le terre fertili che si espandono dalla cima ai pendii dei rilievi che via via degradano verso il mare. L’azienda è stata acquistata negli anni ’90 da Michele e Silvana che fino ad allora si occupavano di tutt’altro: lui allestitore di controsoffittature e di strutture di arredamento parietale e lei grafica pubblicitaria. L’agriturismo e il maneggio nascono per una repentino quanto profondamente motivato cambiamento di vita. Michele e Silvana hanno fatto una scelta, una scelta dovuta alla tradizione e alla storia delle tante comunità che hanno fatto del valore della ospitalità, filosofia di vita e legge sociale.

    La loro azienda è condotta essenzialmente in direzione della realizzazione di questa filosofia che permea la loro vita, il loro modo di essere e di produrre.

    Entriamo in questo loro micro-cosmo passando vicino al maneggio: sono i cavalli per primi a darci il benvenuto. Passiamo davanti alle loro scuderie dove si sente solo l’eco dei loro nitriti, perché i cavalli sono là, fuori, in libertà…ci guardano da lontano con espressioni interessate e benevoli e poi si accostano alla staccionata per guardarci da vicino, ci salutano a loro modo, avvicinando e scuotendo le loro nobili teste dai grandi sguardi umidi rivolti verso i nuovi arrivati…e poi, ecco, anche diversi gatti e il cane, tutti insieme ci vengono incontro, come se ci conoscessero già…ma ecco anche Michele e Silvana. Loro sono l’anima del territorio e i genitori di questa grande famiglia.

    Ci hanno accolto con gli occhi e con i gesti di sempre, quelli che non tardano a diventarti familiari, grazie alla loro autenticità. Ci sentiamo immediatamente a casa…siamo accettati, senza condizioni.

    Ci accompagnano in visita all’azienda per scoprire ancora gli altri animali: un piccolo gregge di capre, altri animali di piccola taglia, e poi le terre coltivate… L’azienda comprende oliveti, vigneti, colture di ortaggi, piante da frutta e tutto ciò che è necessario per l’agriturismo. Il sistema di coltivazione è rigorosamente biologico e, in prospettiva, ma già da oggi, Silvana e Michele sono orientati verso una scelta coraggiosa, così ci sembrerebbe, ma per loro è un modo di essere innato e legato al destino della stessa azienda e all’evoluzione naturale della loro vita.

    Siamo in una dimensione di altissima qualità, dal punto di vista umano, geografico, geologico ed ecologico. La terra e l’aria sono incontaminate, i terreni sono a coltivazione biologica.

    Per comprendere lo spirito e l’atmosfera che si vive nell’azienda agrituristica Tupei non si può fare a meno di ritornare alla storia e alla natura del territorio, di questo micro-continente in cui solo negli anni ’90, Michele e Silvana Puxeddu hanno intrapreso la loro vita in simbiosi con la terra e con il mare, immersi nella magia di questo luogo incantato.

    Infatti, conoscendo il cammino delle comunità che li hanno preceduti su questa pezzo di “Terra di mare” e leggendo la storia delle popolazioni che pur nella simbiosi hanno miracolosamente conservato le loro identità esaltandone le differenze culturali, si comprende l’origine della grande volontà  delle donne e degli uomini che qui abitano, di inventarsi sistemi di vita e di produttività con la semplice, sicura pervicacia di chi è dalla parte della ragione e di chi ha piena coscienza del proprio peso nella storia degli incontri umani e nello sviluppo dell’economia.

    Non stupisce che nei successivi passaggi evolutivi del sistema produttivo e del modus vivendi, gli uomini e le donne di questo territorio, oggi come ieri, di fronte ai tentativi del sistema economico “altro”, esterno, lontano ed estraneo, globalizzante e incontrastato, lottino per conservare una profonda, intelligente e propria lungimiranza.

    Silvana e Michele partecipano ad un intelligente progetto che li pone in grado di provare a vincere la grande partita contro l’incontrastato dominio sull’agricoltura da parte delle multinazionali del seme. Il sistema globale tende ad annullare le differenze tra i prodotti locali, immettendo nel mercato e imponendo ai custodi legittimi della terra,  sementi risultanti da manipolazioni, che richiedono e producono, a loro volta, dei terreni biologicamente modificati, trattati con le sostanze chimiche prodotte da altre multinazionali che ne esigono la vendita e il consumo insensato.

    E’ un tema di grande attualità quello di restituire all’agricoltore e al terreno, che sono i legittimi proprietari, il controllo dei semi che devono rispettivamente custodire e nutrire, far crescere e raccogliere.

    Così, oggi, insieme a noi , qui all’azienda sono presenti le donne forti e coraggiose dell’’Ente regionale “Laore” e delle associazioni onlus di Carbonia “Domusamigas”, venute qui per avviare questo progetto. Mentre andiamo alla scoperta di un’aia comunale che si trova all’interno della loro azienda, spiegano che Michele e Silvana hanno scelto di entrare dentro questa logica e realizzare nella loro azienda una parte di un piano di “ miglioramento genetico evolutivo partecipato” del seme elaborato dal ben conosciuto professore Salvatore Ceccarelli, allo scopo di riportare il controllo dei semi nelle mani degli agricoltori, salvaguardando i grani locali e le biodiversità.

    Ci sembra di non aver fatto molto per meritare questo privilegio, eppure siamo qui, presenti a questa coincidenza incredibile. E’ proprio su questi terreni che prende l’avvio di questo progetto. Michele arriva con tutta l’attrezzature necessaria per squadrare il suolo già pronto in quaranta rettangoli che saranno destinati ad accogliere 17 tipi di semi rudi diversi, semi locali e tra questi vi sono anche 2 tipi di semi ibridi. Partecipiamo al reale disegno di parcellizzazione necessaria per  seminare i rispettivi semi, ognuno nella propria parcella, che noi definiamo con la calce bianca,  dopo la precisa squadratura fatta da Michele.

    L’azione alla quale l’azienda Tupei partecipa è rivolta al raggiungimento di diversi obiettivi:

    • Riscoprire le potenzialità evolutive dei semi locali.
    • Riportare la riproduzione dei semi e la selezione nelle mani dei contadini.
    • Apprendere nuove tecniche per aumentare la biodiversità senza input chimici.
    • Promuovere e facilitare la collaborazione tra istituti di ricerca e contadini.
    • Selezionare quel seme che sarà più adatto a vivere in questo tipo di terreno.
    • Riprodurre e migliorare antiche varietà aumentando biodiversità, autonomia e salute.

    La notorietà del professore Ceccarelli è legata anche alla filosofia attraverso la quale conduce i suoi programmi di miglioramento genetico. Il suo metodo infatti, è noto per essere partecipativo perché condotto in collaborazione con i contadini locali che seminano e scelgono assieme allo scienziato come indirizzare la ricerca. Il suo contributo ha dato risultati anche sul piano della salvaguardia della biodiversità e dell’aumento delle produzioni alimentari in zone marginali…

    Da lui possiamo apprendere che …“Il seme è il fondamento della vita, del cibo, dell’agricoltura. Eppure i contadini, che per tutta la storia sono stati gli artefici del miglioramento e della moltiplicazione dei semi, sono stati, in fretta, esclusi dalla produzione dei semi…e l’esclusione ha lasciato tutti più poveri: i contadini stessi. i sistemi conoscitivi e di ricerca, i nostri regimi alimentari e la ricca biodiversità della terra. …Dobbiamo riportare i contadini a coltivare le varietà per la biodiversità, per loro stessi, per la sicurezza alimentare, per il futuro”.

    Grazie all’accoglienza e alla sobria generosità di Silvana e Michele Puxeddu, abbiamo potuto partecipare ad uno dei tanti significativi momenti del loro lavoro e abbiamo condiviso un importantissimo aspetto della loro vita.

  • Azienda Sant’Agostino di Antonio Cadeddu

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    Nelle distese pianeggianti di Barega, in Comune di Carbonia, abbiamo rilevato la costante e diffusa presenza di gruppi e di singoli che hanno stabilito qui il loro centro di produzione, per meglio dire, è qui che profondono le loro energie produttive, il loro ingegno economico e la loro socialità, dispiegandoli in una molteplicità di direzioni: agricoltura, allevamento, agriturismo, trasformazione dei prodotti, vendita etc…

    Una certa multi- direzionalità delle imprese agricole e una straordinaria vitalità sociale e organizzativa.

    Questo è anche il caso di Antorio Cadeddu che, attingendo evidentemente alla storia familiare, alla vocazione e alle caratteristiche del territorio e alle tradizioni locali, ha impiantato una grande varietà di ortaggi in serra e a cielo aperto, dedicandosi anche all’allevamento. Possiede infatti un gregge di pecore.

    Inoltre ha dedicato tutta la sua vita alla raccolta conservazione e catalogazione di un numero incredibile di attrezzi, oggetti e utensili utilizzati in passato per la coltivazione e per la trasformazione dei prodotti agricoli nonché per una serie indefinibile di attività artigianali tipiche della zona.

    Ma la sua azienda è sicuramente anche un centro di ritrovo e di aggregazione sociale, un plesso vitale del tessuto umano di questo territorio.

    Antonio ha un legame profondo con la sua terra, ma appare evidente che si sente molto attaccato al suo gregge. Si definisce pastore, più che agricoltore e sembra chiaro, dalle sue parole, che non si staccherà da nessuna delle due attività, ma soprattutto non pensa assolutamente di abbandonare i suoi animali.

    A descriverlo così si potrebbe immaginare un uomo provato dal lavoro intenso e prolungato, da una vita in solitudine, un’immagine di uomo saldamente ancorato alle proprie convinzioni e concentrato solo sul lavoro. Sì, certo, il suo lavoro è pesante e duro, ma intorno a lui c’è un universo di amici e la sua socialità è solida e costruttiva. E’ un uomo felice e intelligentemente aperto ai contatti umani, molto originale nel suo modo di relazionarsi alle persone, come alle sue attività lavorative. Molto efficace, piacevole e quasi allegra la sua conversazione. Parla delle sue piantagioni in serra e a cielo aperto, sotto tunnel , e delle difficoltà che ha incontrato nella coltivazione dei fagiolini, per esempio, con una competenza ed una proprietà lessicale che stupisce.

