Tag: l’allevamento delle capre

  • Agriturismo Doganella di Alvido Brilli

    brilli_w500

    Slideshow Mapreference Website Facebook

    Per arrivare all’agriturismo si passa lungo un viale alberato con grandi pini a ombrello che creano qualche difficoltà per via delle radici che hanno invaso la strada, rendendola anche molto suggestiva. Dopo circa 200 metri si raggiunge una curva che si insinua tra due case accanto alle quali si può leggere l’indicazione per arrivare all’azienda. Una volta arrivati ci è venuto incontro il proprietario Alvido Brilli in compagnia della moglie. Il signora Alvido comincia con il raccontare un evento che lo riguarda personalmente. Siccome alla sua nascita la madre non poteva allattarlo, lui è stato allevato con il latte di un’asina. Come si sa, il latte di asina è quello che presenta caratteristiche più simili al latte materno. Ad una sua nipotina nata prematura, alla quale per tale ragione non si è potuto dare il latte materno, è stata allattata, invece, con il latte di una sua capra. Infatti Alvido alleva un piccolo gregge di sei capre e un caprone, integrato da 5 o 6 nuovi capretti.. Questo sua narrazione dimostra la passione che Alvido nutre per gli animali da latte che ha sempre allevato.

    Da circa 7 anni si dedica in particolare al piccolo gregge di capre e a tre asinelli che arricchiscono l’atmosfera intorno all’agriturismo ed anche la sua vita, ma in passato svolgeva esclusivamente l’attività di pastore e aveva sotto il suo controllo un enorme gregge costituito da mille pecore. Ricorda piacevolmente come arrivasse a passare ben 7 ore ( 4 ore alla mattina e altre 3 ore alla sera)della sua giornata a svolgere l’attività della mungitura quotidiana delle pecore.

    Durante la sua vita lavorativa ha vinto numerosi premi e attestati da parte di organismi e associazioni nazionali della pastorizia, per la sua partecipazione a mostre delle razze ovine e caprine iscritte al libro genealogico.

    Arrivando la sera nella sua azienda abbiamo potuto assistere alla mungitura delle capre che sono rientrate nell’ovile durante la nostra presenza: le capre si avvicinano alle loro rispettive mangiatoie dove trovano di che nutrirsi e attraverso un meccanismo che le tiene bloccate durante il loro pasto Alvido ha potuto mungerle senza forzature di nessun genere mentre loro continuavano a mangiare tranquillamente.

    Ai piccoli capretti spesso dà da mangiare delle belle zucche gialle di cui loro sono ghiotti, mentre ai capi adulti distribuisce il foraggio.

    Dopo la mungitura, Alvido ci ha gentilmente invitato a casa sua dove ha cominciato a fare un caprino con il latte che aveva appena munto. E’ stato un vero piacere incontrare lui e sua moglie Oriana.

  • Agriturismo Maneggio Tupei

    tupei_w500

    Slideshow Mapreference Website Facebook

    Una bianca, semplice e luminosa costruzione, messa lì, al vertice delle linee dolci e ondulate delle colline di Tupei è la struttura destinata ad ospitare quanti hanno la fortuna di scoprire questo agriturismo gestito da Silvana e Michele Puxeddu. Il maneggio; la lineare struttura per l’accoglienza; la cucina ricca, varia e genuina; la sensibile semplicità dei gesti dei proprietari sono tutti elementi che fanno sentire l’ospite protetto e completo. Qui non si sente il bisogno di dover aggiungere altro alla propria vita. Silvana e Michele vivono in totale armonia con questo ambiente naturale unico e il loro stile di vita così sobrio e raffinato viene trasferito semplicemente all’ospite attraverso gesti che esprimono attenzione, cura e generosa offerta di benessere in fusione con la salute del luogo e della loro cucina.

    Siamo nell’isola di Sant’Antioco, nelle campagne di Calasetta, la bianca città adagiata sull’ultima scarpata lungo l’estremo pendio a nord-ovest, tra spiagge di bianca sabbia e scogli di pietra vulcanica rossa…e il mare…” Cala di Seta”… è l’antico nome di Calasetta, dove in passato era praticata, come in gran parte dell’isola, la lavorazione del bisso, una sorta di seta naturale marina ottenuta da un filamento secreto da un particolare mollusco, la “Pinna Nobilis“.

    L’agriturismo e il maneggio Tupei si trova, come Calasetta, nell’estremità nord-occidentale dell’isola di Sant’Antioco, a circa 2 km dalla città, in posizione dominante, a 1.200 metri dal mare. Dall’azienda, la vista spazia sullo spettacolare sistema di sinuosi pendii collinari, quasi un anfiteatro ideato dalla natura per mostrare le proprie creature: la terra, la macchia mediterranea e il mare…il mare per ogni dove, sullo sfondo: un microcosmo perfetto in un micro-continente! 

    Tale appare l’isola di Sant’Antioco, separata dall’isola madre, fatta eccezione per lo stretto istmo che ad essa la unisce,  e originale, rispetto al “Continente Sardegna”. 

