Tag: formaggi

  • Azienda Biologica Agro-zootecnica “Rustici”

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    Sono già stato due volte in questa azienda, negli anni scorsi, come descritto qua e qua.

    Siccome è un’azienda multifunzionale, è necessario tornare alcune volte nelle diverse stagioni dell’anno per avere almeno una conoscenza parziale delle varie fasi di lavorazione e di tutte le attività connesse all’allevamento del bestiame e alla trasformazione del latte. Come sempre, la famiglia Rustici è stata molto disponibile a mostrarci i diversi allevamenti (mucche e maiali) e a permetterci di assistere alla produzione dei formaggi, della ricotta e delle mozzarelle.

    Questa volta abbiamo assistito alle operazioni di mungitura delle mucche di razza frisona e alla trasformazione del latte.

    Due volte al giorno, alle 5 e mezzo la mattina e 12 ore dopo, le mucche sono pronte per essere munte.

    Le loro mammelle sono piene di latte e hanno veramente bisogno di essere spurgate.
    Le mucche vengono introdotte verso la stanza dove sono gli attrezzi per la mungitura. Prima, un operaio apre una porta attraverso la quale le mucche possono passare dall’ambiente esterno alla sala di mungitura, fino ad occupare ciascuna il suo proprio spazio. Ai lati della sala mungitura ci sono due passaggi obbligati che devono essere entrambi occupati da un certo numero di animali, e infatti, l’operaio, dopo avere riempito uno dei due corridoi di mungitura, apre la seconda porta per consentire alle altre mucche di posizionarsi nel secondo corridoio. Dopo di che le porte vengono chiuse e cominciano le operazioni di mungitura.

    Dopo la pulizia dei capezzoli con una schiuma detergente, il mungitore vi applica le tazze di mungitura e attraverso una pompa si dà il via alla raccolta del latte che passa, attraverso un filtro, in un contenitore refrigerante. Allo stesso tempo, un computer con qualche sensore identifica ogni mucca e pompa il latte dalla mucca in conformità della capacità di quest’animale. Cioè, una mucca ha bisogno di 2 minuti per essere munta, mentre una altra richiede 3 minuti. Inoltre, un altro sensore misura l’attività delle gambe della mucca. Se si muove molto, sarebbe pronta per l’inseminazione artificiale. Il computer registra anche la quantità di latte di ogni mucca durante la sua vita così che sia possibile vedere i vari parametri nei diversi momenti del giorno.

    La mattina successiva abbiamo potuto assistere alla trasformazione del latte, quindi alla produzione dei latticini. L’azienda ha un proprio caseificio.

    Quando siamo entrati nel caseificio era in lavorazione la ricotta: dopo aver riscaldato il latte e aver fuscellato il formaggio, si riscalda il siero in un grande contenitore con un doppio fondo atto a contenere l’acqua calda che produce indirettamente il riscaldamento del siero alla temperatura necessaria per produrre la ricotta. I fiocchi di latte stanno apparendo sulla superficie del siero. Quando i fiocchi sono pronti, si usa una paletta bucherellata per prenderli e trasferirli in fuscelle traforate per permettere la continua fuoriuscita del siero contenuto nella ricotta. Le fuscelle vengono sistemate sul carrello di lavoro fino al riempimento del piano e strato dopo strato si trasferisce la ricotta al loro interno. Il carrello è inclinato così che il siero fluisca verso un foro collegato ad un tubo che lo trasferisce nel secchio sottostante. Quando il secchio è pieno, si pompa il siero in un contenitore esterno e verrà utilizzato come integratore alimentare per i maiali. Questo liquido impoverito dalla caseina si chiama “scotta”.

    In un altro contenitore c’è la cagliata che, avendo raggiunto il pH richiesto per produrre la mozzarella (il pH deve scendere a 5.10/5.00° per determinare il giusto tasso di acidità), è stata divisa con la “Lira” che è un attrezzo per triturare la cagliata, chiamato così per la sua forma che ricorda quella dello strumento musicale per i suoi fili d’acciaio.

    Il casaro prende un pezzo di cagliata e la comprime per ottenere una forma sferica, facendone uscire il siero. Poi si misura la pH della palla e quando questo si avvicina ai 5°, la cagliata può essere estratta e impastata. Contemporaneamente si può usare una pompa per cominciare ad aspirare il siero dal contenitore e pomparlo nella cisterna dove si trova già il sottoprodotto del siero privato dalla ricotta: la scotta.

