Month: March 2010

  • Società Sà Pischera é Mar é Pontis, “Comunità del Cibo”

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    Il complesso territoriale del Sinis offre uno spaccato della storia dell’uomo che va dal periodo pre-nuragico ad oggi. Da circa 4000 anni, quindi, la presenza dell’uomo (intesa come organizzazione sociale, con le rispettive forme di urbanizzazione e di organizzazione delle risorse locali finalizzata alla utilizzazione diretta e alla trasformazione dei prodotti), insiste su questo promontorio, ricchissimo di risorsi naturali, senza soluzione di continuità.

    Infatti, la presenza dell’uomo, è testimoniata da innumerevoli reperti archeologici ritrovati in questo territorio e attribuibili ad un lasso di un tempo che va dal 6000/2000 a.C (civiltà prenuragica); a quella nuragica dal 1800 all’800 a.C. (civiltà nuragica); dall’insediarsi della civiltà fenicia, sviluppatasi paralellamente alla civiltà nuragica e armoniosamente integratasi con questa cultura autoctona , attraverso contatti commerciali (tra 1200/800 a.C.) e successivamente grazie alla fondazione della città di Tharros; all’insediamento punico e romano sulla stessa città; dall’occupazione aragonese del 1400, e alla temporanea presenza delle famiglie genovesi alle quale viene trasferita successivamente la proprietà degli stagni con le peschiere e le edifici annessi.

    Fin dagli inizi del 1900 e fino agli anni 70 le peschiere vengono gestite da un unico proprietario (Don Efisio Carta), che le acquista da una famiglia genovese. I pescatori di Cabras dopo numerose battaglie, negli anni 70 riescono ad ottenere il controllo diretto attraverso la mediazione della regione Sarda che trasforma le peschiere in proprietà demaniale, restituendole al controllo diretto dei pescatori. Oggi, la gestione di questa fonte principale dell’economia territorio è fidata direttamente ad un organismo consortile formato da 11 cooperative di pescatori.

    Attualmente, le attività di pesca e di trasformazione del prodotto principe, il Mugil Cephalus (il mugine da bottarga) e la “Liza Ramada” (classico mugine da arrosto), sono gestite dalle cooperative consorziate e da una società mista di sopporto che ha sviluppato un serie di attività ittituristiche di eccellenza consistenti nella ricezione turistica; nel servizio di ristorazione che esalta il pregiato prodotto proponendo una vastissima gamme di piatti tipici di storica tradizione e nelle visite didattiche alle peschiere.

    Il presidente della società, Carlo Ferrari, ci accompagna attraverso “i lavorieri” (dei bacini dove si raccoglie del pesce proveniente dal mare) che vengono peridiocamente chiusi con delle barriere costruite dagli stessi pescatori utilizzando, come da antichissima tradizione, le canne palustri che crescono lungo i margini intorno alla laguna.

    Le lagune di Cabras hanno una estensione di 2400 ettari. Tra aprile e novembre le barriere di canne vengono aperte per permettere l’entrata dei pesci (90% muggine; per il restante orate, spigole e altri pesci). Qui, i muggini trovano un ambiente ideale per pascolare, cibandosi di ciò che trovano sui fondali della laguna. Per effettuare la cattura del pesce, i pescatori si immergono, disponendosi a cerchio nei lavorieri (aree delimitate da passerelle di legno e chiuse dalle barriere di canne palustri), profondi circa un metro e mezzo e, chiudendo via via lo spazio con le reti, raccolgono i pesci così catturati, e trascinando il pescato negli edifici della pesatura (cosìdetti perché in passato era il luogo in cui il pesce veniva pesato e venduto ai clienti provenienti dalle diverse regioni della Sardegna).

    Oltre agli edifici destinati alla pesatura dei pesci e costruiti probabilmente tra il 1300 e il 1400, sulla duna naturale che si trova in centro dei due canali in cui si diramano le peschiere, possiamo osservare una serie di edifici (quasi un piccolo villaggio): di particolare pregio è un edificio originariamente destinato all’affumicatura della bottarga. Un altro edificio interessante è la piccola chiesetta dedicata a San Vicenzo (non a caso è il prottetore dei pescatori), è particolarmente imponente è la torre di guardia della peschiera risalente allo stesso periodo.

    Data la continuità della presenza umana in questo promontorio, si può facilmente dedurre che la pesca del muggine e la produzione della bottarga detangano il primato di una tradizione che affonda le sue radici nella preistoria. Attualmente, il consorzio dei pescatori rappresenta una realtà europea di primo ordine nello stesso settore accanto al quale in questi ultimi anni si ha sviluppato il settore terziario dell’artigianato legato all’itticoltura e l’attività ittituristica di ristorazione e didattica del territorio di eccellenza.

    Visite alle aziende e redazione degli articoli realizzati in collaborazione con la scuola Terramare.

  • The Sà Pischera é Mar é Pontis society, a food community

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    The Sinis area offers a cross section of the story of man, dating from the early bronze age to nowadays.

    From about 4000 years ago, the presence of man (meaning a settlement whose inhabitants are using and transforming local resources into finished products) is clearly visible in this area.

    However, traces of man in this area are clearly visible from numerous archaeological finds dating from 6000-2000 years B.C., via the nuragic age (imposing stone monuments) 1800-800 B.C., a Phoenician settlement being developed simultaneously (1200-800 B.C.) and in harmony with the natives during the nuragic age. The Phoenicians also founded the city of Tharros, followed by the Carthaginians and the Romans in the same city, being occupied by the Aragonese in the 1400s followed by the Genovese before being taken over by fishermen.

    From the beginning of the 1900s to the 1970s the fisheries were managed by a man called Don Efisio Carta, who bought them from a Genovese family. The fishermen of Cabras succeeded in obtaining direct control of the fisheries, but only after numerous quarrels and brawls, resulted in the mediation of the Sarda region in the 70s. Then, the fisheries became the property of the Sardinian State, while control of the fisheries were given to the fishermen. Now, management of this enterprise has been assigned to a consortium consisting of 11 cooperatives of fishermen.

