Tag: peschiera

  • Cooperativa Pescatori San Giuseppe

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    A pochi passi delle famose dune bianche di Porto Pino, visitate da tutti turisti di passaggio per la loro spettacolarità, si trova la laguna di Porto Pino. Qui, nella lingua di terra che separa i canali e gli specchi lagunali dalla larga bocca a mare, che alimenta il complesso sistema delle acque interne retro-dunali, troviamo i lavorieri che permettono il concentrarsi del flusso in uscita dei pesci, i quali, percorrendo la via per tornare al mare da dove sono venuti, sono costretti a rallentare il loro movimento in quanto gli sbarramenti costruiti dai pescatori li costringono attraverso un’unica e sempre più angusta via verso una falsa uscita. Si affollano tutti insieme proseguendo contro corrente richiamati dall’alta marea verso il mare, senza tornare mai indietro, fino a restare fatalmente imbottigliati.

    La ragione per cui il pesce lascia il mare aperto per raggiungere la laguna è nota: alla ricerca del cibo facile da raggiungere, il pesce è naturalmente spinto verso gli specchi d’acqua più calmi e seguendo i margini più tranquilli e più ricchi di cibo degli spazi marini costieri, finisce per trovare le calme e meno insidiose acque delle lagune retrodunali, ricche di cibo. Quindi, i giovani pesci che sono nati nel mare, durante il loro peregrinare, istintivamente procedono verso le lagune. Qui, trovano cibo abbondante e possono nutrirsi senza dover correre troppi pericoli attraversando aree di mare aperto frequentate da troppi predatori.

    Qui si nutrono e crescono, fino a che raggiungendo la maturità, l’istinto li spinge a tornare al mare per deporre le uova o semplicemente per ritornare nel loro ambiente naturale. Infatti, la salinità e la temperatura della laguna così variabili non rappresentano l’ambiente ideale per permettere alle uova di schiudersi, perciò, ai pesci non rimane altro da fare che tornare lì, nell’ambiente marino dove le condizioni per la riproduzione sono più adatte. Questo ciclo è conosciuto da millenni dall’uomo che fin dall’origine della sua vita ha abitato le coste e soprattutto ha trovato nei bacini marini interni serbatoi di cibo per sè e per il gruppo. Ciò ci permette di capire che chi ha raccolto questa eredità ha un’esperienza che viene da molto lontano. Qui, nella laguna di Porto Pino, i pescatori della cooperativa di San Giuseppe, giornalmente eseguono queste operazioni nel modo tradizionale e secondo le tecniche ormai millenarie, di raccolta del pesce imbottigliato all’interno delle strette bocche dei lavorieri e di recupero dei pesci catturati dentro i bertavelli posizionati lungo gli sbarramenti fissi in aperta laguna. Il lavoriere è uno sbarramento poligonale assemblato nel canale dove il pesce deve passare per raggiungere il mare. Lo sbarramento è abbastanza grande: ha un’apertura di 10-20 cm e una larghezza che si estende su tutto canale. Quindi, quando un pesce è entrato nello sbarramento, non ha più alcuna possibilità di salvezza: non tornerà più indietro perchè la sua strada è unidirezionale, verso il mare, contro corrente.

    Troviamo Carlo e altri componenti della cooperativa alle 8 del mattino, quando sono già a buon punto con il lavoro: hanno già avviato tutte le operazioni relative al pescato giornaliero. I pesci vengono catturati vicino alle bocche dentro i lavorieri a giostra dove si trovano radunati nella fase dell’alta marea, nel loro tentativo di raggiungere il mare. Dopo una prima selezione tra le orate da una parte e saraghi pizzuti, saraghi fasciati, salpe e muggini dall’altra parte, si procede a una seconda selezione attraverso la quale i pesci delle respettive specie che non hanno raggiunto le dimensioni opportune per la commercializzazione, vengono liberati nel canale attiguo ai lavorieri. Il canale comunicante con lo specchio di laguna interno è provvisoriamente sbarrato con una rete che impedisce l’uscita immediata dei pesci piccoli, ma succesivamente la rete dello sbarramento sarà rimossa per permettere ai pesci più grandi di nutrirsi in laguna, fino a quando, spinti dalla necessità di tornare al mare per deporre le uove o per altre ragioni naturali, riprenderanno il loro movimento controcorrente, durante la fase dell’alta marea ripercorreranno a ritroso lo stesso cammino fatto per entrare dal mare nella laguna, ma confluiranno obbligatoriamente nelle false bocche a mare offerte dai lavorieri a giostra e qui resteranno incuneati per poi essere raccolti andando a costituire il pescato giornaliero.