    Quando nel contenitore rimane solo la cagliata, la si taglia in tante porzioni maneggevoli, così da poterle trasferire manualmente sul carrello dal piano concavo e dagli alti bordi contro i quali comprimere con la forza delle braccia e delle mani la cagliata diventata compatta ed elastica. In questo modo, pressandola sui bordi, si fa uscire il siero che viene raccolto nel secchio sotto il carrello.

    Comincia così la fase chiamata “asciugatura” che prosegue con l’introduzione della cagliata semi-pressata manualmente dentro una sorta di grande imbuto, il cui collo è attraversato da una vite archimede che avvolgendosi intorno all’impasto conclude la fase dell’asciugatura riducendo la massa della cagliata in frammenti filamentosi che vengono manipolati ulteriormente all’uscita da questo ingranaggio che costituisce la parte interna del macchinario chiamato “Taglia-cagliata”.

    Gradualmente, pezzo per pezzo, la cagliata viene ancora pressata a mano e trasferita in un grande mastello dove si versa l’acqua calda a 90° continuando ad amalgamare con un lungo mestolo a forma di remo fino a ottenere un impasto compatto, omogeneo ed elastico, precisamente “filante” e questa si chiama la “pasta filata”.

    Finita la fase della filatura, l’amalgama filante viene trasferito nel contenitore superiore di un altro macchinario che ha un’apertura alla sua base. Li, c’è una vite archimedea che forza la pasta ad entrare in un rullo con piccoli fori. Prima si avvia il macchinario, lo si programma così che la vite archimedea faccia 14 giri al minuto per fare mozzarelle sferiche di piccole dimensioni, chiamate bocconcini.

    Allo stesso tempo, l’acqua di governo, che si usa per aumentare il gusto delle mozzarelle, fluisce sopra il rullo e c’è anche un contenitore pieno di acqua di governo sotto il rullo. Quando i fori con i bocconcini si avvicinano il contenitore sotto, cadono nell’acqua, formando piccole palle. Alla fine, vengono imballati in bustine di plastica insieme alla cosiddetta “acqua di governo”.

    Si fa anche il fior di latte classico che sono mozzarelle più grandi dei bocconcini.

  • Azienda bio-agricola La Selva

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    Avevo già visitato La Selva a marzo 2009, ma trattandosi di una azienda polifunzionale di grandi estensioni (829 ettari); dai molteplici e interessanti aspetti riguardanti i vari processi bio-dinamici, zootecnici e multiculturali a ciclo completo – ricomposizione del suolo-coltivazione-trasformazione e vendita dei prodotti –; ospitante anche una struttura agrituristica ed uno spazio vendite, è sempre utile tornare nelle diverse stagioni per osservare varie fasi di produzione e diversi momenti del ciclo delle colture, raccogliendo tante impressioni sul suo funzionamento e la sua filosofia ambientale.

    Come sempre, la filosofia dell’azienda e quella di funzionare collaborando con la natura anziché sfruttarla. In questo modo la vita in superficie e nel sottosuolo risulterà sempre arricchita. Anche se non possiamo vedere a occhio nudo le piccolissime creature che vivono nel suolo e nel sottosuolo in simbiosi con le piante, queste ci sono e non sfuggirebbero all’osservazione al microscopio. Infatti, c’è una ricca fauna anche sotterranea che neanche i ricercatori moderni conoscono bene.

    Ma il risultato visibile parla da solo: un suolo sano dà piante sane.

    Qui si pratica un sistema a rotazione molteplice alternando con turni regolari i cereali, le foraggere e gli ortaggi con possibilità di inserimento della operazione del sovescio. Ogni ciclo dura 7-8 anni. L’erba medica viene coltivata 2-3 anni di seguito, ma la si raccoglie diverse volte all’anno evitando di farle portare a compimento la fioritura con conseguente caduta di semi sul terreno. A questo tipo si coltura si alternano anno dopo anno altri tipi di piante che arricchiscono li terreno di azoto fissativo a altri elementi nutritivi.

    Ogni ciclo include la coltivazione del favino da sovescio che produce 2 effetti positivi sul suolo:

    • apporto di nutrienti per le culture successive.

    • riduzione degli effetti del dilavamento del terreno dovuto dalle piogge invernali.

    Quest’azienda alleva bovini di razza Chianina da carne e il prodotto del compostaggio dello stallatico si usa come concime naturale dei campi dove si seminano i foraggi ed i cereali che ritornano poi agli animali come alimenti. I vitelli con le loro madri sono tenuti in stalle aperte per qualche mese. Così le mucche che sono delle madri molto protettive verso la prole, stanno il più possibile con i loro figli.