    Currently, the fishing activity and the processing of the fish, that is turning it into salted, pressed and dried roe, called bottarga, of the flathead mullet and the “Liza Ramada” (classical, roasted mullet) is managed by the cooperatives and a society which has developed a series of activities for tourists interested in fishing at the fisheries, a restaurant with a wide selection of typical sea meals together with educational visits at the fisheries.

    The president of the society, Carlo Ferrari, showed us the canal which is closed at specific times of the year by means of wooden barriers and constructed manually by the fishermen, using, according to ancient traditions, reeds which are growing along a lagoon located nearby.

    The wetlands, consisting of canals and lagoons, near Cabras has an extension of about 2400 hectares. Between November and April, the reed barriers are removed in order to let the fish mainly consisting of mullet, but also including gilt-head bream and European seabass, etc enter the lagoons. The fish find an ideal environment for grazing in the lagoons, mainly eating what resides on the seabed. When sea water is entering the canals and the lagoons in May, the fish start swimming against the current towards the sea in order to spawn. Then, the fishermen enter the canal, which has been already closed off by means of the wooden barriers, forming a semicircle in front of the barrier and enclosing the fish carefully by means of nets. Then, the fish are taken inside the weighing room, its name deriving from the time when the fish were weighed and sold inside this building to customers from all over Sardinia.

    In addition to the buildings meant for weighing the fish and probably constructed some time between 1300 and 1400, on a sand dune, between the two canals, which divide the fishery in two, we can observe many buildings (like a tiny village). One building which differed from the rest was originally used for smoking the roe of the mullet. Another interesting building was a small church dedicated to San Vincenzo (the patron saint of fishermen) together with the guard tower built during the same period as the church.

    Given a human presence in this area dating back thousands of years, one can easily deduce that fishing of mullet and production of the salted, pressed and dried roe, called bottarga, forms the base of a tradition going back to prehistory.

    These fisheries form an important part of European fisheries, exporting their products to many countries.

  • The Paolo Pinna farm

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    Passing through Milis, we noticed the fruit market of the Pinna farm, and decided to have a look. At first, we saw the owner of the farm, Paolo Pinna, talking to some of his customers.

    While Maria was presenting our project consisting of photographing the fruit farm and interviewing the owners. Paolo started filling a bag with oranges. Simultaneously, he told us that we had to return early in the evening and after having filled the bag, he handed smilingly the bag to Maria: big, delicious and juicy oranges…a real gift!

    Having returned early in the evening, we met the father of Paolo, who willingly showed us their orange grove besides telling us the story of their plantation. Initially, the cultivation of citrus fruits was carried out next to the cultivation of vines. Some 30 years ago, the Pinna family started working with an orange grove which probably had been planted in the 1700s, while the original owner had started tending it in the early 1800s. Initially, they removed all the old trees together with any plant detritus, digging up and flattening the terrain, and introducing artificial irrigation called “moustache” because the water is sprayed out in opposite directions at the same time, one “moustache” for every tree. Presently, the orange grove has an extension of 22 hectares and has to be watered from May to September/October, depending on the dryness of the soil. Since citrus fruits are very sensitive to cold, it’s necessary to protect it against northerly winds. The Pinna family is using a natural windbreaker in order to protect their property. In fact, the orange grove is surrounded by a dense row of old bay trees. We were told that the bay tree has dense, evergreen foliage protecting even the young orange trees rather well, and it doesn’t extract lots of nutrients from the soil, leaving more nutrients for the orange trees.

    After having told us about the differences between the various types of oranges grown at the farm (Arrance Washington New, Townson, Novelline, etc.), we were also told about how they are tending the soil in order to have a thriving orange grove. They are practising a semi-organic way of cultivating the orange trees: besides using compost, they are also using a roller to cut weeds together with cutting to pieces branches and leaves lying on the ground after the trees have been pruned. In this way, nutrients which the plants have extracted from the soil, are returned to from which they came. In order to defend the orange trees against a parasite called cochineal, winged insects similar to ladybirds are introduced to the trees. Besides eating the cochineals, it also deposits eggs at the base of the stems of the leaves which is where the parasites usually stay.

    Having stopped next to an orange tree in germination, we were able to see the difference between the fruit-bearing buds where the new leaves are enclosing the budding flowers, and the non-fruit-bearing buds which consisted of isolated buds with no leaves.We concluded our visit by tasting various types of mandarins with names like “Vana del Pirene” and “Tardivo di Ciaculli”. Mr. Pinna also kindly gave us a bag full of oranges.

    All we could do in return was to thank Mr. Pinna and accept his generous gift, an expression of their culture of hospitality.

  • Azienda Agricola Paolo Pinna

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    Siamo arrivati intorno alle 13 al puntovendita dell’Azienda Agricola Paolo Pinna (il titolare dell’agrumeto), e qui lo abbiamo incontrato mentre salutava alcuni dei suoi clienti.

    Stavano ancora presentando il nostro progetto di fotografare e di descrivere il suo agrumento, mentre lui cominciava a riempire una busta di arancie. Subito dopo, mentre ci spiegava che saremmo dovuti ritornare nel pomeriggio, allo stesso tempo, con un gesto spontaneo accompagnato da un sorriso ci ha consegnato la busta con il suo contenuto: arancie grandissime; questi deliziosi e succosi agrumi….un vero regalo!