    Riferendoci alle due isole, dobbiamo parlare di continenti, infatti, essendo entrambe costituite da territori molto complessi e articolati; da sistemi orografici distanti tra di loro, sia per le  ere geologiche a cui risalgono che per l’eterogeneità dei componenti, così come, complesse e variamente intrecciate tra di loro sono le storie e le culture delle comunità sorte dalla fusione tra le differenti etnie che li abitano.

    Continenti abitati da una civiltà preistorica, quella prenuragica e nuragica, straordinariamente avanzate, che evidentemente avevano stabilito delle relazioni commerciali e politico-culturali con altre civiltà mediterranee organizzate ed evolute nei traffici e nei commerci marittimi, nelle tecniche di coltivazione, nelle molteplici forme artistiche e artigianali; culture diverse e differenti lingue scritte: dai micenei ai greci, dai fenici ai punici, dalle comunità provenienti dall’Africa ai romani e dai bizantini agli ebrei, infine, in questi ultimi secoli, da gruppi di altri italiani provenienti dalle regioni della Liguria e del Piemonte.

    Tante diverse etnie che si sono saldamente intrecciate grazie, evidentemente, a una politica dell’ospitalità che ha permesso di filtrare gli elementi antitetici ed esaltare gli aspetti necessari allo sviluppo delle comunità. 

    Che anche nella preistoria, il territorio fosse fittamente popolato e antropizzato è dimostrato dai numerosi betili antropomorfi, espressione del culto della dea madre e del dio padre, ritrovati nell’isola. Culto che sarebbe poi sopravvissuto, anche nella cultura nuragica. Tra il 1500 e il VII/V sec. a.C. nell’isola di Sant’Antioco vengono edificate decine e decine di nuraghi.

    Sono infatti almeno 30 i nuraghi riconoscibili, ma diverse altre decine aspettano di essere censite.

    Torri e mura megalitiche edificate, ora sui rilievi costieri  posti in prossimità dei porti, a controllo del traffico marittimo, ora sui rilievi collinari interni a guardia delle terre più fertili.

    Così, la struttura dell’agriturismo Tupei, munita di torre cilindrica, collocata al vertice del sistema collinare su cui si trova l’azienda, controlla le terre fertili che si espandono dalla cima ai pendii dei rilievi che via via degradano verso il mare. L’azienda è stata acquistata negli anni ’90 da Michele e Silvana che fino ad allora si occupavano di tutt’altro: lui allestitore di controsoffittature e di strutture di arredamento parietale e lei grafica pubblicitaria. L’agriturismo e il maneggio nascono per una repentino quanto profondamente motivato cambiamento di vita. Michele e Silvana hanno fatto una scelta, una scelta dovuta alla tradizione e alla storia delle tante comunità che hanno fatto del valore della ospitalità, filosofia di vita e legge sociale.

    La loro azienda è condotta essenzialmente in direzione della realizzazione di questa filosofia che permea la loro vita, il loro modo di essere e di produrre.

    Entriamo in questo loro micro-cosmo passando vicino al maneggio: sono i cavalli per primi a darci il benvenuto. Passiamo davanti alle loro scuderie dove si sente solo l’eco dei loro nitriti, perché i cavalli sono là, fuori, in libertà…ci guardano da lontano con espressioni interessate e benevoli e poi si accostano alla staccionata per guardarci da vicino, ci salutano a loro modo, avvicinando e scuotendo le loro nobili teste dai grandi sguardi umidi rivolti verso i nuovi arrivati…e poi, ecco, anche diversi gatti e il cane, tutti insieme ci vengono incontro, come se ci conoscessero già…ma ecco anche Michele e Silvana. Loro sono l’anima del territorio e i genitori di questa grande famiglia.

    Ci hanno accolto con gli occhi e con i gesti di sempre, quelli che non tardano a diventarti familiari, grazie alla loro autenticità. Ci sentiamo immediatamente a casa…siamo accettati, senza condizioni.

    Ci accompagnano in visita all’azienda per scoprire ancora gli altri animali: un piccolo gregge di capre, altri animali di piccola taglia, e poi le terre coltivate… L’azienda comprende oliveti, vigneti, colture di ortaggi, piante da frutta e tutto ciò che è necessario per l’agriturismo. Il sistema di coltivazione è rigorosamente biologico e, in prospettiva, ma già da oggi, Silvana e Michele sono orientati verso una scelta coraggiosa, così ci sembrerebbe, ma per loro è un modo di essere innato e legato al destino della stessa azienda e all’evoluzione naturale della loro vita.

    Siamo in una dimensione di altissima qualità, dal punto di vista umano, geografico, geologico ed ecologico. La terra e l’aria sono incontaminate, i terreni sono a coltivazione biologica.

    Per comprendere lo spirito e l’atmosfera che si vive nell’azienda agrituristica Tupei non si può fare a meno di ritornare alla storia e alla natura del territorio, di questo micro-continente in cui solo negli anni ’90, Michele e Silvana Puxeddu hanno intrapreso la loro vita in simbiosi con la terra e con il mare, immersi nella magia di questo luogo incantato.