    Entriamo nella serra dove Antonio ha la coltura dei fagiolini. Ci spiega semplicemente che tutta questa piantagione non arriverà alla fase finale, ma sarà eliminata e che tutto il lavoro fatto è stato inutile. Tutto da rifare. Dovrà estirpare le piante, preparare di nuovo il suolo, risistemare l’impianto di irrigazione, e quindi rimettere a dimora, ad una ad una, le nuove piantine. Il problema che ha vanificato tutto il suo lavoro è stato il clima troppo caldo che ha prodotto un rapidissimo sviluppo dei ceppi nati dalla pianta madre. Quindi non è stato possibile procedere immediatamente alla cimatura dei rami che allungandosi esageratamente si sono ripiegati al suolo e si sono irrimediabilmente rovinati ingiallendo e perdendo vitalità.

    Tutto questo non sembra minimamente turbarlo, si capisce che eventi del genere sono già stati messi in conto in questo lavoro e non c’è altro da fare se non accettare questi eventi, tanto imprevisti quanto frequenti , superandoli con decisione e prontezza: lavorando. Non c’è da stare troppo tempo a pensare, bisogna solo fare.

    La sua azienda è molto estesa e ci sono diversi ettari di terreno chiusi in serre dove coltiva vari ortaggi, oltre ai fagiolini, ci sono tre piantagioni di pomodori di 3 tipi diversi: ciliegini, grappolato rosso, il pomodoro da insalata rotondo. Il pomodoro è una pianta che dà grosse soddisfazioni anche se bisogna tenerla costantemente sotto controllo, spiega Antonio, poiché in determinate condizioni ambientali e a seconda della varietà, è soggetta all’attacco di diversi tipi di malattie e parassiti.

    Antonio parla con grande competenza e sicurezza delle caratteristiche delle singole piante delle sue piantagioni di fagiolini, pomodori, zucchine, zucche etc…La zucca è una pianta che si sviluppa anche a cielo aperto senza riportare danni di sorta, si tratta infatti, di una pianta molto resistente al calore, con un alto potenziale di assorbimento degli elementi nutritivi dal suolo, come azoto, fosforo e potassio. Spiega i diversi aspetti della vita delle piante e delle rispettive caratteristiche con dovizia di dettagli e con l’uso di una terminologia molto propria, anche rapportando i loro caratteri agli aspetti delle attenzioni necessarie nella profilassi e la cura di determinate patologie. L’attenzione ai parassiti e ai sintomi di eventuali patologie dev’essere continua perché per tutto l’arco della vita, la pianta può essere attaccata da insetti e può contrarre varie forme di malattia a carattere epidemico. Per questi motivi è di fondamentale importanza coltivare varietà di piante adatte al tipo di ambiente. Per esempio, per assicurarsi che le piante di pomodoro crescano sane è importante effettuare dei controlli sistematici su tutta la parte aerea, quindi soprattutto sulle foglie, per intervenire tempestivamente alla comparsa dei primi sintomi delle malattie ed evitare che le stesse si diffondano prima a quelle vicine e poi anche ad altre piante presenti nell’orto.

    Ci spiega quali sono le principali patologie delle piante e puntualizza che l’unico modo di prevenire le malattie è l’assidua e protratta attenzione ai sintomi da effettuare durante tutto il periodo della loro vita.

    Uno dei parassiti più frequenti è la “farfallina bianca” o Aleurodide . Gli aleurodidi sono insetti con un apparato succhiante e per questa ragione possono propagare anche virus e batteri.

    Questi parassiti producono molta melata che riempie le foglie e su cui si possono sviluppare delle fumaggini. Altre sono poi le malattie fungine, la cui possibile precoce individuazione passa sempre attraverso un attento controllo delle foglie.

    Sembra quasi che Antonio riservi alle piante le stesse cure che sicuramente presta ai suoi animali dai quali non si staccherà mai. E’ evidentemente un agricoltore- allevatore molto appassionato, ma è altrettanto manifesta la sua vena creativa.

    Poco lontano dalle serre ha costruito una capanna di enormi dimensioni , secondo la tecnica antica adottata dai pastori, con pali di legno infissi al suolo sui quali si intrecciano le frasche e, a con gli stessi materiali e la stessa tecnica, la copertura consiste in una struttura di travi di legno ricoperte con frasche.

    Ma all’interno troviamo la straordinaria raccolta di oggetti utilizzati nelle campagne per la coltivazione e la trasformazione dei prodotti e una infinità di utensili e oggetti che, fino agli anni ‘50/’60, venivano utilizzati in attività artigianali di ogni genere.

    L’aroma del caffè riempie l’aria di questo speciale museo etnografico dove la moglie di Antonio ha già provveduto a preparare per noi e per tutti gli amici venuti a trovarli, la calda bevanda. Se ci lasciassimo trascinare dalla curiosità che ci assale, di osservare attrezzo per attrezzo, facendoci raccontare le rispettive utilizzazioni, da Antonio, o se ascoltassimo il nostro desiderio di farci prendere da questo clima di accoglienza e spontanea comunicazione, staremo dentro questa capanna per molte ore, ma dobbiamo andare e con rammarico salutiamo i due coniugi che continuano la loro conversazione circondati dagli amici.

  • L’Agriturismo e l’azienda agricola il Paradiso

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    L’azienda è nata nel lontano 1955 grazie all’iniziativa del signor Vito Minaudo che acquista una consistente estensione di terra a Barega, non lontano da Carbonia, con l’intenzione di dedicarsi principalmente alla viticoltura.

    Attualmente è condotta dal figlio di Vito, Tommaso Minaudo, che insieme alla moglie e alla figlia Francesca, proseguendo il cammino intrapreso dal padre, ha innovato e riconvertito l’azienda utilizzando i terreni per le colture e per all’allevamento di animali di piccola taglia destinati alla gestione e alla ristorazione dell’azienda agrituristica “Il Paradiso”.

    Arriviamo a Barega dopo un lungo viaggio sulla strada a 4 corsie che attraversando la piana del Sulcis-Iglesiente, porta fino a Cagliari. Gradualmente ci inoltriamo, per strade asfaltate secondarie, nelle fertili terre di Barega. Imbocchiamo gli stretti e i lunghi rettilinei di penetrazione agraria, tutti così identici corrono tra campi e canali; tra frangivento di eucalipti e zone ricoperte da macchia mediterranea, infine troviamo il cartello con l’indicazione che cerchiamo ( “Il Paradiso”) e giriamo a destra fino a imboccare un lungo viale alberato che, via via, si insinua tra campi erbosi fino a sconfinare all’improvviso in un ampio e ondulato giardino, disegnato dalle sinuose e morbide linee verdi dei piccoli rilievi in cui si articolano gli spazi annessi agli appartamenti riservati ai turisti. Il prato verde in cui si insinuano con discrezione le sobrie strutture destinate ad accogliere gli ospiti è perfettamente curato e sembra rivestire tutti i più piccoli anfratti dell’area. Numerosi alberi di alto fusto, tipici della macchia mediterranea, come i lecci, le querce da sughero, e gli arbusti di corbezzolo, fillirea e ginestra, si alternano a piccoli boschetti di aceri e a piante ornamentali. Roseti, melograni e cotogni sono diffusi dovunque, intorno alle verande annesse agli appartamenti, dietro gli edifici, davanti all’imponente costruzione che accoglie un’immensa sala ristorante, ampie cucine aperte sul giardino, la reception, una sala da colazione, una grande veranda con i giochi per i bambini e altri ambienti ancora.

    Intorno alle lineari costruzioni e sulle cime dei piccoli poggi che fanno da corona al giardino e sui quali il prato si estende, l’aria è intrisa di profumi provenienti dalla terra ancora calda, di aromi intensi e penetranti della macchia, di profumi floreali delicati.

    In questo mondo verde che circonda le sobrie strutture costruite nello stile proprio delle case rurali della Sardegna, ci sentiamo davvero all’interno di una dimensione fatta di colori e di silenzi, di profumi e di calde premure che evocano in noi immagini e sensazioni paradisiache. Si comprende perché il nome dell’agriturismo è proprio “Il Paradiso”.

    L’attività della famiglia Minaudo non è solo frutto di capacità imprenditoriale, ma è evidentemente il risultato della realizzazione di una tendenza che affonda le sue radici nella vocazione agraria del territorio e nella tradizione familiare di cura e attaccamento alla terra. Riallacciandosi al filo della tradizione agraria e zootecnica del territorio, la famiglia Minaudo coltiva tutti i prodotti necessari alla struttura: dall’oliveto al vigneto; dagli ortaggi alle tante varietà di frutta; gli allevamenti vanno da quello delle lumache a quello dei conigli; dalle galline livornesi e dalle faraone alle anatre e ai tacchini. Una azienda multiculturale e multifunzionale.

    L’agriturismo rivolge grande attenzione anche all’educazione dei giovani e intende stimolare l’interesse dei bambini alle attività tradizionali della regione. Per il conseguimento di questi importanti obiettivi culturali, l’azienda funziona come fattoria didattica collaborando alla realizzazione di progetti di attività agricola per le scuole.

    Tommaso ci mostra con fierezza il lavoro fatto dai bambini durante la primavera. Una striscia di terreno posta a fianco del suo orto è stata utilizzata per una interessante esperienza didattica: qui i bambini hanno realizzato una piccola piantagione di pomodori, zucchine, melanzane e fagiolini e ne hanno seguito tutte le fasi di sviluppo: dalla crescita alla fruttificazione alla raccolta.