    Nel pomeriggio abbiamo incontrato il padre di Paolo che mostrandoci il suo arancieto e ci ha anche raccontato la storia di questa piantagione…..
    Nel territorio di Milis la coltura degli agrumi è stata introdotta dai monaci camaldolesi accanto alla coltura della vita. La famiglia Pinna ha lavorato nell’ agrumeto precedentemente impiantato (probabilmente esisteva già nel 1700) di proprietà dall’originario proprietario che lo gestiva già dagli inizi del 1800. Il primo lavoro di preparazione del terreno per impiantare un nuovo agrumeto è stato effettuato dalla famiglia alcuni decenni fa. Infatti, è stato necessario espiantare le vecchie piante, quindi, ripulire il terreno, scavarlo, livellarlo, e dotarlo di un impianto di irrigazione cosidetto “a baffo”. Attualmente, l’agrumeto ha un estensione di circa 22 ettari e ha bisogno di essere irrigato sopratutto nel periodo tra maggio e settembre/ottobre, dipende dal grado di aridità del suolo. Siccome l’agrume è una pianta molto sensibile al freddo è necessario proteggerla dai venti provenienti da nord. In questa zona si ricorre a quel sistema di protezione naturale che è il frangivento. Infatti, l’agrumeto della famiglia Pinna è completamente circondato da una fitta barriera di piante secolari di alloro. L’alloro, come ci racconta il signor Pinna, ha un fitto fogliame sempreverde e un apparato radicale che non si estende eccessivamente, presenta il vantaggio di proteggere anche le pianti più giovani, in tutti i periodi dell’anno, e oltretutto non sottrae gli elementi nutrtivi del terreno che sono necessari alla coltura.

    Mentre ci spiegava le differenze tra i diversi tipi di aranci presenti nella piantagione (Arrance Washington New, Townson, Novelline, etc.), ci illustrava anche i diversi trattamenti necessari al terreno. Il sistema di coltivazione della piantagione è semi-biologico: oltre ad usare un concime complesso, per arricchire ulteriormente il suolo, si pratica anche l’inerbimento, cioè quando le erbe spontanee sono abbastanza sviluppate vengono recise con un rullo meccanico che emulsionando l’erba e i rami della potatura che vengono lasciati al suolo insieme alla terra, si effettua un’operazione che darà origine a un potente integratore naturale. Così, si restituisce al suolo tutto ciò che le piante hanno precedentemente sottratto per il loro nutrimento. Per diffendere le piante da un terribile parassita, la cocciniglia, si introducono degli insetti alati simili alle coccinelle che, oltre a nutrirsi di cocciniglia, depongono le loro uova alla base del fusto su cui si insediano i parassiti.

    Fermandoci vicino ad un albero in fase di germinazione, abbiamo potuto vedere la differenza tra le gemme fruttifere che all’interno delle foglie novelle racchiudono il fiore in bocciolo, dalle gemme infruttifere rappresentate da boccioli isolati e privi di foglie. Il nostro giro nell’Eden si conclude con un assaggio dei vari mandarini passando dal gusto delizioso della “Vana del Pirene” a quello del “Tardivo di Ciaculli”. Mentre tentevamo di capire la differenza di gusto tra l’una e altra specie, si siamo ritrovati colme di gustosi agrumi di varie specie.

    Non possiamo fare altro che ringraziare e salutare il signor Pinna accetando il suo dono come una ulteriore forma di saluto, espressione della coltura delle ospitalità.

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  • Distillerie Lussurgesi di Carlo Pische

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    Da centinaia di anni, per sopperire alla qualità non ottimale del vino prodotto, si distillavano le vinacce producendo il distillato secco o aromitazzato chiamato abbardente.Carlo Pische, che per molti anni ha svolto l’attività di meccanico, nel 2003, lo stesso anno si propone con una bottiglia di abbardente alla fiera Vinitaly di Verona vincendo il primo premio per la migliore immagine: bottiglia con immagine grafica stilizzata di un bronzetto nuragico riprodotta in trasparenza – senza etichetta.Questa sua prima vittoria inaspettata contribuisce al definitivo distacco di Carlo dalla precedente professione e alla determinazione di riappropriarsi del patriomonio culturale personale, familiare e locale.

    Infatti, spinto dal desiderio di riannodare i fili della più antica tradizione del suo paese, e di trarre tutti gli elementi di continuità, racchiudendo nel suo progetto le molteplici realtà tradizionali e la più antica specializzazione dell’industria del luogo, ha chiamato la sua distilleria artigianale col nome di “Antiche Distillerie Lussurgesi”.

    Dal 1838 esisteva già una distilleria lussurgese dalla quale Carlo ha voluto trarre le premesse di distillatore locale, infatti, il paese produceva nei secoli scorsi un’acquavite di fama, apprezzata in tutta l’isola. Qui ebbe anche sede, agli inizi del ‘900, la prima produzione di cognac sardo dei laboratori di distillazione del Professor Meloni. Successivamente, in virtù delle leggi europee, la denominazione del cognac può essere riferita solo al distillato prodotto nella omonima regione francese.

    La differenza tra aquavite e cognac consiste nell’invecchiamento del distillato in botte di rovere francese per un periodo di almeno 3 anni.

    La determinazione che caratterizza Carlo Pische lo ha condotto a ripercorrere le tappe storiche della più antica distilleria, e infatti, all’interno di una teca chiusa da una vetrina sigillata dalla Dogana, si può vedere una botte di rovere francese che contiene il prezioso distillato ormai invecchiato da 3 anni.

    Quest’estate, a distanza di 120 anni dalla creazione del primo cognac sardo, si aprirà la sacra botte e il brandy verrà imbottigliato per essere venduto all’asta. Questo momento sarà un atto rituale all’interno di un convegno più vasto organizzato per festeggiare l’avvenimento: una celebrazione per sottolineare la riappropriazione di un prodotto storico lussurgese e sardo nata dalla piena coscienza delle proprie tradizioni.

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  • Azienda Agricola e Zootecnica Mura

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    Incontriamo Gianpaolo e Barbara Mura alle 2130 dopo aver superato una tortuosa salita di selciati del centro storico di Santu Lussurgiu. Gianpaolo ci accoglie alla porta delle sua tipica casa lussurgese dalla sobria facciata.