    Infatti, conoscendo il cammino delle comunità che li hanno preceduti su questa pezzo di “Terra di mare” e leggendo la storia delle popolazioni che pur nella simbiosi hanno miracolosamente conservato le loro identità esaltandone le differenze culturali, si comprende l’origine della grande volontà  delle donne e degli uomini che qui abitano, di inventarsi sistemi di vita e di produttività con la semplice, sicura pervicacia di chi è dalla parte della ragione e di chi ha piena coscienza del proprio peso nella storia degli incontri umani e nello sviluppo dell’economia.

    Non stupisce che nei successivi passaggi evolutivi del sistema produttivo e del modus vivendi, gli uomini e le donne di questo territorio, oggi come ieri, di fronte ai tentativi del sistema economico “altro”, esterno, lontano ed estraneo, globalizzante e incontrastato, lottino per conservare una profonda, intelligente e propria lungimiranza.

    Silvana e Michele partecipano ad un intelligente progetto che li pone in grado di provare a vincere la grande partita contro l’incontrastato dominio sull’agricoltura da parte delle multinazionali del seme. Il sistema globale tende ad annullare le differenze tra i prodotti locali, immettendo nel mercato e imponendo ai custodi legittimi della terra,  sementi risultanti da manipolazioni, che richiedono e producono, a loro volta, dei terreni biologicamente modificati, trattati con le sostanze chimiche prodotte da altre multinazionali che ne esigono la vendita e il consumo insensato.

    E’ un tema di grande attualità quello di restituire all’agricoltore e al terreno, che sono i legittimi proprietari, il controllo dei semi che devono rispettivamente custodire e nutrire, far crescere e raccogliere.

    Così, oggi, insieme a noi , qui all’azienda sono presenti le donne forti e coraggiose dell’’Ente regionale “Laore” e delle associazioni onlus di Carbonia “Domusamigas”, venute qui per avviare questo progetto. Mentre andiamo alla scoperta di un’aia comunale che si trova all’interno della loro azienda, spiegano che Michele e Silvana hanno scelto di entrare dentro questa logica e realizzare nella loro azienda una parte di un piano di “ miglioramento genetico evolutivo partecipato” del seme elaborato dal ben conosciuto professore Salvatore Ceccarelli, allo scopo di riportare il controllo dei semi nelle mani degli agricoltori, salvaguardando i grani locali e le biodiversità.

    Ci sembra di non aver fatto molto per meritare questo privilegio, eppure siamo qui, presenti a questa coincidenza incredibile. E’ proprio su questi terreni che prende l’avvio di questo progetto. Michele arriva con tutta l’attrezzature necessaria per squadrare il suolo già pronto in quaranta rettangoli che saranno destinati ad accogliere 17 tipi di semi rudi diversi, semi locali e tra questi vi sono anche 2 tipi di semi ibridi. Partecipiamo al reale disegno di parcellizzazione necessaria per  seminare i rispettivi semi, ognuno nella propria parcella, che noi definiamo con la calce bianca,  dopo la precisa squadratura fatta da Michele.

    L’azione alla quale l’azienda Tupei partecipa è rivolta al raggiungimento di diversi obiettivi:

    • Riscoprire le potenzialità evolutive dei semi locali.
    • Riportare la riproduzione dei semi e la selezione nelle mani dei contadini.
    • Apprendere nuove tecniche per aumentare la biodiversità senza input chimici.
    • Promuovere e facilitare la collaborazione tra istituti di ricerca e contadini.
    • Selezionare quel seme che sarà più adatto a vivere in questo tipo di terreno.
    • Riprodurre e migliorare antiche varietà aumentando biodiversità, autonomia e salute.

    La notorietà del professore Ceccarelli è legata anche alla filosofia attraverso la quale conduce i suoi programmi di miglioramento genetico. Il suo metodo infatti, è noto per essere partecipativo perché condotto in collaborazione con i contadini locali che seminano e scelgono assieme allo scienziato come indirizzare la ricerca. Il suo contributo ha dato risultati anche sul piano della salvaguardia della biodiversità e dell’aumento delle produzioni alimentari in zone marginali…

    Da lui possiamo apprendere che …“Il seme è il fondamento della vita, del cibo, dell’agricoltura. Eppure i contadini, che per tutta la storia sono stati gli artefici del miglioramento e della moltiplicazione dei semi, sono stati, in fretta, esclusi dalla produzione dei semi…e l’esclusione ha lasciato tutti più poveri: i contadini stessi. i sistemi conoscitivi e di ricerca, i nostri regimi alimentari e la ricca biodiversità della terra. …Dobbiamo riportare i contadini a coltivare le varietà per la biodiversità, per loro stessi, per la sicurezza alimentare, per il futuro”.

    Grazie all’accoglienza e alla sobria generosità di Silvana e Michele Puxeddu, abbiamo potuto partecipare ad uno dei tanti significativi momenti del loro lavoro e abbiamo condiviso un importantissimo aspetto della loro vita.