    Per fertilizzare i campi, si usa anche il compost che consiste in paglia e letame derivante da residui della potatura e gli scarti organici provenienti dalla trasformazione dei prodotti agricoli.

    Non si usano né i pesticidi né gli insetticidi che rendono le piante vulnerabili agli insetti come, per esempio, gli afidi, i quali potrebbero danneggiare la maggior parte delle colture. Quindi si applicano delle efficaci tecniche di difesa delle piante dai parassiti e da altre malattie. Alla base del sistema di difesa c’è la prevenzione che si realizza operando delle scelte opportune relative alle varietà delle colture ai metodi di cura del terreno con equilibrati usi di fertilizzanti che spesso provengono dalla appropriata rotazione delle colture e dagli scari organici delle varie lavorazioni che si svolgono nell’azienda.

    Dunque, collaborando con la natura, la stessa natura trova i sistemi di difesa idonei a prevenire malattie infestanti e attacchi da parassiti. Pe esempio gli afidi che si riproducono a dismisura provocando danni a volte incalcolabili alle colture possono essere divorati da altri insetti come le coccinelle, le quali a loro volta si riproducono in gran numero nei terreni non trattati con insetticidi, lo stesso dicasi per altri tipi di insetti che non potrebbero riprodursi in presenza di determinate sostanze provenienti da pesticidi ed altri prodotti chimici. Alla Selva questo circolo alimentare è ormai inglobato nel sistema della prevenzione difensiva naturale perché si assiste annualmente alla riproduzione di milioni di coccinelle e di altri insetti utili alle colture. Per combattere le erbe infestanti, quest’azienda usa varie tecniche come la falsa semina, attraverso la quale si prepara un pezzo di terreno come se si volesse coltivare qualche verdura, ma senza seminare niente. In questo modo, si stimola la produzione delle erbe infestanti che si possono eliminare successivamente in modo naturale, per esempio anche con il piro-diserbo, cioè con l’uso del calore, il quale produce l’essicazione e la morte; o con mezzi meccanici atti all’estirpazione delle erbe.

    Quest’azienda collabora con la natura perché ha aumentato la biodiversità del suo terreno attraverso sistemi diretti alla creazione e al mantenimento di habitat diversificati come, terreni incolti, zone umide e boschi, per un totale di 80 ettari.

    LaSelva pensa anche agli uccelli e a come migliorare le loro condizioni di vita. Quindi, in collaborazione con gli ornitologi locali ha progettato e realizzato il reimpianto delle piante autoctone e arbusti che entrano nel ciclo biologico fornendo protezione a determinati tipi di uccelli che fanno parte di una catena alimentare specifica. Gli uccelli trovano rifugio negli alberi e allo stesso tempo vanno a caccia di quegli insetti che potrebbero danneggiare la produzione dell’azienda. Sugli alberi sono state posizionate anche tante cassette nido per loro. Un altro modo per arricchire la natura è quello di includere dei laghetti che consentono la costituzione, sulla superficie e lungo i loro argini, dell’habitat per rettili e gli anfibi, oltre a garantire l’utilizzazione di una notevole quantità d’acqua, nel caso di piogge abbondanti, e a rappresentare una riserva d’acqua per gli animali selvatici nei periodi di siccità.

    Inoltre, sono stati disseminati dei mucchi di legno morto dove trovano il loro habitat tanti altri tipi di insetti utili e si pratica anche l’apicoltura per favorire l’inseminazione attraverso il lavoro di impollinazione delle piante operata dagli insetti che diffondono i semi delle stesse piante trasportando appunto il polline contenuto nei fiori.

    La Selva tratta bene i propri animali cercando di assicurare loro una vita sana e non sottoponendoli a condizioni di stress.

    Anche se non sembra possibile evitare la macellazione, alla fine, ma almeno durante la loro vita si cerca di farli vivere nei modi più naturali.

    Grazie a tutte queste attività notate brevemente sopra, la fertilità del terreno di quest’azienda è cresciuto. la grande biodiversità ha ridotto notevolmente gli attacchi degli insetti e di malattie fungine.

    Per ridurre il consumo d’energia elettrica dalla rete, l’azienda ha installato tre impianti fotovoltaici.