    Ci guida attraverso un ampio ingresso e salendo su una elegante scalinata di ardesia nera attraversiamo vaste sale dai pavimenti in legno di rovere, pareti di trachite e alti soffitti a travature di legni pregiati. La casa si sviluppa su diversi piani falsati e in fine usciamo e salendo altre rampe esterne arriviamo nel lindo laboratorio al cui soffitto sono appese lunghe file del tradizionale “Su Casizolu“: tipico e antichissimo formaggio vaccino, prodotto nella regione Montiferru.

    Questi due giovanissimi imprenditori gestiscono una pluricentinaria azienda zootecnica nel totale rispetto dei ritmi naturali. La mandria è composta da vacche di razza sardo-modicana che vivono allo stato brado e nutrendosi nei pascoli spontanei e dei foraggi coltivati biologicamente nei campi ubicati tra le alture del Montiferru e le valli digradanti verso Oristano.

    Lo loro proprietà terriera si estende per centinaia di ettari, ma è suddivisa in tre diverse parti ubicate in altrittanti comuni. Nei diversi periodi dell’anno la mandria si muove dalle alture alle valli nei mesi freddi e viceversa nei mesi caldi. La razza sardo-modicana deriva da un incrocio tra la modicana importate agli inizi del 1800 dalla Sicilia con le razze locali e si diffonde nel Montiferru dove viene destinata inizialmente sopratutto al lavoro. Ben presto si scopre che dal suo latte si ricava il prezioso formaggio che prende il nome di Casizolu e negli ultimi decenni è stata rivalutata le qualità eccellenti delle sue carni. Oggi, nel Montiferru, da questi mandrie si seleziona il cosìdetto “Bue Rosso”, vitellone dalla carne pregiata.

    Gianpaolo e Barbara, pur producende anche il “Bue Rosso”, si sono specializzati nel pregiato formaggio dalla caratteristica forma a grande pera. Loro sono molti orgoglosi del loro sistema di produzione saldamente ancorato alla tradizione suggerita dai cicli naturali delle stagioni e dai cicli riproduttivi degli animali, ma non vogliono che il loro prodotto sia nominato come presidio Slow Food perché vogliono rimanere indipendenti.

    Per produrre il questo tipo di formaggio, il caglio deve essere trattato con le mani fino a diventare liscio, elastico e filante; allo stesso tempo, la temperatura del caglio deve raggiungere i 45°C. Abbiamo visto Barbara fare questo lavoro che sembra molto faticoso e lungo. Quando il caglio raggiunge la necessaria elasticità per essere manipolato, Gianpaolo prende in mano una parte del caglio e lavorandola con le mani, forma una lunga palla molto elastica che sotto gli abili movimenti manuali prende la forma lunga della classica pera dalla base gonfia e arrotondata, terminante con un sottile collo.

    Quando è soddisfatto della forma estetica ottenuta, la mette in un contenitore pieno di acqua salata (salamoia) dove si deve girare la peretta, che galleggia in superficie, a intervalli regolari di tempo, per impedire che la forma diventi irregolare. Il formaggio deve rimanere nell’acqua per qualche ora, fino a quando la temperatura del formaggio si aggira sui 20°C. Poi, si mette il formaggio in una retina e lo si appende ad un’asta di legno sistemata all’altezza del soffitto dove viene lasciata ad asciugare.

    Gianpaolo e Barabara hanno una bella casa con una antica cantina senza finestre in cui si crea una temperatura ideale, dove il formaggio una volta asciugato, viene lasciato a stagionare.

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  • Carlo Pische distillery

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    Due to the mediocre quality of the local wine in this area, the locals have been making spirits called abbardente using merc (grapes which have been compressed having all their liquid parts removed) for centuries.

    Carlo Pischi, after having worked as a mechanic for many years, participated with a bottle of abbardente at a fair called Vinitaly in Verona, winning first prize for best label, that is a stylized figure of a bronze age hunter marked directly on a clear bottle.

    This first and unexpected win made Carlo leave his profession as a mechanic and, instead, resuming cultural and local traditions in Santu Lussurgiu.

    In fact, driven by his desire to renew ties to ancient traditions of his village by drawing on local knowledge of making spirits obtained through hundreds of years of work, he called his distillery “Antique Distilleries of Lussurgiu”.

    A distillery, on which Carlo would like to base his products, was founded in Santu Lussurgiu in 1838, but spirits known throughout Sardinia were produced by local housewives several centuries in advance. In the beginning of the 1900s, a certain professor Meloni started producing Sardinian cognac using more or less scientific methods. However, due to EU laws, the name of cognac is a reserved name only to be used by cognac producers living in the area with the same name in France.

    The difference between aquavite and cognac is that is that the latter has to be stored in oak barrels for at least 3 years, while it is up to the distiller to decide how long the former should be stored.

    Inside a display cabinet we could see a seal issued by the Sardinian Customs Office used to ensure that a French oak barrel, containing the precious aquavite, is stored for 3 years.

    In the summer of 2010, more than 120 years after the production of the first Sardinian cognac, the sacred barrel will be opened and the liquid will be bottled and be put up for auction. The plan is to mark this event at a grand convention in order to celebrate that a typical Sardinian product has been resurrected by following ancient traditions.

  • The Mura farm and farmhouse dairy

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    We went to the house of Gianpaolo and Barbara Mura in the evening after having ascended a long series of steps in the historic centre of Santu Lussurgiu. Gianpaolo met us at the entrance of their fine house and led us up their neat dairy from whose ceiling were hanging the traditional “Su Casizolu“, that is typical, Sardinian cow’s cheese, produced in the region of Montiferru.

    Gianpaolo e Barbara, being in their twenties, are running a farm having been started more than 200 years ago in accordance with nature’s cycles. They are raising cows of a race called Sardo-Modicana living outside all year in pastures being supplemented with organic fodder from fields between the hills of Montiferru and the valleys approaching Oristano.