  • L’Agriturismo e l’azienda agricola il Paradiso

    Slideshow Mapreference Website Facebook

    L’azienda è nata nel lontano 1955 grazie all’iniziativa del signor Vito Minaudo che acquista una consistente estensione di terra a Barega, non lontano da Carbonia, con l’intenzione di dedicarsi principalmente alla viticoltura.

    Attualmente è condotta dal figlio di Vito, Tommaso Minaudo, che insieme alla moglie e alla figlia Francesca, proseguendo il cammino intrapreso dal padre, ha innovato e riconvertito l’azienda utilizzando i terreni per le colture e per all’allevamento di animali di piccola taglia destinati alla gestione e alla ristorazione dell’azienda agrituristica “Il Paradiso”.

    Arriviamo a Barega dopo un lungo viaggio sulla strada a 4 corsie che attraversando la piana del Sulcis-Iglesiente, porta fino a Cagliari. Gradualmente ci inoltriamo, per strade asfaltate secondarie, nelle fertili terre di Barega. Imbocchiamo gli stretti e i lunghi rettilinei di penetrazione agraria, tutti così identici corrono tra campi e canali; tra frangivento di eucalipti e zone ricoperte da macchia mediterranea, infine troviamo il cartello con l’indicazione che cerchiamo ( “Il Paradiso”) e giriamo a destra fino a imboccare un lungo viale alberato che, via via, si insinua tra campi erbosi fino a sconfinare all’improvviso in un ampio e ondulato giardino, disegnato dalle sinuose e morbide linee verdi dei piccoli rilievi in cui si articolano gli spazi annessi agli appartamenti riservati ai turisti. Il prato verde in cui si insinuano con discrezione le sobrie strutture destinate ad accogliere gli ospiti è perfettamente curato e sembra rivestire tutti i più piccoli anfratti dell’area. Numerosi alberi di alto fusto, tipici della macchia mediterranea, come i lecci, le querce da sughero, e gli arbusti di corbezzolo, fillirea e ginestra, si alternano a piccoli boschetti di aceri e a piante ornamentali. Roseti, melograni e cotogni sono diffusi dovunque, intorno alle verande annesse agli appartamenti, dietro gli edifici, davanti all’imponente costruzione che accoglie un’immensa sala ristorante, ampie cucine aperte sul giardino, la reception, una sala da colazione, una grande veranda con i giochi per i bambini e altri ambienti ancora.

    Intorno alle lineari costruzioni e sulle cime dei piccoli poggi che fanno da corona al giardino e sui quali il prato si estende, l’aria è intrisa di profumi provenienti dalla terra ancora calda, di aromi intensi e penetranti della macchia, di profumi floreali delicati.

    In questo mondo verde che circonda le sobrie strutture costruite nello stile proprio delle case rurali della Sardegna, ci sentiamo davvero all’interno di una dimensione fatta di colori e di silenzi, di profumi e di calde premure che evocano in noi immagini e sensazioni paradisiache. Si comprende perché il nome dell’agriturismo è proprio “Il Paradiso”.

    L’attività della famiglia Minaudo non è solo frutto di capacità imprenditoriale, ma è evidentemente il risultato della realizzazione di una tendenza che affonda le sue radici nella vocazione agraria del territorio e nella tradizione familiare di cura e attaccamento alla terra. Riallacciandosi al filo della tradizione agraria e zootecnica del territorio, la famiglia Minaudo coltiva tutti i prodotti necessari alla struttura: dall’oliveto al vigneto; dagli ortaggi alle tante varietà di frutta; gli allevamenti vanno da quello delle lumache a quello dei conigli; dalle galline livornesi e dalle faraone alle anatre e ai tacchini. Una azienda multiculturale e multifunzionale.

    L’agriturismo rivolge grande attenzione anche all’educazione dei giovani e intende stimolare l’interesse dei bambini alle attività tradizionali della regione. Per il conseguimento di questi importanti obiettivi culturali, l’azienda funziona come fattoria didattica collaborando alla realizzazione di progetti di attività agricola per le scuole.

    Tommaso ci mostra con fierezza il lavoro fatto dai bambini durante la primavera. Una striscia di terreno posta a fianco del suo orto è stata utilizzata per una interessante esperienza didattica: qui i bambini hanno realizzato una piccola piantagione di pomodori, zucchine, melanzane e fagiolini e ne hanno seguito tutte le fasi di sviluppo: dalla crescita alla fruttificazione alla raccolta.

    Si tende a riportare i terreni coltivati alla loro originaria vocazione, alla coltura estensiva, in armonia con una filosofia produttiva che mira ad alternare le colture in base alla stagionalità e all’annualità, in applicazione del principio della rotazione agraria, attraverso la quale si mira a restituire in modo naturale tutti gli elementi nutritivi al suolo che viene così arricchito e reintegrato delle sostanze rilasciate per alimentare le precedenti colture.

    Quando, appena scesi dall’auto ci viene incontro Tommaso che con la sua grande affabilità e ci accompagna a visitare, prima l’area attrezzata per l’accoglienza, poi un lungo sentiero protetto da una fitta parete di alti lentischi che gira intorno al poggio dominante, per poi salire ancora più su, sulla cima della collina ricoperta da un oliveto illuminato dai riverberi del tramonto, crediamo di essere ormai arrivati alla porta del paradiso!