    Si tende a riportare i terreni coltivati alla loro originaria vocazione, alla coltura estensiva, in armonia con una filosofia produttiva che mira ad alternare le colture in base alla stagionalità e all’annualità, in applicazione del principio della rotazione agraria, attraverso la quale si mira a restituire in modo naturale tutti gli elementi nutritivi al suolo che viene così arricchito e reintegrato delle sostanze rilasciate per alimentare le precedenti colture.

    Quando, appena scesi dall’auto ci viene incontro Tommaso che con la sua grande affabilità e ci accompagna a visitare, prima l’area attrezzata per l’accoglienza, poi un lungo sentiero protetto da una fitta parete di alti lentischi che gira intorno al poggio dominante, per poi salire ancora più su, sulla cima della collina ricoperta da un oliveto illuminato dai riverberi del tramonto, crediamo di essere ormai arrivati alla porta del paradiso!

    “Questo è il posto in cui voglio costruirmi una casetta per trascorrerci tutta la mia vita”, ci spiega Tommaso, sorridendo orgogliosamente e lasciando che i nostri occhi sgranati colgano tutta la straordinaria vallata aperta da una parte sulle propaggini della piana del Campidano e sul mare, e dall’altra, protetta dai poderosi monti ricchi di metalli del Sulcis. Non possiamo fare altro che comprendere ancora una volta la ragione del nome dato a questo agriturismo.

    Mentre completiamo il giro camminando sulla morbida ciba erbosa dell’area su cui sorgerà la casa progettata da Tommaso, scopriamo una scala di pietra rossastra che, sbucando tra i rami nodosi degli olivi, scende fino alla base della collina dove si apre una vasta piattaforma pavimentata con al centro una grande piscina.

    Questo è lo spazio studiato per regalare sollievo e relax ai clienti durante i caldi pomeriggi estivi e per raccogliere tutti intorno alla piscina posizionata in un punto panoramico, corredata di un piccolo bar con banco di pietra ricavato dall’anfratto tra la base della collina e la piattaforma pavimentata.

    Sembra che qui abbiano pensato proprio a tutto per non permetterti di andare più via.

    Le premure e l’ospitalità dei proprietari raggiunge una punta d’eccellenza anche nella ristorazione realizzata con tutti i prodotti della stessa azienda trasformati e serviti secondo la tradizione più autentica della Sardegna.

  • Su Forru ‘e su Pani di Efisio Carta

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    Siamo a Teulada.

    Qui la storia millenaria della popolazioni autoctone si è arricchita di influssi culturali provenienti, attraverso il mare, da altre terre, portati da altri popoli: micenei, fenici, punici e romani, bizantini e spagnoli.

    Varie culture, prima accolte e poi assimilate, o forse catturate dall’ ospitalità e dall’ avvedutezza dei popoli nuragici; da quella lungimiranza che suggerisce l’accoglienza e la comprensione verso chi viene da lontano con intenzioni pacifiche.

    Le antiche culture sono state in grado di esaltare le proprie peculiarità, preservandole e affinandole sempre più, evolvendosi e intessendo le trame delle più antiche radici con le successive esperienze.

    Incontrando le donne e gli uomini che rendono questa terra ricca delle loro idee e delle loro abilità creative e produttive, non sfugge la grande apertura mentale, la sicura consapevolezza che la propria cultura è ben radicata nella più lontane origini.

    La naturalezza e l’intelligente, raffinata accoglienza che riservano agli ospiti non sono dettate dall’opportunismo, ma è chiaro che sono i risultati di un lungo cammino culturale.

    Teulada è ricca di bellezze naturali: le coste e le lagune, i porti e le cale puntualmente definite da promontori e da torri di avvistamento medievali e rinascimentali; rocce granitiche e pascoli; boschi, vigneti e uliveti; animali di allevamento e fauna selvatica si muovono e si riproducono tra radure e boschi; le dune costiere di finissima sabbia bianca separano il mare aperto, dagli altri specchi di mare interno, dalle lagune. Numerosi bacini d’acqua salmastra tratteggiano la costa meridionale della Sardegna; specchi lagunari multiformi e frequenti, dove numerose specie ittiche marine e di acqua salmastra convivono.

    Tante nicchie ecologiche ancora miracolosamente intatte hanno intrappolato nicchie di cultura umana aggregata sapientemente e radicata a un territorio da cui trarre vita.

    Tra queste nicchie culturali e produttive troviamo “su Forru ‘e su pani”, il panificio e il forno di Efisio Carta.

    Il laboratorio dove noi entriamo, un poco in punta di piedi, consapevoli d’essere stati ammessi ad assistere allo straordinario rito della panificazione, è un luogo dove ogni notte si forgia, sotto il lavoro incessante di braccia, la pressione dei palmi delle mani e dei polpastrelli , l’alimento primo della nostra vita.

    Da quando l’uomo ha potuto seminare, raccogliere e trasformare i preziosi semi del grano, quest’arte si è sempre più evoluta dando vita ad una infinita varietà di forme e di impasti che pur avendo come elemento principale la farina, a seconda delle dosi con cui questa viene sapientemente miscelata ed in base alle diverse percentuali di acqua, di lievito, di miscugli di grani e di semole amalgamati tra di loro, può dar luogo a innumerevoli risultati. Tutti diversi, ma tutti destinati ad arricchire le nostre tavole.

    Qui, come in altre parti del mondo, si fa il pane durante la notte, mentre la città piano piano si assopisce, i rumori si rinchiudono gradualmente nelle stanze più interne e sul paese sembra calare la pace totale, qui si sfornano ogni notte decine e decine di tipi di pane, di pizzette, panini, biscotti, pani rituali, originariamente preparati per le più importanti festività religiose, come “ su coccoi pintau”, o il “pane dei morti”: una fragrante e tenera pagnotta da donare in memoria dei propri cari estinti, agli amici e ai conoscenti, in occasione del giorno dedicato ai morti.

    Infine, “Sa Tunda”, pane rotondo e morbido tipico di Teulada, fatto di semola e “frammentu sardu” (lievito madre), con sette pizzi, uno per ogni giorno della settimana, il cui scopo era quello di scandire il tempo che intercorreva tra una panificazione e l’altra.

    Una volta pronto, l’impasto si trasferisce su una spianatoia di legno, si taglia un pezzo da 500/700 gr con un coltello e gli si da una forma tonda e liscia,cercando di metterlo in forza senza strappare la pasta. con il palmo della mano si appiattisce il pezzo, lasciando in mezzo un bernoccolo di pasta. Si tira su il bernoccolo stringendolo con i palmi e tirandolo verso l’alto con dei movimenti rotatori. Si continua ad appiattire la pasta, sino ad uno spessore di 30 mm.

    Come sia possibile realizzare tutto con tale precisione, noi non riusciremo mai a capirlo.

    In questo laboratorio c’è una famiglia intera che dalle prime ore della sera comincia a preparare impasti che daranno vita al pane per l’intera comunità territoriale.

    Sappiamo che in Sardegna esistono almeno diverse centinaia di pane, ma mai avevamo avuto il privilegio di verificare come un panificatore sia capace di creare da un informe impasto, tutto da apprezzare per la sua compattezza, elasticità e consistenza, ma comunque senza forma, un’innumerevole serie di varietà di altre piccole forme.

    Efisio lavora con la pressione delle proprie mani, con la forza delle sue braccia e l’abile gioco di polsi e polpastrelli, la voluminosa massa pastosa allungandola, spezzandola, dividendola e arrotondandola, fino a farla rotolare con la pressione dei palmi delle mani e infine tagliandola a velocità indescrivibile in tante pezzature, ognuna destinata a dar vita a diversi pani.

    Al nostro arrivo troviamo tutta la famiglia che, con l’aiuto indispensabile di Angelo, stava lavorando alla creazione di “su coccoi pintau”, dalle fantastiche forme di animali come porco spini e galletti, e floreali, come rosette e gigli, coccois a spirale e a forma di corona…

    Il coccoi è un pane tipico della Sardegna destinato alle ricorrenze festive, alle cerimonie, ai rituali del matrimonio, del battesimo o della Pasqua. La realizzazione di questo pane artistico richiede, dopo la foggiatura delle più diversificate forme ottenute sotto l’azione velocissima e assolutamente mirata dei movimenti delle dita sull’impasto, una rapida e impercettibile sequenza di tagli praticata con delle forbici sui bordi più esterni e in punti predeterminati , situati a distanze regolari. Tagli che hanno la funzione di decorare, ma anche di consentire una cottura uniforme, una doratura graduata in nuance più o meno intense e la croccantezza desiderata.

    Veniamo immediatamente coinvolti dall’atmosfera calda e familiare e dalle parole amichevoli di Efisio e di Assunta, dai loro dolci sorrisi, accompagnati da sguardi vellutati e stanchi. Occhi neri, comunicativi, pieni di espressioni familiari .

    La naturalezza di tutte le persone presenti ci cattura immediatamente. Oltre ad Efisio ed Assunta è presente la figlia Debora e la nipotina Vanessa che gioca a fare il pane. E’ un gioco sì, ma straordinariamente serio, così, quasi senza coinvolgimento, ma con mirabile destrezza, sotto la pressione lievissima dei suoi minuscoli polpastrelli (Vanessa ha solo 7 anni) che giocano foggiando e modellando la pasta, per pura magia, dalle sue manine salta fuori un piccolo “coccoi pintau”. Quale meraviglia, per noi, assistere a questa fantastica creazione!

    Efisio racconta che anche lui, come la nipotina, ha sempre fatto questo lavoro fin da bambino imitando i gesti e traendo la consapevolezza dei risultati da ottenere, attraverso l’osservazione dei gesti della madre e della nonna. Sì, Efisio ha fatto sempre questo lavoro, e forse, come la nipotina Vanessa, che giocando riproduce tutte le forme che ha visto realizzare dai suoi nonni e dalla mamma Debora, ha cominciato a fare il pane giocando.

    E poi, eccolo tirare fuori dalle sue mani “sa tunda”, morbido pane arrotondato e liscio, tipico di Teulada, e quindi le focaccine, le pizzette, le baghette, su civraxiu e tante altre forme di impasto, che ora sono impasto forgiato e che dopo saranno “pane”.