    The extension of their property amounts to several hundred hectares, but being divided into three different parts situated in three communes. The herd moves from the highlands to the lowlands in winter and vice versa in summer. The Sardo-Modicana race derive from cross-breeding the Modicana race imported from Sicily in the early 1800s with local races in the Montiferru region and being meant for working. Quite early on, it was discovered that the cheese obtained from the milk of the Sardo-Modicana cows was excellent and getting the name Casizolu. Besides, the meat of the Sardo-Modicana cattle has also been discovered to be of prime quality. Now, veal of the highest quality called “Bue Rosso” or “Red Bull” is obtained from the Sardo-Modicana calves.

    Gianpaolo and Barbara, although producing “Bue Rosso”, are more interested in talking about their rare cheese shaped like a giant pear. In fact, they are proud of their production of cheese firmly anchored to the cycles of the seasons and the reproductive cycles of their animals, but they won’t have their product nominated as a Slow Food presidium because they want to be independent.

    In order to make the “Su Casizolu” cheese, the curd has to be kneaded manually until it becomes smooth and thready, while at the same time keeping it at a temperature of 45°C. At our arrival, Barbara was busy kneading the curd, a work which seemed quite laborious and long-lasting. After she had finished her work, Gianpaolo cut off a part of the curd and started forming a baseball-sized ellipsoid. Then, he started reshaping it such that the lower part is round and large, while the upper part is slender, ending in a fine, wide rosette.

    After having shaped the cheese to his liking, he put it into a container of water filled with salt, rotating it regularly such that the shape remained symmetrical. The cheeses had to stay in the water until the temperature had decreased to 20°C. Then, he would put the cheese in a net and hang it up on a beam located close to the ceiling for drying.

    Before leaving, we were shown the cheese cellar of Barbara and Gianpaolo, that is a a room without windows with a temperature ideally suited to let the cheeses justly dried, mature. In fact, the ceiling was more or less covered with maturing cheeses.

  • Azienda Agricola e Macelleria Aziendale Busi

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    La famiglia Busi è arrivata da Ferrara in quest’area nel 1935 durante le riforme agrarie degli anni 30. Originariamente, tutto il terreno era una palude successivamente bonificato e assegnata in lotti di circa 40 ettari ciascuno.

    La famiglia Busi era stata una delle prime otto ad arrivare a Alghero spinta dalla prospettiva di ricevere in proprietà un appezzamento di terra da cui trarre i prodotti per la sussistenza della famiglia e di seguire una tradizione familiare di almeno 150 anni: l’allevamento delle mucche.

    La signora Maria, che custode della memoria familiare e locale racconta che queste famiglie, provenienti da Ferrara, siccome le case coloniche non erano state costruite, inizialmente furano ammassate in un unico casermone situato ad Alghero.

    L’unico sostentamento di queste famiglie di poveri braccianti era il maiale che veniva tenuto sul fondo loro assegnato, e pertanto, dovevano spostarsi continuamente da Alghero per accudire il maiale e altri eventuali animali e per fare altri lavori in campagna. Negli anni 60, Maria, proveniente da un paese vicino a Fertilia, sposa uno dei figli della famiglia Busi, e unendo la grande capacità imprenditoriale del marito alle tradizioni sarde che Maria trasmette ai quattro figli oggi gestiscono questa grande e modernissima azienda, può sentirsi soddisfatta di vedere i risultati dei propri sacrifici del marito.

    La famiglia Busi hanno circa 60 mucche di razza Frissona e un toro che si chiama Cicero di razza Charolais. Le mucche vengono munte 2 volte al giorno e l’operazione dura 4/5 minuti per volta e viene effettuata con una macchinetta. Le mucche aspettano di essere munte e dopo la mungitura, tornano alla stalla.

    Il latte appena munto ha una temperatura di 39°C, ma attraversando un tubo per raggiungere un grande contenitore, subisce un calo di temperatura di circa 10°C. Successivamente, abbiamo seguito la procedura effettuata da Tiziana che, per produrre il semicotto, porta il latte cagliato alla temperatura circa 45°C e a questo punto viene ruotata la cagliata e successivamente sistemata dentro le fuscelle cilindriche. Qui, la cagliata viene pressata manualmente per compattarne l’impasto ed espellerne la parte liquida. Oltre al semicotto, Tiziana produce un altro tipo di formaggio (chiamato la peretta).

    I Busi sono stati tra i primi a installare i distributori a latte crudo in Sardegna. L’iniziativa sembra riscuotere grande successo. Naturalmente, la maggior parte del latte è destinata alla trasformazione.

    I vitellini vengono separati dalle nostre madri e vivono in stalle separati. I vitelli maschi, dopo lo svezzamento, vengono tenuti in stalle separate dalle femmine per un certo periodo precedente la commercializzazione.

    Si alleva i maiali e i cinghiali per la carne. Questi animali vivono insieme dentro un recinto. Si produce la carne in quantità familiari e per pochi clienti.

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  • The Busi farm

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    The only means of sustenance of these poor families was raising pigs on their assigned properties, besides doing manual work in the countryside. Maria, who came from a village in the vicinity of Fertilia, married one of the sons of the Busi family in the 1960s. Uniting the entrepreneurial skills of her husband with her Sardinian traditional upbringing and passing these characteristics onto 4 sons, who are managing this big and modern farm, have reason to feel satisfied with the results of her husband’s and her own efforts.

    Now, there are about 60 Frissona cows and one Charolais bull called Cicero at the farm. The cows are milked twice daily by means of a machine. During our visit, the cows were waiting in a line in order to be milked. When the farmer Mauro was ready, about 8 cows were allowed to enter at the same time. The milking was finished after a few minutes, then a new group of cows could enter.