    Questo è il posto in cui voglio costruirmi una casetta per trascorrerci tutta la mia vita”, ci spiega Tommaso, sorridendo orgogliosamente e lasciando che i nostri occhi sgranati colgano tutta la straordinaria vallata aperta da una parte sulle propaggini della piana del Campidano e sul mare, e dall’altra, protetta dai poderosi monti ricchi di metalli del Sulcis. Non possiamo fare altro che comprendere ancora una volta la ragione del nome dato a questo agriturismo.

    Mentre completiamo il giro camminando sulla morbida ciba erbosa dell’area su cui sorgerà la casa progettata da Tommaso, scopriamo una scala di pietra rossastra che, sbucando tra i rami nodosi degli olivi, scende fino alla base della collina dove si apre una vasta piattaforma pavimentata con al centro una grande piscina.

    Questo è lo spazio studiato per regalare sollievo e relax ai clienti durante i caldi pomeriggi estivi e per raccogliere tutti intorno alla piscina posizionata in un punto panoramico, corredata di un piccolo bar con banco di pietra ricavato dall’anfratto tra la base della collina e la piattaforma pavimentata.

    Sembra che qui abbiano pensato proprio a tutto per non permetterti di andare più via.

    Le premure e l’ospitalità dei proprietari raggiunge una punta d’eccellenza anche nella ristorazione realizzata con tutti i prodotti della stessa azienda trasformati e serviti secondo la tradizione più autentica della Sardegna.

  • Azienda di allevamento caprino di Efisio e Giuseppe Vargiu

    vargiu_w500

    Slideshow Mapreference Website Facebook

    Lasciamo la strada provinciale che dal Comune di Pula conduce verso la zona di ”Is Smolas” superando campi da golf e vivai, serre e aziende agricole, per inoltrarci attraverso ombrose strade coperte dalle fronde dei giganteschi pini ad ombrello nella zona delle colline demaniali. In questa area, in passato dominava la vegetazione spontanea, la macchia mediterranea, che era stata completamente distrutta durante il ventennio fascista per far fronte alle richieste di legnami necessari per la costruzione della ferrovia. Successivamente si pensò di effettuare il rimboschimento dell’area con la piantagione dei pini.

    Ci troviamo in una regione del territorio di Pula, caratterizzata da una sequenza di bassi, ma ripidi e improvvisi rilievi intersecati da piccole valli scavate e modellate sinuosamente dal percorso di un torrente. Del torrente, veramente si può vedere solo il letto formato da bianchi ciottoli levigati e ciottoli più consistenti di granito rosso, lo stesso granito rosso che delinea le ardite creste di queste colline che si inseguono, una dietro l’altra, senza soluzione di continuità. Il letto del fiume è completamente asciutto in questo momento, non piove da quasi un anno, ma nonostante la siccità, qui non sembra davvero che la vegetazione sia sofferente: le chiome dei pini sono straordinariamente verdi e rigogliose, l’unico segno di aridità è rappresentato dal letto pietroso del fiume, il resto del paesaggio è un oceano di fronde di colore verde smagliante; l’aria è satura dei profumi di resine e degli aromi dei piccoli arbusti della macchia residuale che, tra un pino e l’altro, cerca di riconquistare il proprio territorio.

    Attraversiamo il letto del torrente e salendo per la scarpata della collina arriviamo alla cima, qui ci fermiamo tra due pini giganteschi, quasi abbagliati dalla luce improvvisa che penetrando nella pineta accende i colori e ingoia fino all’ultimo filo d’ombra. La foresta di pini si apre di colpo per mostrare una fantastica visione: un’ampia vallata rocciosa dalle pareti scarpate e appena ricoperte da una bassa gariga dalle varie tonalità del colore verde, in contrasto con il colore rosso delle colonne di granito che, si librano staccandosi dagli arbusti e tendendosi, come le canne di un organo roccioso, verso un cielo assolutamente azzurro.

    vargiu_skog_w500

    Tra il colonnato granitico e la sporadica gariga, il pendio della collina si fa radura e dalla radura si staccano le figure delle capre che ad una ad una, poi a decine, avanzano rapidamente scendendo lungo la ripida scarpata per raggiungere l’ovile dove troviamo Efisio Vargiu, il proprietario dell’allevamento caprino, che aspetta il rientro dei suoi animali, insieme al giovane figlio Giuseppe.

    Efisio racconta che, fin da bambino aveva seguito il padre nell’attività, prima solo per gioco, poi per propria scelta. Non sembra che anche più avanti nel tempo, una volta diventato adolescente, fosse mai stato costretto ad abbracciare questo lavoro, anzi, il padre stesso, nel corso degli anni aveva cominciato a dedicarsi all’agricoltura, impiantando un vigneto di considerevoli estensioni in un terreno acquistato nella zona pianeggiante della fascia costiera di Santa Margherita di Pula. La sua intenzione infatti era quella di ridurre gradualmente il numero dei capi che componevano il gregge, per abbandonare definitivamente l’attività di allevatore di capre che richiedeva troppi sacrifici, non supportati da adeguati guadagni.