    E c’è Angelo! Che spettacolo imperdibile e avvincente! Lui muove entrambe le mani, manipolando due differenti pezzi di pasta. Le sue mani muovendosi indipendentemente l’una dall’altra, ma in sintonia e senza mai interrompere l’attività o cambiarne il ritmo, creano due identiche forme delle stesse dimensioni in pochi secondi: due alla volta!

    Muove le mani mollemente e dolcemente, sembrerebbe, senza la minima fatica. Sono le sue mani che catturano la nostra prima attenzione, ma ad una più attenta osservazione si riesce a capire che il movimento delle mani è guidato dall’impercettibile spinta delle sue braccia e della sua schiena. Infine è la mente che decide come dirigere ogni fibra del suo corpo concentrato e lievemente piegato su quell’incredibile compito, eseguito con estrema speditezza e precisione, verso il risultato voluto.

    Siamo ipnotizzati dai loro movimenti sapienti, continui, veloci e ritmati; siamo catturati dalla fluida e ininterrotta conversazione di Efisio. La sua voce è ricca di sfumature, di timbri e di toni diversi. Le sue parole seguono lo stesso ritmo veloce, ma lieve dei suoi movimenti . E’ modulare, così come lo sono le taglie dei pezzi di impasto destinati a modificarsi continuamente sotto la pressione delle sue mani.

    Sono le 9 e mezza e per la piccola Vanessa è tempo di andare a dormire perché domani mattina deve andare a scuola. Abbandona malvolentieri i suoi pezzetti di impasto sulla spianatoia, ma la nonna Assunta, dal viso buono e dalla espressione generosa, la prende per mano con sicurezza, ci salutano e vanno a casa.

    Noi continuiamo a seguire l’attività di Efisio e Angelo, senza riuscire a staccare gli occhi dalle loro mani. Come è possibile che dopo tre ore di lavoro (è solo mezzanotte adesso, ma loro lavorano dalle 20 e continueranno fino alle 6 ), questi uomini continuino a manipolare, a decorare con velocissime sforbiciate sui bordi dei panetti pronti per essere trasformati in coccoi pintau, a tagliare e a depositare nelle casse di legno che poi verranno coperte con panni bianchi, i piccoli impasti ormai diventati pani, panini, pizzette, rosette, civraxiu, coccoi, focaccine, il “pane del morto”, “sa tunda”, etc…?

    L’impasto è stato tutto utilizzato, ci sembra, ma invece, da altre impastatrici vengono estratte ancora altre masse di impasto che aspettano di essere trasformate in pani. Gli impasti sono apparentemente uguali, ma in realtà cambia la loro consistenza e la loro tipologia in base al tempo di lievitazione, in base alle diverse percentuali si semola di grano duro o di farina 0 ; in base ai rispettivi tempi di riposo; alle percentuali di acqua; alla manipolazione e alla foggia.

    Tutti gli impasti comunque, dopo avere superato i rispettivi tempi di posa, subiscono lo stesso processo.

    Saranno manipolati, allungati, arrotolati, tagliati, pezzati, ancora manipolati e arrotondati, contorti o schiacciati, spianati e decorati sulla spianatoia, per poi essere infornati e sfornati senza sosta. I due uomini continuano e continueranno a lavorare sempre con lo stesso ritmo fino a quando tutto il pane non sarà sfornato e nella quantità richiesta dalla clientela… Fino alle 6 del mattino, quando di nuovo, i silenzi della notte riacquisteranno voce e le strade si rianimeranno. Quando sarà ora di aprire il negozio i banchi e gli scaffali saranno straripanti e la gente comincerà ad entrare nel panificio per richiedere il proprio quantitativo di pane giornaliero.

    A mezzanotte e mezzo andiamo via. Loro restano.

    Il giorno dopo, alle dieci, quando torniamo nel negozio per salutarli, troviamo Debora, la giovane figlia di Efisio, che vende gli ultimi “pani del morto”, tutto il resto è sparito, già venduto…tutto!

    Nei banchi vuoti è rimasto solo il profumo del pane…ed una sensazione di piacevole attesa…Sì…perché domani, i banchi si riempiranno ancora di queste fragranti meraviglie.

  • Agriturismo S’Arxola – fattoria didattica

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    Varcando il cancello aperto sulla strada di penetrazione agraria vediamo Fulvio che ci aspetta sorridente sulla sommità di una collina del suo podere.

    Ci introduce subito alla sua azienda, precedendoci, attraverso la lieve spianata dove ha costruito una piccola casa per la sua famiglia.

    Scendendo lungo l’inclinazione del terreno ci troviamo di fronte alla bassa costruzione dai colori neutri che si articola negli spazi aperti tra il giovane oliveto e la macchia arrampicata sugli ondulati rilievi retrostanti: piccoli, ma ariosi gli appartamenti per gli ospiti fortunati, che scelgono di trascorrere le vacanze in questa dimensione di serenità situata tra il mare e le colline costiere inondate di luci e profumi di mare; di essenze e di colori mediterranei.

    C’è una geometria opportunamente minimizzata ed una composta volumetria nelle strutture destinate all’accoglienza in questa calda terra ricoperta di boscaglie e oliveti, cotogneti e arbusti della macchia costiera e, alla base, prati erbosi e spazi liberi destinati agli animali da cortile.

    Nulla sembra alterare l’equilibrio naturale delle forme e non ci sono sproporzioni tra le piante della macchia mediterranea e gli edifici. Gli animali da cortile circolano liberamente nella radura sotto l’oliveto, tra il canneto dell’impianto di fitodepurazione e gli arbusti del lentisco. Un ciclo biologico completo dove l’opera dell’uomo si inserisce armoniosamente senza impatto.

    Fulvio ci racconta che, di comune accordo, lui ed Emma, sua moglie, hanno deciso di cambiare la loro vita e di dedicarsi ad un’ attività a contatto con la natura e nel rispetto dell’ordine naturale del territorio. Emma bolognese, specializzata in scienze forestali, lui studente di architettura a Firenze, ma nato e cresciuto in Sardegna, da tempo pensavano di lasciare la città per stabilirsi in campagna; hanno accarezzato questo sogno a lungo. Fino a quando, una decina di anni fa, dopo accurate ricerche, sono approdati su questi terreni denominati ” S’Arxola ’e Sirboni, che in lingua sarda significa ”luogo popolato da cinghiali”- Infatti, racconta Fulvio: «In passato le colline sulle quali si estende il podere erano ricoperte da fitti boschi di querce (querce da sughero e lecci delle cui bacche si nutre il cinghiale), che nel secolo scorso, in parte, è andato distrutto e che oggi si cerca di reintegrare» .

    Questo luogo infine, appare così corrispondente alle loro aspirazioni che decidono di acquistarlo. Il loro sogno era quello di creare un’azienda agrituristica biologica e di organizzare delle attività economiche a impatto zero, basate sulla utilizzazione delle risorse provenienti soprattutto dalla vegetazione mediterranea spontanea.

    Immediatamente hanno dotato il podere di un impianto fotovoltaico per la produzione dell’energia solare in modo da rendere l’azienda auto-sufficiente dal punto di vista energetico. Durante i periodi di soleggiamento l’impianto produce una quantità d’energia superiore alle necessità dei due edifici e delle attrezzature elettriche utilizzate per le attività in azienda, tant’è che, con la parte eccedente si possono caricare delle batterie che accumulano l’energia necessaria per i periodi di scarso soleggiamento. Siccome quest’azienda non è collegata all’Enel, la famiglia, cerca di vivere adeguando i ritmi della propria vita all’alternanza stagionale, prestando massima attenzione a regolare l’utilizzazione degli elettrodomestici in base alle scorte energetiche a disposizione e cercando di razionalizzare il consumo, in modo da avere a disposizione l’energia sufficiente al fabbisogno in tutti i periodi dell’anno.

    Il progetto, in gran parte realizzato da Fulvio e da sua moglie, è quello di ricostituire le specie della macchia mediterranea, laddove risultano degratate o assenti, per svolgere delle attività economiche basate sull’utilizzazione tradizionale dei frutti e delle essenze estraibili dalle piante, adeguando le attività stesse ai ritmi biologici e stagionali specifici di ciascuna pianta.

    L’azienda si avvale di un particolare impianto di raccolta e riciclaggio delle acque nere. Non c’è un impianto fognario o una fossa collegata a impianti di smaltimento tradizionali, ma un semplice canneto che funge da impianto fitodepuratore. E’ un sistema, a dir poco straordinario, che si basa sulle sole strategie della natura. E’ incredibile che basti un canneto a depurare gli scarichi della struttura ricettiva (che soprattutto in estate è occupata da un certo numero di ospiti) e della casa abitata dalla famiglia, eppure la spiegazione è semplice.

    Fulvio ci spiega che è stato praticato uno scavo nel terreno per creare il bacino di raccolta delle acque nere. Questo è stato opportunamente impermeabilizzato e richiuso con della ghiaia fine. Lo strato della ghiaia funge da substrato sul quale è stato piantato un fitto canneto di canne canadesi.

    Queste sono delle speciali piante che svolgono la loro funzione depuratrice sviluppando un apparato radicale che si alimenta attraverso la scomposizione delle parti solide dei rifiuti raccolti nella fossa e l’ assorbimento delle sole parti liquide. Queste, seguendo i vasi linfatici vengono filtrate e restituite alla terra depurate. Le canne attraverso un processo di filtraggio depurativo dei liquidi assimilati restituicono acqua potabile che si raccoglie in un serbatoio poco lontano e da qui viene convogliata nell’impianto idrico.

    Nell’azienda sono presenti dei mirteti da cui trarre consistenti quantitativi di bacche necessarie alla produzione del tradizionale liquore e numerosi arbusti di lentisco, il cui sviluppo è seguito con particolare attenzione da Fulvio in quanto intende estrarre da questi il ricercato olio.