    The cow’s milk has a temperature of 39°C, but after having been pumped through various tubes into a big tank, the temperature is lowered about 10°C. After having milked all the cows, Tiziana, Mauro’s wife, started making a cheese called semicotto, literally half-cooked, by heating the milk up to 45°C and stirring it at the same time obtaining a thick substance called curd. After having added a small amount of rennet, in order to separate the fat and liquid parts of the curd, and after having stirred the curd until it seemed homogeneous, Tiziana extracted the fat parts from the curd and put them in small, cylindrical containers. Since they were porous, by compressing the fat parts, Tiziana was able to get rid of a large amount of the liquid parts, that is the whey. Tiiziana is also producing another type of cheese, which is called peretta, since it is pear-shaped.

    The Busi family was among the first ones to sell raw milk in Sardinia, and the initiative has been met with much enthusiasm among the Sardinians. Naturally, the major part of the milk is treated in dairies before being sold in shops.

    The calves are separated from their mothers shortly after being born. After the weaning, the male calves are kept in separate enclosures for some time before being slaughtered.

    They are also raising pigs and wild boars at the farm. These animals live inside a large enclosure in which they can move freely. The meat is mostly for their own consumption besides a few customers.

  • The Turra farm

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    After having been driving in the countryside east of Osilo for some kilometres, we arrived at the Turra farm situated at the top of a small hill. From there, we were able to see rolling hills and valleys besides a set of windmills in the horizon. Briefly, it’s a very beautiful and sparsely populated area.

    The Turra farm is managed by Giovanni Turra, his son Gavinuccio and his wife Rina, and has been family-driven for many generations.

    The Turra farm, a Slow Food presidium, is producing sheep’s cheese according to ancient traditions. Having lots of hills and valleys at their disposal, the 350 Sarda sheep at the farm can roam freely across a large area, making superb mutton.

    Since it was time for milking shortly after we had arrived, we could watch a group of sheep together with a flock of lambs coming from a nearby meadow and entering the house where the milking should take place. Gavinuccio first put feed in a long trough, then the sheep were allowed to enter a long row of vertical bars, putting their heads between the vertical bars and eating from the trough. After having locked the heads of all the sheep by closing the bars around the head of each sheep, we could watch Gavinuccio doing the milking manually. Thereafter, we were invited into the dairy, where Giovanni and Rina had finished making their famous sheep’s cheese and ricotta just before we arrived.

    While Gavinuccio was milking the sheep, we were shown around the dairy by Rina and her father-in-law Giovanni. The dairy has about 20 presses in addition to appropriate weights which are used to compress the cheeses and the ricotta mustia (a soft, delicate, white and compact cheese) in order to press out the whey, that is the liquid part of the milk. After having been compressed for some hours, the sheep’s cheeses are transferred to containers filled with water and salt. The cheeses stay floating in this mixture for some days. At the same time, as much salt is added that it isn’t dissolved in the water. Besides, a layer of salt is added on top of each cheese because the salt aids in getting rid of the whey. After the salting, the cheeses are stored in a cellar with a stable temperature around 15°C in order to mature.

    Rina and her father-in-law also produce ricotta dolce and ricotta mustia, the latter being smoked in a small room by means of burning aromatic branches of Mediterranean maquis (mastic, wild olive, juniper, etc.). Before the smoking is carried out, the elliptical discs of ricotta, previously salted and compressed, are placed on a bed of reeds, collected from groves of reeds which grow abundantly along river banks nearby.

    Of course, we couldn’t leave the farm without having accepted a coffee gently offered by Rina.

  • Azienda Agricola e Zootecnica Giovanni Turra

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    Dopo aver lasciato la strada a serpentina tra Sennori e Osilo, nella Nurra, abbiamo preso una strada bianca, percorrendola per circa un chilometro. Poi, siamo arrivati all’azienda, che si trova in cima ad una piccola collina. Dall’azienda della famiglia Turra potevamo vedere una valle con poca macchia mediterranea, sinuose colline e molte pale eoliche erano collocate sulle cime delle più alte colline. In poche parole, c’è un’area di grande bellezza e scarsamente popolata.

    L’azienda viene gestita dalla famiglia Turra da qualche centinaia di anni e tutti gli adulti lavorano all’azienda. Azienda di Giovanni che è un presidio Slow Food produce il tipico pecorino secondo i tecniche di tradizione millenaria e l’azienda estende numerose colline e valli a conta un gregge di circa 350 capi di razza sarda, ottima per la carne sia di agnello che di pecora. Vediamo arrivare le prime pecore con gli agnelli appena nati, lasciano il pascolo e entrano nell’ambiente di mungitura seguite dal loro piccoli, bianchissimi agnelli. Il figlio di Giovanni, Gavinuccio, è il piccolo Pietro, nipote di Giovanni, sono lì ad aspettarle per il solito rito che si ripete 2 volte al giorno.

    Mentre il piccolo Pietro gira intorno con la sua bicicletta, il padre ci accoglie con grande gentilezza e ci invita a entrare nel laboratorio dove si produce il formaggio, il famoso pecorino di Osilo, e la ricotta. Siamo accolti dalla sorridentissima moglie di Gavinuccio, Rina, che sotto l’esperta guida di suo suocero Giovanni, compie le operazioni necessarie per la consevazione del formaggio e della ricotta, prodotti giornalmente. Mentre Gavinuccio avvia le operazioni necessarie per la mungitura, Rina ci accompagna nei vari ambienti del laboratorio: il caseifeifico ha circa 20 presse con altrettanti pesi utilizzati per la pressatura del formaggio e della ricotta mustia. Questi due prodotti dopo pressati per diverse ore, l’uno viene messo in salamoia dove rimarrà per tante ore quanti soni i chili di formaggio le cui forme galleggiano nel liquido salato. Il sale deve costantemente aggiunto all’acqua in modo che nel fondo del contenitore rimanga sempre un certo quantitativo non sciolto; un abbondante strato di sale deve anche coprire, di volta in volta, le superfici delle singole forme.