    Al contrario del padre, invece, Efisio voleva incrementare la consistenza del gregge perchè considerava questa attività come la più importante. Deciso a dedicarsi anima e corpo ai suoi animali era riuscito a portare il numero delle capre a 500. Insomma, non ha mai pensato neanche per un momento di abbandonare quest’attività: ”Questa è la mia vita”! Dice Efisio senza ombra di esitazione o di ripensamento. Oggi, nonostante tutte le difficoltà, lo accompagna il figlio Giuseppe, anche lui profondamente convinto di volere seguire la strada tracciata dal padre accettandone tutti i disagi. Non c’è alcun dubbio. Sono uomini sicuri di sè, sanno cos’ è la vita autentica e non intendono rinunciarvi. Non vogliono cambiare la loro vita. Cominciamo a capire anche noi che, per loro, questo lavoro non è solo una passione, ma è uno stile di vita irrinunciabile. Non c’è spazio per desiderare qualcosa di diverso: questo è un modo di vivere secondo le regole e i ritmi della natura e, come dovremmo sapere, non è possibile andare contro natura.

    Nonostante Efisio affermi di essere nato per fare questo lavoro e di non essersi mai pentito della strada intrapresa, denuncia le grandi difficoltà che si incontrano attualmente nel mercato e anche nella ricerca della disponibilità di grandi estensioni di terreno necessarie per il pascolo.

    Purtroppo anche la tenacia e la sicurezza di un personaggio come Efisio è messa alla prova continuamente da questi problemi. Evidentemente questa è un’attivatà da salvare, sostenere e incrementare a qualunque costo. E’ impossibile che coloro che si occupano di politica economica non vedano il valore dei sacrifici compiuti dai pastori per salvare il proprio lavoro e garantire l’offerta di un prodotto di eccellenza al mercato. Chiunque si interessi di economia, capirebbe che occorre intervenire concretamente per supportare un’attività di primaria importanza come l’allevamento del bestiame. In altre parole, il settore della zootecnia per sopravvivere ha bisogno di tutele e di supporto economico. Efisio si chiede come mai i politici siano così ciechi da non vedere in quali difficoltà si dibattono gli allevatori come lui che, per esempio, deve pagare anche la concessione allo stato per poter utilizzare un’area necessaria al pascolo e alla vita del gregge. Questa è un’attività umana che va incontro alla totale estinzione.

    Efisio esprime la sua amarezza: “noi ci sentiamo molto tristi quando vediamo che altri cittadini possono utillizzare la stessa area in cui pascolano le nostre capre, per l’esercizio della caccia, senza pagare niente, mentre noi dobbiamo pagare dei diritti allo stato per poter lavorare garantendo la sopravvivenza ai nostri animali e a noi stessi”.

    Siamo all’interno del recinto anche noi. Efisio e Giuseppe sono all’ingresso dove le capre arrivano sfilando ad una ad una davanti a loro lasciandosi accarezzare sul collo. Entrando nel recinto ci scrutando con un’espressione incuriosita e tollerante allo stesso tempo: capiscono che noi non siamo molto in sintonia con l’ambiente, forse siamo una specie strana, ma infine, nonostante quella vaga ombra di diffidenza nel loro sguardo, si lasciano accarezzare anche da noi.

    Efisio le riconosce ad una ad una e le chiama per nome. Sembra incredibile che si possa stabilire un così stretto rapporto affettivo tra ogni singolo animale e l’uomo.

    Oggi, seguire un gregge come questo è molto più difficile che in passato, Efisio ci spiega che le difficoltà sono tante per cui il numero dei capi attualmente si è ridotto a 190. Comunque, si tratta pur sempre di un numero abbastanza grande per poter fissare in mente tutti i nomi…Cerexia, Bellina, Scamminada, Sposixedda, Scriana, Rubidosa, Anixedda…e…non possiamo elencarli tutti…

    Chiamare gli animali per nome è un atto di riconoscimento di fondamentale importanza perchè ciascun animale possa acquistare una propria identità e stabilire un rapporto individuale e unico con l’uomo, sviluppando così un atteggiamento di totale fiducia nei suoi confronti. Un legame che si stabilisce dal momento della nascita e durerà fino alla morte dell’animale: il pastore dovrà poi riconoscere e dare ai cuccioli lo stesso nome delle rispettive madri. Solo un padre affettuoso può essere in grado di ricordare 190 nomi e riconoscere fisionomicamente ogni singolo animale, ma questo suo affetto è ben ricambiato in quanto consente all’uomo di assumere il pieno controllo del gregge e lavorare in totale simbiosi con esso.