    Quest’umile arbusto, presenza costante nei paesaggi costieri del bacino mediterraneo, è stato partecipe del cammino dell’uomo che, nel lentisco, in passato ha trovato una risorsa alimentare, medicamentosa e utile alle più svariate attività produttive. L’olio estratto dalle sue bacche, in passato era considerato “l’olio dei poveri” perché chi non possedeva oliveti propri, si ingegnava nella raccolta dei frutti di lentisco, evidentemente oleosi, consistenti in piccole drupe sferiche che giungono a piena maturazione a inverno inoltrato, diventando di colore blu.

    Oggi la pianta è utilizzata per molteplici scopi, ad esempio se ne ricava l’olio essenziale di lentisco, impiegato in profumeria e nella medicina tradizionale.

    Nell’azienda sono presenti allevamenti di animali da cortile come galline, tacchini, oche e anatre che razzolano liberamente nella radura e sotto le fronde degli ulivi. Questi animali producono le quantità di carne e di uova sufficienti a soddisfare i bisogni della famiglia e degli ospiti dell’agriturismo.

    Non mancano neanche le arnie in questa azienda biologica. Fulvio estrae una parte del miele in autunno, lasciando quella quantità di materia prima necessaria alla sopravvivenza delle api stesse durante l’inverno. Mentre beviamo le parole attraverso le quali Fulvio ci trasmette una serie di conoscenze sulla conduzione di un’azienda eco-sostenibile come questa, accettiamo di chiudere questo incontro con un caffè preparato da lui e senza renderci conto il tempo è passato…eravamo ormai immersi in questo clima di totale serenità ed è difficile ripartire.

  • Frantoio Rubiu

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    Abbiamo visitato il frantoio della famiglia Rubiu gestito attualmente da Nicoletta Rubiu che ha ereditato la proprietà dello storico frantoio dal padre, il quale aveva già avviato l’attività negli anni 50. Questo frantoio rappresentava un centro di produzione olearia all’avanguardia per quel periodo in questo distretto agrario che forse, per la produzione olearia è sempre stato il più importante della regione del Sulcis-Iglisiente. Queste dolci colline affacciate sulla costa dell’estremo sud della Sardegna godono di una posizione ideale per lo sviluppo dell’ulivo che insieme alla vite rappresenta la coltura più diffusa. La specie più utilizzata per la produzione dell’olio è rappresentata dalla “Bosana“, accanto alla “tonda di Cagliari” specie risultante da una serie di incroci ottenuti da successivi innesti praticati sui secolari o millenari ulivi di cui il territorio è ricco. Coltivato, invece, sopratutto per la conservazione del prodotto in salamoia è l’ulivo di “Pizz’e Carroga“.

    Entriamo nel frantoio e allo stesso tempo siamo dentro quella tipica atmosfera densa del profumo amarognolo dell’oliva frantumata, dove piccoli gruppi di donne e uomini attendono il turno della macinazione delle proprie olive sostano piacevolmente immersi in questo profumo e scambiandosi una serie di informazioni di cui è difficile captare le parole, ma al cui contagio non ci si può sottrarre. Lo stesso ambiente, le stesse sensazioni che si potevano sentire entrando nel frantoio di una volta.

    Certo, oggi non troviamo la possente macina di granito che è stata comunque conservata dalla famiglia con le cure dovute a un monumento storico, non c’è più il bue che con la sua forza muscolare faceva ruotare la macina sotto la quale le olive si frantumavano, spruzzando tutto intorno il liquido giallo dal profumo amarognolo così tipico del frantoio e intorno al quale si raccoglieva tutta la comunità. Oggi mancano tutti questi elementi che si potevano ritrovare in un frantoio dello scorso secolo, ma rimane la stessa atmosfera: profumi mediterranei e la presenza dei proprietari delle olive che, rilassati, aspettano il turno della macinatura ben contenti di concedersi il piacere ineguagliabile di assistere ai vari passaggi che le proprie olive dovranno subire per essere definitivamente trasformate nel dorato liquido che sarà l’ingrediente base indispensabile per la preparazione di qualunque piatto presente sulle loro tavole: dalla semplice bruschetta intrisa d’olio da degustare, alle insalate più diverse, dalla base per i sughi agli stufati. Qualunque piatto per essere preparato avrà bisogno di questo indispensabile ingrediente: l’olio.

    Le olive portate dai singoli proprietari vengono depositate dentro dei contenitori quadrati in attesa di essere trasferite in un apposito carrello ribaltabile e da qui passate in un grande contenitore a forma di imbuto che, dopo averle ingoiate, le rilascerà per consentire il loro passaggio su un nastro rotante, il quale ha il compito di trasportarle nella tremoggia che, liberando le olive da tutti i corpi estranei che le accompagnano fin dal momento dalla raccolta (terriccio, foglie, rametti e quant’altro), le trasferisce nella lavatrice dove vengono lavate nell’acqua corrente. Una volta lavate, le olive entrano nel frantoio che le ridurrà in un mix composto dalla fragrante poltiglia oleosa e dai frammenti duri e amarognoli del nocciolo. Questo mix viene suddiviso in differenti vasche munite di lame rotanti che trasformerà la poltiglia in una pasta più omogenea, la quale sarà poi indirizzata nella seconda centrifuga a più elevato numero di giri, in grado di dividere la parte solida dalla parte oleosa. La sansa (la parte legnosa) viene espulsa attraverso un tubo che la conduce all’esterno. L’acqua seguirà la sua direzione e l’olio sarà raccolto in un contenitore, pronto per essere imbottigliato e portato a casa dai singoli proprietari. Gli scarti componenti la sansa possono essere usati in modo diverso: come mangime per gli animali (maiali, galline); dopo un periodo di compostaggio, come ottimo emendante vegetale del terreno, rientrando così nel ciclo biologico completandolo.

    Un terzo modo di utilizzare gli scarti è quello di sottoporre la sansa ad un successivo passaggio di trasformazione con il risultato di separare ulteriormente le parti più dure del nocciolo che costituiranno un sorta di pellet da usare come combustibile per il riscaldamento.

  • Cooperativa Pescatori San Giuseppe

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    A pochi passi delle famose dune bianche di Porto Pino, visitate da tutti turisti di passaggio per la loro spettacolarità, si trova la laguna di Porto Pino. Qui, nella lingua di terra che separa i canali e gli specchi lagunali dalla larga bocca a mare, che alimenta il complesso sistema delle acque interne retro-dunali, troviamo i lavorieri che permettono il concentrarsi del flusso in uscita dei pesci, i quali, percorrendo la via per tornare al mare da dove sono venuti, sono costretti a rallentare il loro movimento in quanto gli sbarramenti costruiti dai pescatori li costringono attraverso un’unica e sempre più angusta via verso una falsa uscita. Si affollano tutti insieme proseguendo contro corrente richiamati dall’alta marea verso il mare, senza tornare mai indietro, fino a restare fatalmente imbottigliati.

    La ragione per cui il pesce lascia il mare aperto per raggiungere la laguna è nota: alla ricerca del cibo facile da raggiungere, il pesce è naturalmente spinto verso gli specchi d’acqua più calmi e seguendo i margini più tranquilli e più ricchi di cibo degli spazi marini costieri, finisce per trovare le calme e meno insidiose acque delle lagune retrodunali, ricche di cibo. Quindi, i giovani pesci che sono nati nel mare, durante il loro peregrinare, istintivamente procedono verso le lagune. Qui, trovano cibo abbondante e possono nutrirsi senza dover correre troppi pericoli attraversando aree di mare aperto frequentate da troppi predatori.

    Qui si nutrono e crescono, fino a che raggiungendo la maturità, l’istinto li spinge a tornare al mare per deporre le uova o semplicemente per ritornare nel loro ambiente naturale. Infatti, la salinità e la temperatura della laguna così variabili non rappresentano l’ambiente ideale per permettere alle uova di schiudersi, perciò, ai pesci non rimane altro da fare che tornare lì, nell’ambiente marino dove le condizioni per la riproduzione sono più adatte. Questo ciclo è conosciuto da millenni dall’uomo che fin dall’origine della sua vita ha abitato le coste e soprattutto ha trovato nei bacini marini interni serbatoi di cibo per sè e per il gruppo. Ciò ci permette di capire che chi ha raccolto questa eredità ha un’esperienza che viene da molto lontano. Qui, nella laguna di Porto Pino, i pescatori della cooperativa di San Giuseppe, giornalmente eseguono queste operazioni nel modo tradizionale e secondo le tecniche ormai millenarie, di raccolta del pesce imbottigliato all’interno delle strette bocche dei lavorieri e di recupero dei pesci catturati dentro i bertavelli posizionati lungo gli sbarramenti fissi in aperta laguna. Il lavoriere è uno sbarramento poligonale assemblato nel canale dove il pesce deve passare per raggiungere il mare. Lo sbarramento è abbastanza grande: ha un’apertura di 10-20 cm e una larghezza che si estende su tutto canale. Quindi, quando un pesce è entrato nello sbarramento, non ha più alcuna possibilità di salvezza: non tornerà più indietro perchè la sua strada è unidirezionale, verso il mare, contro corrente.

    Troviamo Carlo e altri componenti della cooperativa alle 8 del mattino, quando sono già a buon punto con il lavoro: hanno già avviato tutte le operazioni relative al pescato giornaliero. I pesci vengono catturati vicino alle bocche dentro i lavorieri a giostra dove si trovano radunati nella fase dell’alta marea, nel loro tentativo di raggiungere il mare. Dopo una prima selezione tra le orate da una parte e saraghi pizzuti, saraghi fasciati, salpe e muggini dall’altra parte, si procede a una seconda selezione attraverso la quale i pesci delle respettive specie che non hanno raggiunto le dimensioni opportune per la commercializzazione, vengono liberati nel canale attiguo ai lavorieri. Il canale comunicante con lo specchio di laguna interno è provvisoriamente sbarrato con una rete che impedisce l’uscita immediata dei pesci piccoli, ma succesivamente la rete dello sbarramento sarà rimossa per permettere ai pesci più grandi di nutrirsi in laguna, fino a quando, spinti dalla necessità di tornare al mare per deporre le uove o per altre ragioni naturali, riprenderanno il loro movimento controcorrente, durante la fase dell’alta marea ripercorreranno a ritroso lo stesso cammino fatto per entrare dal mare nella laguna, ma confluiranno obbligatoriamente nelle false bocche a mare offerte dai lavorieri a giostra e qui resteranno incuneati per poi essere raccolti andando a costituire il pescato giornaliero.