    Si usa acqua con bassa pressione e l’irrigazione a goccia per innaffiare le piante. Per ridurre l’evaporazione dell’acqua, si copre il terreno che viene irrigato con un telo in materiale biodegradabile.

    Inoltre, l’acqua proveniente dal pozzo viene filtrata, decalcificata e sottoposta alla luce ultravioletta per eliminare batteri e virus. Quindi, l’acqua, dopo essere passata attraverso le piantagioni, a fine ciclo produttivo viene depurata in un impianto di fitodepurazione.

    L’ultima cosa, ma non di minore importanza: i dipendenti vengono trattati bene dal loro datore di lavoro.

    Sicuramente, quest’azienda rispetta fino in fondo il motto di Slow Food: buono, pulito e giusto!

     

  • Antica fattoria La Parrina

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    Ho visitato La Parrina in novembre 2016 come descritto in: La Parrina – Antica fattoria.

    La Parrina è una grande tenuta, un’azienda agricola di vaste dimensioni nata agli inizi del 1800.

    E’ necessario tornare alcune volte per capire la sua storia, la sua filosofia e per osservare i diversi processi di coltivazione, produzione, trasformazione e vendita dei suoi prodotti.

    Inoltre è sempre molto impressionare visitare anche le sue strutture ricettive. Il grande e accogliente casale padronale con le sue raccolte storiche di finimenti dei cavalli utilizzati dai componenti della famiglia Giuntini – Spinola; le numerose sale del piano terra, con le loro ampie volte e i mobili preziosi che ci raccontano la lunga storia familiare e le accoglienti camere che ancora oggi conservano i nomi degli antichi proprietari; le terrazze affacciantesi sui giardini e al di sopra delle verande che ospitano i tavoli del ristorante.

    Dopo la seconda visita, comincio a capire, solo parzialmente, la complessità delle attività che si svolgono dentro un centro multiculturale e di trasformazione dei prodotti compresi in una fattoria come questa.

    Ho deciso quindi di ritornare a settembre del 2018, durante la vendemmia, per trovarmi all’interno di questo affascinante momento e per potere assistere ad alcune fasi delle complesse operazioni richieste dalla trasformazione dell’uva in vino. Questa volta abbiamo visitato la cantina durante le operazioni di “rimontaggiodel vino all’interno di ciascuna delle botti contenenti il mosto ottenuto dalla “sgrappolatura”, consistente nella separazione degli acini dal raspo di ciascun grappolo.

    Durante il distacco, gli acini vengono compressi e aspirati attraverso una pompa collegata a un tubo che introduce il prodotto direttamente nella botte.

    Il rimontaggio è svolto 15 giorni dopo la raccolta per ossigenare il mosto e aiutare la fermentazione che ha bisogno di ossigeno per trasformare lo zucchero in alcool. Per fare questo lavoro, si collega un filtro ad una valvola che si trova alla base della botte e attraverso questo raccordo si può controllare la fuoriuscita del mosto. Quando si apre la valvola, il mosto esce e fluisce attraverso il filtro che ha la funzione di trattenere le vinacce. Allo stesso tempo si usa una pompa che spinge il liquido attraverso un tubo collegato alla parte superiore della botte generando un flusso a circolo chiuso e permettendo così l’ossigenazione del liquido: scopo principale del “rimontaggio”.

    Il mosto contenuto nelle botti è formato dalle uve Merlot Cabernet, Sauvignon e Sangiovese utilizzate per la produzione del famoso vino rosso della Parrina “ Muraccio” D.O.C.

    Dopo, le vinacce che si sono depositate sul fondo e che si auto-comprimono per riduzione della pressione attraverso il pompaggio del mosto, risalgono in superficie e vi rimangono allo scopo di contribuire al completamento della fermentazione alcolica, rilasciando i polifenoli che sono dei formidabili antiossidanti.

    Successivamente le vinacce vengono torchiate dando come risultato finale il “torchiato” che viene usato nella distillazione per la produzione della grappa. Invece, la parte liquida che risulta dalla torchiatura viene rimessa nella botte. Questo liquido arricchisce ancora una volta il mosto di polifenoli.

    Alla fine del lavoro, siamo stati invitati a degustare il novello Vermentino e il rosso che poi ci darà il Muraccio.

    Il responsabile della raccolta delle uve ci ha accompagnato tra i filari del Sangiovese per osservare e fotografare le viti ancora cariche dei grappoli neri. I vigneti formavano innumerevoli filari che finivano alla base delle colline ricoperte dalla fitta macchia mediterranea.