    Per avere il controllo del gregge, a parte la relazione simbiotica tra l’animale e l’uomo, vi sono molto altre conoscenze che il pastore deve acquisire. La principale fonte di reddito è rappresentato dal numero dei capretti che vedrà la luce e che potrà essere venduto, perciò, il pastore deve seguire puntigliosamente tutto il ciclo riproduttivo di ciascun animale in quanto il suo principale obiettivo è quello di assicurarsi la massima consistenza numerica della figliata. Questa consistenza è dovuta soprattutto alla razza, alla stagione, al numero dei parti e allo stato di nutrizione dell’animale. E’ necessario individuare il periodo estrale del becco; fare una diagnosi di gravidanza della femmina e tener conto che, in caso di mancato concepimento durante la stagione riproduttiva, molti animali torneranno in calore da 17 a 23 giorni dopo l’accoppiamento.

    Seguendo il ciclo riproduttivo, Efisio e Giuseppe devono annotare scrupolosamente tutti i dettagli come, l’inizio del periodo in cui il becco va in cerca delle femmine per la monta (giugno – agosto/settembre) e le date precise in cui ogni fattrice si accoppierà. Dal momento del concepimento bisognerà contare i giorni, perchè da quella data, dovranno passare 5 mesi meno 5 giorni (tale è la durata della gestazione), prima che il capretto possa vedere la luce. Efisio e Giuseppe devono rendersi conto dell’avvicinarsi del momento del parto per fare in modo che questo avvenga possibilmente all’interno dell’ovile e sotto il loro controllo.

    La capra che partorisse durante le ore del pascolo, lontano dall’ovile potrebbe trovarsi in difficoltà e senza l’intervento dell’uomo potrebbe perdere il capretto o mettere in pericolola propria vita, procurando così una grave perdita al pastore. A questo proposito, Efisio si dichiara molto orgoglioso di Giuseppe che, sorprendentemente, secondo lui, dimostra grande abilità e destrezza manuale nell’ intervenire in aiuto della capra o del nascituro. Per esempio, nel caso in cui il capretto si trovi in una posizione sbagliata al momento della nascita causando gravi difficoltà alla partoriente, Giuseppe interviene prontamente e con successo allievando il travaglio della madre e facilitando la nascita del cucciolo.

    Qualche volta può succedere che la capra al momento del parto si trovi lontano dal recinto, ma in tal caso, siccome il piccolo è immediatamente in grado di reggersi sulle sue zampine e arrivare fino alla madre e attaccarsi alla mammella, la capra non si allontana dal cucciolo nei suoi primi giorni di vita, per evitare di esporlo al rischio di divenire preda di altri animali. A circa tre giorni dalla nascita, quando le zampe del capretto sono abbastanza robuste e in grado di percorrere senza incidenti il tragitto fino all’ovile,la madre vi fa ritorno insieme al suo cucciolo. Nella quasi totalità dei casi, comunque, il parto avviene sotto il controllo di Efisio e Giuseppe.

    Nei primi 35 – 40 giorni della loro vita i capretti passano il tempo tra il grande recinto e la propria cuccia di legno costruita dal pastore per proteggerli dal freddo e dagli eventuali predatori. In questa cuccia, ogni 24 ore, la mattina, al rientro della madre, ogni capretto riceve la sua poppata. Purtroppo il capretto, che rappresenta la principale fonte di reddito del pastore, è destinato al mercato. Solo una minima parte dei capretti sarà scelta per integrare il gregge. Un prodotto particolarmente richiesto è il caglio, un tipico formaggio che non è il risultato di un processo di lavorazione, ma è costituito dallo stomaco del capretto, estratto all’atto della macellazione. Questo drammatico evento che pone fine alla vita del cucciolo, ha luogo quando l’animale, raggiunto il momento della sua commercializzazione, viene preso e macellato dopo l’ultima poppata dell’ultimo giorno della sua vita. Il suo piccolo stomaco che al momento della estrazione è pieno del latte materno, viene successivamente sottoposto per 2 -3 giorni ad un processo di affumicamento per essere poi venduto allo stesso acquirente del capretto.

     

  • Agrilanga Società Agricola

    SlideshowMapreferenceWebsiteFacebook

    Per arrivare alla fattoria di Agrilanga, Filippo, la mia guida, ha dovuto chiedere delle indicazioni ad alcuni autoctoni, essendo il posto difficile da trovare. Comunque dopo aver trovato la casa per gli ospiti siamo stati raggiunti da Massimo Trinchero, colui che si occupa di fare crescere le loro capre e della produzione del formaggio di capra. Dopo una breve camminata siamo arrivati ad un edificio dove una parte è adibita al caseificio, la parte centrale è dove vengono munte le capre e la parte restante ospita le capre. Attraverso l’utilizzo di un particolare impianto idraulico, una volta terminata la mungitura delle capre, il latte viene trasferito al caseificio per essere trasformato praticamente immediatamente in formaggio.

    Essendo la stalla circondata da una proprietà di circa 50 ettari, dove le capre risiedono e dove possono pascolare liberamente per circa 9 mesi all’anno, mentre per i restanti 3 mesi sono alimentate con del fieno coltivato localmente. Dato che si tratta di una fattoria biologica, anche la coltivazione del fieno deve seguire determinate regole. Le capre non solo possono ricevere un nutrimento di prima qualità, ma vengono anche trattate nel migliore dei modi dato che la qualità del latte dipende anche dalla loro qualità di vita.