    Dopo la salatura il formaggio viene lasciato a stagionare. La stagionatura viene effettuata in una stanza sottoterra dove la temperatura è abbastanza stabile (intorno 15°C?). Rina con suo suocero sono impegnati anche nella produzione di ricotta dolce e di ricotta mustia, la quale verrà successivamente affumicata, in un piccolo ambiente vengono bruciati i legni aromizzanti della macchia mediterranea (lentisco, olivastro, ginepro, etc.). Questo processo di trasformazione della ricotta dolce e della ricotta mustia si effettua ad agitando i dischi ellittici della ricotta precedentemente salata e pressata su un letto di canne raccolte lungo nei canneti che crescono abbondanti lungo gli argini dei ruscelli.Non possiamo lasciare l’azienda senza aver apprezzato un caffè preparato e offerto affabilmente.

    Tel. +39 079/42695 – 360/498282

    gavinuccioturra@virgilio.it

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  • The Porcu shepherds

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    Photo gallery II

    We met Salvatore Porcu following his sheep across the panoramic road between Alghero and Bosa in the region of Sedduri. Following the northeastern coast of Sardinia, the views from the road were really spectacular.

    Here, between the road and the sea, is located a shed owned by the Porcu brothers, Salvatore and Giovanniantonio, who also own the area below and above the shed stretching all the way to the mountains high above us. The landscape consisted of valleys covered with meadows and Mediterranean maquis situated on steep mountain sides.

    After having asked Salvatore if I could photograph the milking of the sheep, he accepted my not so good Italian immediately, just pointing at the shed and saying that we could drive down there. After having received such a friendly welcome, we of course did as we were told. After having first passed some free-ranging pigs, we entered the long and narrow shed, where we could watch the sheep entering the shed and that most of them found a space to reside without aid. Of course, some sheep needed guidance, but after having positioned everyone in their place, one of the shepherds locked the heads of all the sheep simultaneously by means of some mechanical device. Then, Giovanniantonio who has studided veterinary sciences and has a special interest in the welfare of their animals, poured feed for the sheep into a trough such that all the sheep had something to eat. Since all the sheep had their heads locked fast and they were busy eating, Salvatore and Giovanniantonio could, with the aid of a friend, milk about 150 sheep in just a few minutes. After having made the sheep exit one end of the shed, the second group of sheep were waiting in the other end, ready to be milked.

    All the sheep are milked twice daily, morning and evening, and after having finished the milking in the morning, all the milk is transported to a tiny dairy located in the house of the Porcu family where the milk is turned into cheese and ricotta. Before adding rennet, that is a compound consisting of enzymes having been mainly extracted from calves’ stomachs, the milk is heated to about 36°C before letting it rest for about 25-30 minutes. If you want to turn the milk mass into a cheese called fiore sardo (Sardinian flower), you should start working the curd immediately, that is putting it into small cylindrical containers. I f you, instead, want to make a cheese called semicotto, the temperature of the curd has to be raised to 42°C. Then, the curd is again lifted into small, cylindrical containers. In both cases, Salvatore pressed the curd in the containers manually, in order to let the whey exit, since a cheese should contain the fat parts and not the liquid parts of the milk. Then, he placed the small containers on an incline such that the whey would be transported back to the big container, from which the cheese mass had been taken, by means of gravity. In the meantime, Salvatore heated the remaining milk, containing mostly liquid, up to 90°C when small lumps of fat started surfacing. This liquid is used as a supplement to the mainly vegetarian food their pigs are usually eating.

    Salvatore learnt how to produce cheese from his father and years of practice has turned him into one of the best producers of semicotto in his region. A main contribution to the high quality of the cheese they are producing, is the feed their sheep are eating. Besides eating herbs growing in the wild, they are also fed organic cereals. Since they are able to roam freely between the sea and high into the mountains, they are also able to eat a diverse range of plants, which will of course improve the quality of the milk they are producing.

    Place of milking the sheep: the Sedduri region

  • Azienda Agricola Porcu

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    Abbiamo incontrato Salvatore Porcu mentre attraversava la strada con le sue pecore nella zona di Sedduri, la strada panoramica tra Alghero e Bosa lungo una delle coste più selvagge e spettacolari della Sardegna occidentale.

    Qui, Salvatore e Giovanniantonio possiedono una estensione di pascoli, boschi di macchia mediterranea e di rilievi rocciosi che vanno digradando fino al mare. Qui, vivono allo stato brado i loro animali.

    Abbiamo chiesto di poter assistere ad alcune fasi del suo lavoro e di poter fare delle fotografie. Salvatore ha sorriso e ha gentilmente accettato. Così, siamo discesi attraverso una strada che conducendo verso gli ambienti destinati alla mungitura e abbiamo potuto vedere come le pecore sono entrate in una lunga e stretta casa dove ognuna di esse, quasi spontaneamente prendeva un proprio spazio all’interno di una struttura metallica fissata su una lunga mangiatoia. Per poter effettuare la mungitura, Giovanniantonio, il fratello di Salvatore, che si interessa in particolare della salute dei suoi animali in quanto ha studiato da veteniario, ha versato del mangime (un misto di mais e altri cereali) nella mangiatoia, in modo che le pecore restassero ferme negli appositi spazi, dove è stata effettuata la mungitura. Dopo alcuni minuti, le prime pecore venivano fate uscire nel pascolo per lasciare posto alle altre che venivano munte a loro volta.

    La mungitura deve essere effettuata due volte al giorno: la sera e la mattina presto. Dopo la mungitura della mattina, tutto il latte viene trasportato al laboratorio di Bosa dove avviene la trasfomazione in formaggio e ricotta. Per poter aggiungere il caglio, il latte viene portato a una temperatura di 36°C e prima che si formi la cagliata deve riposare 25-30 minuti. Se si vuole trasformare il latte nel formaggio che si chiama fiore sardo, trascorso questo periodo di tempo si può subito operare sulla cagliata rompendola e versandola in appositi contenitori cilindri bucherellati (dischi). Per produrre il semicotto, invece, è necessario che la temperatura salga almeno ai 42°C.