    Al momento della selezione finale, gli acquirenti locali e i tanti gatti, che frequentano questi luoghi per procurarsi il cibo scartato dai pescatori, si radunano intorno ai pescatori per assistere alla loro ultima operazione che consiste nello smistare e sistemare i pesci già selezionati in singole cassette nella quantità richiesta dai clienti.

    ll giorno successivo alla nostra visita ai lavorieri, siamo stati invitati a salire sulla barca di Raffaele e Samuele, rispettivamente padre e figlio ed entrambi soci della cooperativa, per ritirare i bertavelli sistemati in strutture fisse dove si spera di trovare le anguille.

    E’ mattino presto, abbiamo il privilegio di assistere all’alba sulla laguna, l’acqua è liscia e trasparente, la superficie è quasi immobile, solo lievemente segnata dai cerchi concentrici prodotti dal lento e delicato impatto dei remi manovrati da Raffaele. Questo è un altro tipo di pesca: si recuperano i bertavelli sistemati il giorno prima parallellmente alla rete di sbarramento fissata perpendicolarmente al margine a terra e protesa verso il centro della laguna per circa 200 metri. I pescatori sperano di poter portare a casa un abbondante pescato, ma oggi il risultato è abbastanza magro: purtroppo dentro i tanti bertavelli, collocati ad una distanza di circa 30 metri di uni dagli altri, troviamo solo pochi chili di ghiozzi, uno scorfano e due piccole anguille.

    Raffale e Samuele ci spiegano che la il prodotto della pesca in laguna non è sufficiente ad assicurare un reddito minimo ai soci, infatti, accanto a questo tipo di pesca che viene praticata da ottobre a marzo, deve essere esercitata la pesca in mare per il restante periodo dell’anno, da aprile a settembre.

    Torniamo alla base dove troviamo Carlo, il quale ci ha fornito fin dall’inizio tutte le informazioni relative alla storia della cooperativa e della laguna, oltre ad averci mostrato le varie attrezzature usate per la pesca, impreziosendo la nostra scarsa conoscenza sul mondo della pesca lagunare di insperati e sorprendenti apprendimenti.

    Ci parla ancora delle diverse funzioni assolte dalla laguna, infatti, non è solo un ricco bacino atto a fornire queste forme di pesca tradizionale il quale ci spiega ancora alcune funzioni della laguna. Infatti, la funzione primaria e fondamentale della laguna è alimentare le saline di Sant’Antioco. Per assolvere a questa primaria funzione, a maggio l’acqua del mare viene pompata da due idrovole che assicurano un maggiore flusso di acqua in laguna e spingono una grossa massa d’acqua provveniente dal mare lungo il canale che va da Porto Pino all’impianto delle saline a Sant’Antioco.

  • La Peschieria di “Pesaria” gestita dalla cooperativa “Pescatori di Santa Giusta”

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    Guardando una mappa della regione intorno ad Oristano, possiamo distinguere il Golfo di Oristano verso ovest, alcuni canali e piccoli stagni, ma soprattutto lo stagno di Cabras a nord ovest di Oristano e quello di Santa Giusta a sud. L’uomo ha abitato in quest’area per millenni, lasciando come testimonianza del suo passaggio i nuraghi, le antiche tombe, ma soprattutto i resti dell’antica città di Tharros situata esattamente all’estremità sud della penisola del Sinis. Una delle ragioni che ha sicuramente spinto l’uomo ad insediarsi in quest’area della Sardegna, dev’essere stata l’abbondante vita marina presente in questa regione. Infatti, fino a pochi anni fa, la pesca intorno ad Oristano era la più ricca d’Europa, purtroppo però, negli ultimi anni è diminuita tanto, soprattutto a causa dell’industrializzazione e dei cambiamenti della natura.