    Al momento della selezione finale, gli acquirenti locali e i tanti gatti, che frequentano questi luoghi per procurarsi il cibo scartato dai pescatori, si radunano intorno ai pescatori per assistere alla loro ultima operazione che consiste nello smistare e sistemare i pesci già selezionati in singole cassette nella quantità richiesta dai clienti.

    ll giorno successivo alla nostra visita ai lavorieri, siamo stati invitati a salire sulla barca di Raffaele e Samuele, rispettivamente padre e figlio ed entrambi soci della cooperativa, per ritirare i bertavelli sistemati in strutture fisse dove si spera di trovare le anguille.

    E’ mattino presto, abbiamo il privilegio di assistere all’alba sulla laguna, l’acqua è liscia e trasparente, la superficie è quasi immobile, solo lievemente segnata dai cerchi concentrici prodotti dal lento e delicato impatto dei remi manovrati da Raffaele. Questo è un altro tipo di pesca: si recuperano i bertavelli sistemati il giorno prima parallellmente alla rete di sbarramento fissata perpendicolarmente al margine a terra e protesa verso il centro della laguna per circa 200 metri. I pescatori sperano di poter portare a casa un abbondante pescato, ma oggi il risultato è abbastanza magro: purtroppo dentro i tanti bertavelli, collocati ad una distanza di circa 30 metri di uni dagli altri, troviamo solo pochi chili di ghiozzi, uno scorfano e due piccole anguille.

    Raffale e Samuele ci spiegano che la il prodotto della pesca in laguna non è sufficiente ad assicurare un reddito minimo ai soci, infatti, accanto a questo tipo di pesca che viene praticata da ottobre a marzo, deve essere esercitata la pesca in mare per il restante periodo dell’anno, da aprile a settembre.

    Torniamo alla base dove troviamo Carlo, il quale ci ha fornito fin dall’inizio tutte le informazioni relative alla storia della cooperativa e della laguna, oltre ad averci mostrato le varie attrezzature usate per la pesca, impreziosendo la nostra scarsa conoscenza sul mondo della pesca lagunare di insperati e sorprendenti apprendimenti.

    Ci parla ancora delle diverse funzioni assolte dalla laguna, infatti, non è solo un ricco bacino atto a fornire queste forme di pesca tradizionale il quale ci spiega ancora alcune funzioni della laguna. Infatti, la funzione primaria e fondamentale della laguna è alimentare le saline di Sant’Antioco. Per assolvere a questa primaria funzione, a maggio l’acqua del mare viene pompata da due idrovole che assicurano un maggiore flusso di acqua in laguna e spingono una grossa massa d’acqua provveniente dal mare lungo il canale che va da Porto Pino all’impianto delle saline a Sant’Antioco.

  • Agriturismo Sa Tiria

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    ”Sa Tiria” è un’azienda a conduzione familiare radicata da secoli nel territorio e tradizionalmente dedita sia all’allevamento di ovini e suini, che all’agricoltura, ma circa dodici anni fa, la famiglia ha preso la felice decisione di allargare le funzioni aziendali con la ricezione turistica che ad oggi ha sviluppato con successo un’ulteriore serie di funzioni parallele, di natura educativo-culturale relativa allo sviluppo territoriale sostenibile, resa possibile dalla multifunzionalità della struttura di accoglienza.

    Il territorio dell’azienda si estende per circa 150 ettari ed è suddiviso in varie aree: area destinata alla struttura agrituristica e a giardino, zona boscata, campi coltivati a ortaggi, oliveti, ampie radure dove pascolano libere le pecore e recinti per l’allevamento suino. La famiglia coltiva il foraggio destinato a integrare l’alimentazione delle pecore soprattutto nei periodi di siccità, quando per la carenza delle piogge, l’erba comincia a scarseggiare e non mancano, in un’azienda di tali estensioni, le aree destinate al rimboschimento con arbusti, alberi di alto fusto della macchia mediterranea e pini.

    Lungo una delle scarpate, un certo numero di massi di granito in posizione dislocata rispetto alla loro sede naturale, testimoniano l’utilizzazione della rupe granitica come cava per l’estrazione di materiale edilizio, attività, questa, già da qualche decennio, interrotta.

    L’azienda, posta poprio di fronte alla strada provinciale, interrompe gradevolmente i declivi delle colline per disporsi tra le discese a mare che, partendo dalla spianata davanti alla truttura ricettiva finiscono nella linea di costa, e la sequenza di colline di colonnato granitico grigio e rosso che, dietro gli edifici fanno da corona alla vallata inondata di sole e di luce marina.

    Il motivo del successo dell’ampliamento funzionale dell’azienda si può leggere nelle lungimiranti vedute che sembrano aver guidato l’intera famiglia in tutte le scelte che partono dalla trasformazione delle strutture (oltre all’ampliamento e alla ristrutturazione degli edifici preesistenti, sono state aggiunte strutture destinate all’ospitalità dei turisti, alla ristorazione e ricezione, e altri spazi sapientemente disposti nell’area di pertinenza, destinati ad altre funzioni), alla sapiente gestione dell’agriturismo, principalmente svolta dalle sorelle Carla e Linda, coadiuvate dai fratelli Lucio e Salvatore e naturalmente supportata dalla poco visibile, ma amabilissima presenza dei loro genitori.

    La gestione dell’attività di ricezione è però principalmente seguita dalle due giovani donne dal sorriso così aperto e caldo quanto sicuro e non privo di intelligente ironia. Preciso e competente è il loro modo di proporre e di suggerire i luoghi da visitare, le amenità e le tradizioni locali, le spiagge più spettacolari e quanto altro può concernere il benessere dell’ospite.

    La presenza alacre e costante delle sorelle si esprime attraverso la loro innata abilità nella scelta dei piatti in cucina; nella cura puntigliosa dedicata giornalmente alla struttura e al suo funzionamento e nella relazione sempre pronta e premurosa, ma discreta ed opportuna stabilita con gli ospiti.

    Ogni tanto si incontrano i genitori e l’uno o l’altro dei due fratelli che ovviamente collaborano nell’esercizio turistico, oltre a seguire le attività agricole e zootecniche, ma l’anima sempre presente è quella delle due sorelle, che sembrano essere nate per accogliere, per creare tutti i presupposti umani e professionali necessari ad apprestare alle persone e agli spazi adibiti all’ospitalità ogni sorta di attenzione, mantenendo sempre un contegno spontaneo e diretto, familiare, ma allo stesso tempo riservato e delicato.

    Che tutta la famiglia sia poi dotata di un gusto particolarmente attento alla tradizione, ma anche proiettato verso tutto ciò che, dello stile moderno risulta conciliarsi son la sobrietà dello stile architettonico e artistico sardo, lo si può ben vedere, sia nella decisione di realizzare una struttura lineare, disposta prospetticamente in posizione asimetrica, sia nelle scelte degli arredi interni dell’ ampia e luminosa sala ristorante, dei mobili e delle cucine assolutamente funzionali e moderni, installati nella sala ampia, luminosa e ben arieggiata destinata alla preparazione dei pasti. Un ambiente sempre denso di aromi genuini, di profumi dei piatti locali e da cui provengono tutti i pasti per gli ospiti:

    • a cominciare dalla colazione assolutamente di prima scelta, completa di tutti gli elementi nitritivi e delle sostanze necessarie per iniziare la giornata con un alta carica energetica (marmellate ottenute dai frutti delle piante mediterranee come, i corbezzoli, le mele cotogne, le prugne e quant’altro; yogurt e ricotta fresca; formaggi pecorini locali e affettati, tutti prodotti dalla casa, frutta biologica di stagione…);
    • per finire con la cena sana, equilibrata, variata e tipicamente sarda, quindi costituita da prodotti locali: antipasti, primi piatti fatti in casa (tortelli di formaggio e ricotta malloreddus con salsiccia e pomodoro, fregola, tagliatelle), ricchi e caratteristici secondi piatti (agnello arrosto, pecora in umido e arrosto, maialetto arrosto, coniglio alla cacciatora) completi di contorni di verdure cotte, insalate miste, olive, patate arrosto verdure grigliate olive e ancora formaggi locali e per finire, la frutta e l’immancabile dolce sempre diverso creato dalle mani delle sorelle. Il tutto accompagnato dagli ottimi vini della casa e, per concludere, il liquore di mirto.

    Ci accompagna la costante sensazione che tutti gli aspetti della gestione siano dettagliatamente curati non solo all’origine, ma costantemente: momento per momento. Ci sembra anche che ogni minimo particolare relativo sia alla vita degli ospiti che alla efficienza dei locali di pertinenza esclusiva del singolo ospite e quelli riservati alla vita comune formino oggetto di continua attenzione.

    Infatti, i locali dedicati alla ricezione, al soggiorno esterno nelle verande (anche esse ben arredate e efficacemente predisposte per la piacevole sosta degli ospiti durante i momenti di relax), le ampie e luminose camere e i bagni, il ristorante e le cucine, i giardini terrazzati antistanti la struttura sono attentamente sottoposti a giornaliere e minuziose pulizie e a continui miglioramenti.

    Tutto è perfettamente pulito e curato negli interni: dalle ampie vetrate e dai pavimenti della immensa sala ristorante, con i tavoli coperti da tovaglie immacolate perfettamente stirate, agli appartamenti con spaziosissime e luminose camere munite di bagno e antebagno; e, negli spazi esterni, dalle alte verande sulle quali si aprono le rispettive camere, ai giardini terrazzati prospicienti le verande .