    Il giorno dopo avremmo dovuto assistere alla raccolta del Sangiovese, ma la sera è piovuto e la raccolta è stata rimandata. Le uve devono essere asciutte quando si fa la raccolta perché se gli acini contengono l’acqua della pioggia, la produzione del vino ne risente. Per fare una buona produzione, le uve hanno anche bisogno di molto sole il giorno per maturarsi e di notti fresche che fanno rallentare il processo della maturazione e permettono all’uva di riposarsi.

    L’azienda è costituita da 450 ettari di macchia mediterranea e 250 ettari di terreno coltivato.

    Sono 56 gli ettari coltivati a vite.

    Abbiamo anche visitato il negozio che espone molta altra frutta e le verdure coltivate biologicamente nel restante terreno irriguo dell’azienda.

    Abbiamo concluso la serata in Parrina degustando i vini e i piatti tipici della casa nella grande veranda coperta di fronte al giardino del casale padronale, tutti insieme, studenti e insegnanti della scuola di lingua italiana Terramare. Era un grande piacere stare a mangiare tutti insieme sotto il tetto di una veranda ottocentesca, mentre sul cielo dello splendido giardino sul quale guardavamo si accendevano le luci di lampi che preannunciavano un imminente temporale estivo…tutti gli elementi contribuivano a ricomporre l’atmosfera autentica di una serata campestre di tanti anni fa.

  • Caseificio Sociale Manciano Società Agricola Cooperativa

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    Sicuramente, quando gli esseri umani lasciavano il Medio Oriente circa 10.000 anni fa, portavano con se animali domestici come le mucche, le capre e le pecore. Quindi, la gente che arrivava nella penisola italica aveva gli stessi tipi d’animali. Dopo qualche millennio, i romani arrivavano e la loro economia era sempre basata sull’agricoltura e la pastorizia e continuava così fino all’inizio del 1900. Con l’estati calde e secchi e inverni freddi, la pecora era adatta a trovarsi bene in Toscana, mentre era più difficile per la mucca. Quando 21 allevatori delle pecore hanno fondato il Caseificio Sociale Manciano Società Agricola Cooperativa, hanno sicuramente portato avanti le tradizioni antiche. Inizialmente, si è trovato a Manciano, poi si è trasferito dove si trova adesso negli anni 90 a causa di non era possibile espandere dove era prima.

    Al massimo ci sono stati 600 soci nella cooperativa, ma adesso ce ne sono 150. Prima c’erano tanti piccoli produttori con una ventina di pecore e 2-3 mucche, mentre nei nostri tempi hanno almeno 200 animali. Le fattorie ingrandiscono perché a volte i figli non vogliono allevare animali, ci sono tante regole da seguire, c’è il lupo che attacca le pecore, il prezzo di latte è bassissimo e anche altre cause. Quindi, i piccoli produttori stanno sparendo.

    Sono entrato nel caseificio con una guida chi mi ha mostrato come si fa i loro formaggi. Infatti, il modo per fare formaggio è lo stesso per un pastore che ha un gregge di pecore e lo fa al fuori e per un caseificio moderno. Le differenze consistono di: il pastore versa il latte attraverso un filtro di tessile, mentre in questo caseificio il latte viene trasportati in camion e stoccato in grandi contenitori d’acciaio, poi vari parti del latte viene sommessi alle analisi chimici e microbiologiche per assicurare massima qualità e sicurezza alimentare, il pastore comincia subito a fare formaggio, mentre qua il latte viene pastorizzato a 70°C, il pastore appende i formaggi in pezzi di tessile, mentre qui i formaggi vengono stoccati in porosi contenitori di plastica, il pastore stocca i formaggi sulle mensole di legno, mentre qua vengono stoccati sulle mensole di acciaio in una grande camera a una temperatura bassa e umidità alta, il pastore vende i formaggi senza imballarli, mentre qua i formaggi vengono lavati con acqua e spazzole, poi sono imballati, pesati e etichettati.

    Comunque, le cose simili consistono di riscaldare il latte a 38°C circa, aggiungere il caglio, cioè batteri lattici, per fare il latte coagulare, aspettare circa una mezz’ora per lasciare il latte venire trasformato in cagliata, dividerla in piccoli pezzi, estrarre i parti grassi dal liquido che si chiama siero, stoccare i parti grassi in un contenitore poroso per lasciare il siero uscire a causa della gravitazione, aggiungere il sale per uccidere batteri dannosi e capovolgere i formaggi per espellere più siero.