    Andando verso Oristano e superato qualche edificio industriale, abbiamo dovuto chiedere indicazioni più precise per trovare la peschiera di «Pesaria». Appena arrivati, abbiamo visto il canale di Pesaria, un canale costruito negli anni 50, tra il Golfo di Oristano e lo stagno di Santa Giusta. Il canale è attraversato da un ponte di calcestruzzo che presenta diverse aperture per consentire ai pesci il passaggio verso lo stagno. La pesca viene effettuata con la sciabica, ossia un’apposita rete che serve ad accompagnare i pesci, sfruttando la corrente, in vari ambienti chiusi detti «calici» dai quali poi il pesce viene prelevato. Anche se ai giorni nostri è disponibile tanta attrezzatura moderna, i pescatori della peschiera di Pesaria, catturano i pesci in modi non tanto differenti da quelli dei loro bisnonni. Fin dai tempi antichi, l’uomo sapeva di dover sfruttare l’alta e la bassa marea per la cattura dei pesci e tale sistema viene utilizzato ancora oggi nell’attuale peschiera per cui, i pescatori di Santa Giusta stanno mantenendo una tradizione antichissima.

    I pesci si spostano dal mare allo stagno durante la bassa marea e viceversa durante l’alta marea quindi, in base alle circostanze, vengono convogliati in calici differenti. Quando siamo arrivati, c’era il deflusso della bassa marea e due pescatori che erano parzialmente immersi nel canale, dopo aver chiuso gli sbarramenti, stavano trascinando le reti contro corrente, tirandone le estremità opposte quasi a formare un semicerchio. In questo modo spingevano i pesci a nuotare verso le camere della morte dove con i coppi (una piccola rete con un manico), i pescatori li estraevano dall’acqua deponendoli nelle bacinelle. Questo modo di pescare è appunto la pesca con la sciabica ed è veramente una pesca antichissima.

    Per catturarli, Giuliano, uno dei pescatori, nuotava con una maschera intorno agli occhi ed oltre a servirsi dei coppi, spesso riusciva a catturare i pesci semplicemente con le mani. Un po’ sorprendente dato che i pesci sono viscidi, in particolar modo nell’acqua. C’era anche una camera sott’acqua, dove i pescatori erano riusciti a far convogliare un gran numero di pesci che Giuliano insieme agli altri ha poi caricato su una barca. Dopo aver finito la pesca, hanno preso la bottarga dai muggini, che però, ci hanno spiegato,  non viene venduta ma viene divisa tra i pescatori perchè in minime quantità. Gli altri pesci invece, dopo essere stati smistati in base alla specie, sarebbero stati caricati su un camion frigo per poi essere destinati ai consumatori.

    Secondo i pescatori, le specie ittiche più numerose sono: muggini, orate, spigole, sogliole, saraghi, triglie, e occasionalmente anche seppie, polpi, anguille, cozze, granchi e arselle. Abbiamo anche ricevuto una piccola lezione su come capire se un pesce è fresco oppure no. Bisogna innanzi tutto guardare la parte interna delle branchie e vedere se sono rosse, in tal caso il pesce è fresco. Poi bisogna guardare gli occhi perchè dopo il secondo giorno si forma un velo, indice non più di freschezza. Inoltre, bisogna stare molto attenti alle sfumature dei colori che sono molto vivi quando un pesce è veramente fresco.

    Come descritto precedentemente, e come confermato anche dagli stessi pescatori della peschiera di Pesaria, la pesca non è più così abbondante come in passato ma, si stanno effettuando degli interventi, grazie anche alla collaborazione dei biologi dell’università di Sassari, atti proprio a migliorare le condizioni di salinità e di ossigeno dello stagno.

    Un video dai pescatori di Santa Giusta.

    Visite alle aziende e redazione degli articoli realizzati in collaborazione con la scuola Terramare.