    Il clima locale di questa fattoria, collocata nella parte meridionale del Piemonte, è estremamente influenzato dalla vicinanza del mare ed è caratterizzato da abbondanti precipitazioni. Ciò consente di avere, nell’area che circonda la fattoria, dei prati fertili e ricchi di erbe aromatiche, le quali, dopo essere state mangiate dalle capre, influenzano il sapore del loro latte.

    I formaggi, che hanno come nome generico Robiola di Roccaverano, sono prodotti dal caseificio di Agrilanga. In realtà sono prodotti ben 6 tipi di formaggio:

    • La Robiola di Roccaverano fresca DOC
    • La Robiola di Roccaverano stagionata DOC
    • La Langhetta
    • Il formaggio fresco di capra
    • Il formaggio di capra alle erbe
    • Il formaggio di capra ai carboni vegetali.

    I formaggi “Robiola di Roccaverano” sono famosi sin da prima che i Romani conquistassero l’Italia, e sono stati descritti dall’illustre autore romano Plinio il vecchio. Il nome Robiola deriva dal termine latino “robium” che fa riferimento alla superficie rossastra del formaggio, mentre Roccaverano indica il luogo di origine del formaggio. Una delle regole che devono essere seguite nel produrre tale formaggio afferma che deve essere costituito almeno per il 50% da latte di capra, mentre il resto può anche essere latte di mucca o di pecora.

    Il sapore del formaggio varia a seconda della stagione in base a ciò che le capre mangiano. In primavera e all’inizio dell’estate, i gusti dominanti sono quelli d’erba fresca, ciliegia e nocciola. Alla fine dell’estate alcune capre diventano gravide e producono meno latte. Tuttavia in questo periodo il loro latte contiene più grassi ed i formaggi avranno così un gusto più deciso

    Oltre alla fattoria Agrilanga, esiste un consorzio di 19 produttori su piccola scala di Robiola di Roccaverano, un prodotto quindi con molti contribuenti.

    Il proprietario di questa fattoria, fondata nella metà degli anni 90, dopo circa 15 anni di attività è estremamente soddisfatto di vendere molti suoi prodotti in un luogo chiamato Grasse in Francia, considerato la patria del formaggio di capra. Inoltre questi formaggi sono anche esportati in Germania.

  • La Fattoria e la Latteria di Colle Ostrense

    Slideshow Mapreference Facebook

    Questa fattoria a conduzione familiare cominciò nel 1972 quando la famiglia Pittalis venne dalla Sardegna e comprò 3 fattorie da vecchi coltivatori quando la maggior parte delle persone si stavano spostando dalla campagna alle città. La signora Pittalis ci ha fatto girare la fattoria e fatti entrare in un grande edificio pieno di pecore. Dopo aver scavalcato una delle recinzioni allfinterno dellfedificio, è ritornata tenendo un agnello tra le braccia. Poiché le pecore erano sempre all’interno dei recinti e ovviamente non abituate ai visitatori, si muovevano costantemente intorno a noi durante la nostra visita. Dopo essere stati nel grande edificio, ci è stato permesso di entrare in un altro, dove solo alcune pecore e alcuni galli sembravano condurre una vita molto tranquilla. Infine, ci hanno mostrato le loro capre, le quali vivevano fuori, nel loro proprio recinto, mentre un piccolo cane ci seguiva ovunque. Abbiamo anche dato un’occhiata alla latteria della fattoria e al loro negozio dove abbiamo potuto comprare deliziosi prodotti.

    Gli animali

    L’azienda ha 500 pecore e la razza è la Sarda. Ha circa 30 capre francesi per il latte. Durante la nostra visita, le pecore stavano dentro una stalla. Comunque, di solito le pecore escono e entrano come vogliono, ma vengono tenuti dentro una stalla quando il tempo è brutto.

    Le coltivazioni
    L’azienda coltiva i seguenti foraggi per l’alimentazione degli animali:

    • orzo
    • mais
    • erba medica
    • grano

    L’estensione del terreno coltivato è di 100 ettari con 10 ettari in affitto.

    Il caseificio
    Si producono caprino e pecorino e produce anche formaggio di mucca – comprano il latte della mucca dalle aziende agricole a vicino.

    Ci sono tantissime regole per i caseifici e ogni mese gli ispettori vengono due volte per analizzare i formaggi vengono prodotti conformente a il sistema HACCP.

    I bambini delle scuole possono assistere alla lavorazione dei formaggi e alla mungitura.

    Si producono

    • formaggi
    • ricotte
    • mozzarelle
    • yogurt
    • latticini freschi

    Altri prodotti
    Si producono anche i seguenti prodotti:

    • carne fresca
    • farina
    • un pane sardo che si chiama pane carasau perché è bruciacchiato

    Assaggi freddi, formaggi e pane sono forniti per un minimo di 2 persone alla volta. Per quanto riguarda i sapori, posso testimoniare la qualità dei loro prodotti poiché mi è stato servito un delizioso pasto di assaggi freddi, formaggi insieme al pane piatto sardo.