    Durante la nostra visita, abbiamo assistito a una signora capovolgere contenitori con formaggio con una velocità incredibile. Quando aveva capovolto tutti, ha chiusi il contenitore dove i formaggi si trovavano e l’ha riempito con il vapore per fare uscire il siero. Si deve fare quest’operazione 3-4 volte e, secondo la mia guida, è un’operazione delicata e difficile. Ovviamente, ci sono ancora impieghi che vengono fatti meglio manualmente che con una macchinetta.

    Riguardo ad aggiungere il sale, qui si immerge i formaggi in salamoia.

    Si producono il Pecorino Toscano DOP che è stagionato almeno 20 giorni e il Pecorino Toscano DOP Stagionato che è stagionato almeno 120 giorni. Un formaggio particolare è il Pecorino Briaco che dopo una breve stagionatura, viene immerso completamente in una miscela di vinacce e di vino dentro appositi contenitori sigillati dove rimane per un periodo che varia da 20 a 30 giorni. Questa operazione conferisce al formaggio una gradevole fragranza che concentra tutti i profumi del vino.

    Si produce anche un Pecorino Toscano DOP che viene anche chiamato Amici di Cuore perché si abbassa il livello colesterolo. Questo è ottenuto in collaborazione con qualche scienziato all’Università di Pisa che ha trovato che se si lascia le pecore mangiare un misto di soia, i semi di lino e l’olio d’oliva. Specificatamente, quando la pecora mangia un misto di questi ingredienti, il latte contiene più grassi buoni e meno grassi saturi che sono dannosi per le persone con un alto livello di colesterolo.

    Questo caseificio ha anche svolto un programma dettagliata per diminuire la sua emissione di anidride carbonica.

  • La Fattoria e la Latteria di Colle Ostrense

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    Questa fattoria a conduzione familiare cominciò nel 1972 quando la famiglia Pittalis venne dalla Sardegna e comprò 3 fattorie da vecchi coltivatori quando la maggior parte delle persone si stavano spostando dalla campagna alle città. La signora Pittalis ci ha fatto girare la fattoria e fatti entrare in un grande edificio pieno di pecore. Dopo aver scavalcato una delle recinzioni allfinterno dellfedificio, è ritornata tenendo un agnello tra le braccia. Poiché le pecore erano sempre all’interno dei recinti e ovviamente non abituate ai visitatori, si muovevano costantemente intorno a noi durante la nostra visita. Dopo essere stati nel grande edificio, ci è stato permesso di entrare in un altro, dove solo alcune pecore e alcuni galli sembravano condurre una vita molto tranquilla. Infine, ci hanno mostrato le loro capre, le quali vivevano fuori, nel loro proprio recinto, mentre un piccolo cane ci seguiva ovunque. Abbiamo anche dato un’occhiata alla latteria della fattoria e al loro negozio dove abbiamo potuto comprare deliziosi prodotti.

    Gli animali

    L’azienda ha 500 pecore e la razza è la Sarda. Ha circa 30 capre francesi per il latte. Durante la nostra visita, le pecore stavano dentro una stalla. Comunque, di solito le pecore escono e entrano come vogliono, ma vengono tenuti dentro una stalla quando il tempo è brutto.

    Le coltivazioni
    L’azienda coltiva i seguenti foraggi per l’alimentazione degli animali:

    • orzo
    • mais
    • erba medica
    • grano

    L’estensione del terreno coltivato è di 100 ettari con 10 ettari in affitto.

    Il caseificio
    Si producono caprino e pecorino e produce anche formaggio di mucca – comprano il latte della mucca dalle aziende agricole a vicino.

    Ci sono tantissime regole per i caseifici e ogni mese gli ispettori vengono due volte per analizzare i formaggi vengono prodotti conformente a il sistema HACCP.

    I bambini delle scuole possono assistere alla lavorazione dei formaggi e alla mungitura.

    Si producono

    • formaggi
    • ricotte
    • mozzarelle
    • yogurt
    • latticini freschi

    Altri prodotti
    Si producono anche i seguenti prodotti:

    • carne fresca
    • farina
    • un pane sardo che si chiama pane carasau perché è bruciacchiato

    Assaggi freddi, formaggi e pane sono forniti per un minimo di 2 persone alla volta. Per quanto riguarda i sapori, posso testimoniare la qualità dei loro prodotti poiché mi è stato servito un delizioso pasto di assaggi freddi, formaggi insieme al pane piatto sardo.