    La struttura ricettiva, articolata in diversi corpi di fabbrica disposti prospetticamente, si estende trasversalmente sul pendio della collina, mettendo in bella mostra un ampio porticato aperto a ventaglio, quasi ad abbracciare tutti gli oliveti sparsi a semicerchio tra la struttura e i declivi più in basso che degradano verso la costa incontrando, nel loro ultimo punto di fuga, il profondo blu del mare posto lì, a poche centinaia di metri, proprio di fronte all’agriturismo. La struttura perfettamente soleggiata e arieggiata, grazie alla sua esposizione a mezzogiorno, è composta da una serie di edifici preceduti da un giardino ampio e rigoglioso, un tripudio di colori: bouganville, tante specie di piante rampicanti dalle fioriture accese, azalee, rose, gerani, fiori stagionali, oleandri e ancora olivi e piante mediterranee.

    Il sole riempie tutti gli spazi penetrando le linde camere che si aprono dietro il colonnato in mattoni che sorregge il tetto del porticato supportato da una robusta travatura di legno.

    Abbiamo trascorso un soggiorno veramente incantevole in questo immenso tratto costiero disegnato dalle linee collinari inondate di luce e profumate di macchia e di salsedine marina, avvolti dall’atmosfera dolce di quest’autunno solare e dalla calda accoglienza della famiglia.

  • Le serre dei pomodori di Cristiana e Tiziana Vargiu

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    Efisio Vargiu, oltre a fare l’allevatore di capre, ha continuato a tenere in funzione anche l’azienda agricola lasciatali in eredità dal padre. La sua famiglia si compone anche di altre due giovani figlie, Tiziana e Cristiana, le quali si occupano della coltivazione di pomodori all’interno di 2 serre, di Ha 2.5 ciascuna: sono state installate nel terreno di proprietà familiare, situato nella pianura di Santa Margherita di Pula, in prossimità della casa di abitazione della famiglia.

    Dunque la famiglia Vargiu, anche attraverso i più giovani discendenti (tutti i figli Vargiu hanno un età compresa tra 25 e 35 anni) continua la tradizione familiare svolgendo le due attività economiche parallele: zootecnia e agricoltura. Insieme a Cristiana e Tiziana, anche Giuseppe alterna le sue prestazioni tra l’allevamento delle capre e l’azienda agricola, dividendosi tra la regione collinare dove si trova il pascolo e la pianura litoranea dove sono le serre. La mattina aiuta il padre sulle colline dove pascolano le capre e per il resto del tempo collabora a tutte le fasi della coltura all’interno delle serre. In un’estensione di circa 10 ettari di pianura si trovano, oltre alle serre, la casa di abitazione della famiglia circondata da uno splendido giardino e la struttura dentro la quale viene conservato il latte delle capre dopo la mungitura e prima della consegna al caseificio. Nella stessa struttura c’è anche un macchinario attraverso il quale i pomodori vengono separati in base al calibro prima di essere venduti.

    Al nostro arrivo c’è la Sig. Maria Teresa che ci ha accompagnato all’interno delle serre dove troviamo le due figlie, Tiziana e Cristiana, che ci accolgano con un caldo sorriso. Dopo aver terminato i loro studi i fratelli Vargiu responsabilmente e con una consapevolezza rara tra i giovani di quella età, hanno deciso di prendere in mano le redini dell’azienda.

    Poichè mentre ci parlano di questa scelta, che dovrebbe essere abbastanza difficile per la loro età, non perdono il loro ineffabile sorriso, siamo indotti a chiedere loro se abbiano mai sentito il peso di questa decisione. Le due sorelle ammettono che la loro scelta è stata sicuramente consapevole, ma anche sofferta. Comprendiamo subito il significato delle loro parole quando, ascoltandole mentre ci spiegano le varie fasi della coltivazione, le vediamo all´opera.

    Inoltrandoci attraverso i filari dei pomodori, percepiamo la differenza del clima all’interno delle serre rispetto a quello esterno. Siamo quasi a novembre, ma in questa regione ci sono ancora le temperature estive (28C). Il terreno è arido, il caldo è asciutto, fuori, non piove dallo scorso inverno. All’interno delle serre, invece, il clima e´ caldo-umido, a temperatura costante (26 gradi). Questi parametri sono necessari per lo sviluppo della coltura. Il tipo di pomodoro coltivato in queste serre raggiunge un diametro di 45-55 mm alla maturazione. E’ un pomodoro da insalata che rimane croccante, ciò significa che conserva la sua consistenza anche quando raggiunge la completa maturazione. Per queste sue qualità ha una buona collocazione nel mercato.

    La prima fase del ciclo produttivo, quella della piantagione, ha luogo nei primi giorni di settembre. Le serre sono adottate di un impianto di irrigazione a goccia. Nei solchi preventivamente scavati nel suolo passa un tubo con i giocciolatoi e ogni piantina, dell’altezza di circa 10 cm, al momento della vessa a dimora viene piantata in corrispondenza di ciascun giocciolatoio, a circa 30 cm l’una dall’altra.

    Quando dalla pianta madre nascono i vari getti, è necessario decidere se sia conveniente lasciare che si sviluppino due o tre getti. Qui si è deciso di lasciarne tre, è stata adottata la cosiddetta tripla via.

    La seconda fase della coltivazione è l’attorcigliatura: le tre diramazioni che prendono vita dai tre getti della pianta madre, chiamate feminelle, si sviluppono molto rapidamente in altezza e per evitare che si ripieghino verso il suolo devono essere attorcigliate a uno spago teso che è legato alla base di ciascuna femminella e, in alto, ai fili metallici che segnano il limite al quale si vuole far arrivare lo sviluppo della pianta. Un’altra operazione da eseguire in tutte le fasi di crescita della pianta è la sfogliatura. Con la sfogliatura si effettua anche controllo delle condizioni di salute della pianta. Infatti, controllando le foglie si può capire se la pianta è sana o no. Abbastanza frequentemente le foglie rivelano le condizioni di salute della pianta. Quando, per esempio, la pianta è attaccata da una malattia fungina com’è il malbianco, le foglie si ricoprono di chiazze bianche ben riconoscibili.

    Quando la pianta arriva all’altezza del filo metallico, si procede al suo abassamento, per evitare che gli elementi nutritivi ceduti dal suolo alle radici si disperdano alimentando dei rami troppo lunghi a discapito del fabbisogno di nutrimento dei frutti. Infatti, l’altezza ottimale della pianta è quella che consente la fruttificazione in sette punti del tronco chiamati palchi. L’abbassamento della pianta consente un migliore sviluppo dei frutti e permetterà un raccolto del primo palco a soli tre mesi dalla piantagione. Via via si raccoglieranno poi i frutti dei palchi più alti, che uno dopo l’altro giungeranno a maturazione, finchè l’ultimo taglio si effettuerà alla fine di giugno. Prima di essere ritirati dagli acquirenti, i pomodori raccolti passano in un macchinario attraverso un sistema di calibratura che li seleziona in base alle dimensioni.

    All’interno delle serre ci sono anche delle arnie che accolgono numerosi bombi, questi sono degli insetti che provvedono al processo di ormonazione, trasportando il nettare da un fiore all’altro.

    Il diserbo viene effettuato manualmente e per evitare che nei punti in cui passano i gocciolatoi, l’acqua si espanda oltre il necessario, favorendo uno sviluppo più diffuso dell’erba, si praticano dei solchi del terreno allo scopo di contenere lo scorrimento dell’acqua nel letto del solco, limitando così l’invasione dell’erba.

    Tra i mesi di luglio-agosto il terreno deve essere di nuovo predisposto per accogliere la successiva piantagione, quindi, si parte con l’estirpazione delle piante vecchie, la rimozione delle zolle, lo spargimento del letame e reinstallamento degli impianti d’irrigazione.

    Così è già settembre, il terreno è pronto per un nuovo ciclo produttivo…tempo di mettere a dimora le nuove piantine…

  • Azienda di allevamento caprino di Efisio e Giuseppe Vargiu

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    Lasciamo la strada provinciale che dal Comune di Pula conduce verso la zona di ”Is Smolas” superando campi da golf e vivai, serre e aziende agricole, per inoltrarci attraverso ombrose strade coperte dalle fronde dei giganteschi pini ad ombrello nella zona delle colline demaniali. In questa area, in passato dominava la vegetazione spontanea, la macchia mediterranea, che era stata completamente distrutta durante il ventennio fascista per far fronte alle richieste di legnami necessari per la costruzione della ferrovia. Successivamente si pensò di effettuare il rimboschimento dell’area con la piantagione dei pini.

    Ci troviamo in una regione del territorio di Pula, caratterizzata da una sequenza di bassi, ma ripidi e improvvisi rilievi intersecati da piccole valli scavate e modellate sinuosamente dal percorso di un torrente. Del torrente, veramente si può vedere solo il letto formato da bianchi ciottoli levigati e ciottoli più consistenti di granito rosso, lo stesso granito rosso che delinea le ardite creste di queste colline che si inseguono, una dietro l’altra, senza soluzione di continuità. Il letto del fiume è completamente asciutto in questo momento, non piove da quasi un anno, ma nonostante la siccità, qui non sembra davvero che la vegetazione sia sofferente: le chiome dei pini sono straordinariamente verdi e rigogliose, l’unico segno di aridità è rappresentato dal letto pietroso del fiume, il resto del paesaggio è un oceano di fronde di colore verde smagliante; l’aria è satura dei profumi di resine e degli aromi dei piccoli arbusti della macchia residuale che, tra un pino e l’altro, cerca di riconquistare il proprio territorio.

    Attraversiamo il letto del torrente e salendo per la scarpata della collina arriviamo alla cima, qui ci fermiamo tra due pini giganteschi, quasi abbagliati dalla luce improvvisa che penetrando nella pineta accende i colori e ingoia fino all’ultimo filo d’ombra. La foresta di pini si apre di colpo per mostrare una fantastica visione: un’ampia vallata rocciosa dalle pareti scarpate e appena ricoperte da una bassa gariga dalle varie tonalità del colore verde, in contrasto con il colore rosso delle colonne di granito che, si librano staccandosi dagli arbusti e tendendosi, come le canne di un organo roccioso, verso un cielo assolutamente azzurro.

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    Tra il colonnato granitico e la sporadica gariga, il pendio della collina si fa radura e dalla radura si staccano le figure delle capre che ad una ad una, poi a decine, avanzano rapidamente scendendo lungo la ripida scarpata per raggiungere l’ovile dove troviamo Efisio Vargiu, il proprietario dell’allevamento caprino, che aspetta il rientro dei suoi animali, insieme al giovane figlio Giuseppe.

    Efisio racconta che, fin da bambino aveva seguito il padre nell’attività, prima solo per gioco, poi per propria scelta. Non sembra che anche più avanti nel tempo, una volta diventato adolescente, fosse mai stato costretto ad abbracciare questo lavoro, anzi, il padre stesso, nel corso degli anni aveva cominciato a dedicarsi all’agricoltura, impiantando un vigneto di considerevoli estensioni in un terreno acquistato nella zona pianeggiante della fascia costiera di Santa Margherita di Pula. La sua intenzione infatti era quella di ridurre gradualmente il numero dei capi che componevano il gregge, per abbandonare definitivamente l’attività di allevatore di capre che richiedeva troppi sacrifici, non supportati da adeguati guadagni.

    Al contrario del padre, invece, Efisio voleva incrementare la consistenza del gregge perchè considerava questa attività come la più importante. Deciso a dedicarsi anima e corpo ai suoi animali era riuscito a portare il numero delle capre a 500. Insomma, non ha mai pensato neanche per un momento di abbandonare quest’attività: ”Questa è la mia vita”! Dice Efisio senza ombra di esitazione o di ripensamento. Oggi, nonostante tutte le difficoltà, lo accompagna il figlio Giuseppe, anche lui profondamente convinto di volere seguire la strada tracciata dal padre accettandone tutti i disagi. Non c’è alcun dubbio. Sono uomini sicuri di sè, sanno cos’ è la vita autentica e non intendono rinunciarvi. Non vogliono cambiare la loro vita. Cominciamo a capire anche noi che, per loro, questo lavoro non è solo una passione, ma è uno stile di vita irrinunciabile. Non c’è spazio per desiderare qualcosa di diverso: questo è un modo di vivere secondo le regole e i ritmi della natura e, come dovremmo sapere, non è possibile andare contro natura.

    Nonostante Efisio affermi di essere nato per fare questo lavoro e di non essersi mai pentito della strada intrapresa, denuncia le grandi difficoltà che si incontrano attualmente nel mercato e anche nella ricerca della disponibilità di grandi estensioni di terreno necessarie per il pascolo.

    Purtroppo anche la tenacia e la sicurezza di un personaggio come Efisio è messa alla prova continuamente da questi problemi. Evidentemente questa è un’attivatà da salvare, sostenere e incrementare a qualunque costo. E’ impossibile che coloro che si occupano di politica economica non vedano il valore dei sacrifici compiuti dai pastori per salvare il proprio lavoro e garantire l’offerta di un prodotto di eccellenza al mercato. Chiunque si interessi di economia, capirebbe che occorre intervenire concretamente per supportare un’attività di primaria importanza come l’allevamento del bestiame. In altre parole, il settore della zootecnia per sopravvivere ha bisogno di tutele e di supporto economico. Efisio si chiede come mai i politici siano così ciechi da non vedere in quali difficoltà si dibattono gli allevatori come lui che, per esempio, deve pagare anche la concessione allo stato per poter utilizzare un’area necessaria al pascolo e alla vita del gregge. Questa è un’attività umana che va incontro alla totale estinzione.

    Efisio esprime la sua amarezza: “noi ci sentiamo molto tristi quando vediamo che altri cittadini possono utillizzare la stessa area in cui pascolano le nostre capre, per l’esercizio della caccia, senza pagare niente, mentre noi dobbiamo pagare dei diritti allo stato per poter lavorare garantendo la sopravvivenza ai nostri animali e a noi stessi”.

    Siamo all’interno del recinto anche noi. Efisio e Giuseppe sono all’ingresso dove le capre arrivano sfilando ad una ad una davanti a loro lasciandosi accarezzare sul collo. Entrando nel recinto ci scrutando con un’espressione incuriosita e tollerante allo stesso tempo: capiscono che noi non siamo molto in sintonia con l’ambiente, forse siamo una specie strana, ma infine, nonostante quella vaga ombra di diffidenza nel loro sguardo, si lasciano accarezzare anche da noi.

    Efisio le riconosce ad una ad una e le chiama per nome. Sembra incredibile che si possa stabilire un così stretto rapporto affettivo tra ogni singolo animale e l’uomo.

    Oggi, seguire un gregge come questo è molto più difficile che in passato, Efisio ci spiega che le difficoltà sono tante per cui il numero dei capi attualmente si è ridotto a 190. Comunque, si tratta pur sempre di un numero abbastanza grande per poter fissare in mente tutti i nomi…Cerexia, Bellina, Scamminada, Sposixedda, Scriana, Rubidosa, Anixedda…e…non possiamo elencarli tutti…

    Chiamare gli animali per nome è un atto di riconoscimento di fondamentale importanza perchè ciascun animale possa acquistare una propria identità e stabilire un rapporto individuale e unico con l’uomo, sviluppando così un atteggiamento di totale fiducia nei suoi confronti. Un legame che si stabilisce dal momento della nascita e durerà fino alla morte dell’animale: il pastore dovrà poi riconoscere e dare ai cuccioli lo stesso nome delle rispettive madri. Solo un padre affettuoso può essere in grado di ricordare 190 nomi e riconoscere fisionomicamente ogni singolo animale, ma questo suo affetto è ben ricambiato in quanto consente all’uomo di assumere il pieno controllo del gregge e lavorare in totale simbiosi con esso.

    Per avere il controllo del gregge, a parte la relazione simbiotica tra l’animale e l’uomo, vi sono molto altre conoscenze che il pastore deve acquisire. La principale fonte di reddito è rappresentato dal numero dei capretti che vedrà la luce e che potrà essere venduto, perciò, il pastore deve seguire puntigliosamente tutto il ciclo riproduttivo di ciascun animale in quanto il suo principale obiettivo è quello di assicurarsi la massima consistenza numerica della figliata. Questa consistenza è dovuta soprattutto alla razza, alla stagione, al numero dei parti e allo stato di nutrizione dell’animale. E’ necessario individuare il periodo estrale del becco; fare una diagnosi di gravidanza della femmina e tener conto che, in caso di mancato concepimento durante la stagione riproduttiva, molti animali torneranno in calore da 17 a 23 giorni dopo l’accoppiamento.

    Seguendo il ciclo riproduttivo, Efisio e Giuseppe devono annotare scrupolosamente tutti i dettagli come, l’inizio del periodo in cui il becco va in cerca delle femmine per la monta (giugno – agosto/settembre) e le date precise in cui ogni fattrice si accoppierà. Dal momento del concepimento bisognerà contare i giorni, perchè da quella data, dovranno passare 5 mesi meno 5 giorni (tale è la durata della gestazione), prima che il capretto possa vedere la luce. Efisio e Giuseppe devono rendersi conto dell’avvicinarsi del momento del parto per fare in modo che questo avvenga possibilmente all’interno dell’ovile e sotto il loro controllo.

    La capra che partorisse durante le ore del pascolo, lontano dall’ovile potrebbe trovarsi in difficoltà e senza l’intervento dell’uomo potrebbe perdere il capretto o mettere in pericolola propria vita, procurando così una grave perdita al pastore. A questo proposito, Efisio si dichiara molto orgoglioso di Giuseppe che, sorprendentemente, secondo lui, dimostra grande abilità e destrezza manuale nell’ intervenire in aiuto della capra o del nascituro. Per esempio, nel caso in cui il capretto si trovi in una posizione sbagliata al momento della nascita causando gravi difficoltà alla partoriente, Giuseppe interviene prontamente e con successo allievando il travaglio della madre e facilitando la nascita del cucciolo.

    Qualche volta può succedere che la capra al momento del parto si trovi lontano dal recinto, ma in tal caso, siccome il piccolo è immediatamente in grado di reggersi sulle sue zampine e arrivare fino alla madre e attaccarsi alla mammella, la capra non si allontana dal cucciolo nei suoi primi giorni di vita, per evitare di esporlo al rischio di divenire preda di altri animali. A circa tre giorni dalla nascita, quando le zampe del capretto sono abbastanza robuste e in grado di percorrere senza incidenti il tragitto fino all’ovile,la madre vi fa ritorno insieme al suo cucciolo. Nella quasi totalità dei casi, comunque, il parto avviene sotto il controllo di Efisio e Giuseppe.

    Nei primi 35 – 40 giorni della loro vita i capretti passano il tempo tra il grande recinto e la propria cuccia di legno costruita dal pastore per proteggerli dal freddo e dagli eventuali predatori. In questa cuccia, ogni 24 ore, la mattina, al rientro della madre, ogni capretto riceve la sua poppata. Purtroppo il capretto, che rappresenta la principale fonte di reddito del pastore, è destinato al mercato. Solo una minima parte dei capretti sarà scelta per integrare il gregge. Un prodotto particolarmente richiesto è il caglio, un tipico formaggio che non è il risultato di un processo di lavorazione, ma è costituito dallo stomaco del capretto, estratto all’atto della macellazione. Questo drammatico evento che pone fine alla vita del cucciolo, ha luogo quando l’animale, raggiunto il momento della sua commercializzazione, viene preso e macellato dopo l’ultima poppata dell’ultimo giorno della sua vita. Il suo piccolo stomaco che al momento della estrazione è pieno del latte materno, viene successivamente sottoposto per 2 -3 giorni ad un processo di affumicamento per essere poi venduto allo stesso acquirente del capretto.