    Dopo aver distribuito la cagliata nei rispettivi contenitori, pressandola a lungo per fare fuoriuscire il siero dalle pareti bucherellate di questi, mette a riposare il formaggio su un piano inclinato che raccoglie il siero ancora trattenuto dalla cagliata precedentemente pressata. Intanto, il latte, privato dalla parte grassa che è stata trasformata in formaggio, viene ulteriormente riscaldato fino a raggiungere una temperatura di 90°C e quando cominciano a formarsi dei piccolissimi grumi di grasso che affiorano alla superficie, anche la ricotta è pronta. Il liquido che rimane, viene utilizzato come integratore alimentare per i maiali che vengono allevati insieme ad alcune mucche da latte e al gregge di circa 300 pecore.

    Salvatore ha appreso dal padre l’antica tradizione e ha acquisito una grande abilità nella produzione dal semicotto che risulta essere una dei migliori della zona. Ad esaltare la qualità di questo formaggio contribuisce la scelta del biologico fatta dai due fratelli. Le pecore si alimentano con le erbe che nascono spontanee e di cereali prodotti biologicamente. Inoltre, la posizione dei pascoli situati a notevoli altezze, conferiscono al latte una maggior percentuale di grasso.

    Salvatore Porcu

    Tel. 328 922 78 13

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  • Fruit and wine farm “Le Camelie” – Pietro and Marta Cossu

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    We arrived at the “le Camelie” farm after having passed a long, straight road stretching from Palmadula to Fertillia crossing a reclaimed marsh divided into numerous farms which were assigned to manual workers coming from various parts of Italy during the 1930s and to Sardinian peasants in the 1950s.

    Entering the property of the Cossu family, we were driving along a wide road lined with trees and surrounded by meadows and colourful flowers like camelias, multi-coloured daisies together with a small rose garden. The house also seemed to be very well maintained with a large patio facing the garden and the fruit garden at the back of the house.

    Pietro is cultivating peaches, apricots, almonds, lemons, but also ancient fruit trees like service trees with red berries and Mediterranean medlar (a kind of apple tree). Since we arrived in March, we were only able to see the flowers on the fruit trees and not the fruits. We were also shown bitter almond trees. Pietro told us that this tree is an optimum tree for having grafted plants like peach and other types of fruits onto its trunk and branches because it’s very resistant against diseases and cold spells leading to that it will transfer these characteristics to the plants which have been grafted onto the host plant. Grafting onto a bitter almond trees also makes the plants which have been grafted resistant against parasites and droughts.

    In the 1950s, the father of Pietro received a property of 50 hectares from the Ente di Riforma Agraria Sarda (Sardinian Agency for Agrarian Reform) which he cultivated for many years planting a vineyard and olive trees. Pietro, after having worked as a forester for many years, decided to further the work of his father. He planted a new fruit garden which he treats with infinite care and he has become an expert on pruning and grafting. He has also planted a new vineyard.

    Pietro is practicing three types of grafting: cleft grafting, veneer grafting and budding.

    All the fruit trees are pruned in November and December when the trees are dormant in order to control growth, remove dead or diseased wood and stimulate the formation of flowers and fruit buds.

    Pietro is cultivating the Vermentino and the Cagnulari vines which he has grafted onto an American vine. In this way, his vines become more resistant against diseases like phylloxera. He’s producing a full-bodied, black Cagnulari wine and a Vermentino white wine. He’s also cultivating a diverse selection of vines destined for table wines like Black magic, Michele Paglieri, Cardinal and Regina Rosa.

  • The confectionery of Melania and Rosanna

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    The tradition of making pastries in Sardinia, and in particular in the village of Palmadula has been passed among generations for centuries. Unfortunately, this ancient tradition has been petering out the last decades, but thanks to Melania and Rosanna, this trend has been reversed. They recently founded a small confectionery where their young and able hands are making typical Sardinian pastries like

    • papassinos (pastries made from almonds, nuts and raisins)
    • seadas (containing thready cheese and lemon)
    • formagelle (ricotta mixed with orange peel placed on a dough of drum wheat with high and wavy edges)
    • quazza di Jerda (a special winter bread containg a mixture of pork rind, stellar shaped anise and vanilla)
    • tiricche (composed of turnips, shredded orange peel, almonds and honey)

    Maybe Melania e Rosanna decided to continue these centuries old traditions of pastry making because their great grandmothers and grandmothers were making the same pastries. This can be confirmed by the fact that the women of Palmadula are very determined and full of initiative dating from the origin of this community: a small group of small-holders and shepherds founded Palmadula some centuries ago. In fact, history narrates that a woman, Peppa di Nurra, was the chief of the first settlement arriving on horseback, coming from the Nuorese mountains together with a group of people living nearby looking for a place to settle. On arrival, the landscape was covered with Mediterranean maquis and numerous dwarf palms (giving the place its name Palmadula). Passing through Palmadula nowadays, you can again eat characteristic Sardinian pastries at the confectionery of Melania and Rosanna

  • Pasticceria Artigianale di Melania e Rosanna Dolci & Delizie

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    Le tradizoni di fare i dolci in Sardegna, e in particolare nella frazione di Palmadula si tramanda da una generazione all’altra da centinaia di anni. In questi ultimi decenni però, sembrava venire meno. Fortunatamente, Melania e Rosanna hanno deciso di fondare una piccola pasticceria dove si fanno con le loro giovani ma sapientissime mani dolci tipici sardi come:
    • papassinos (pasta di mandorle, nocci, uvetta)
    • seadas (ripieno di formaggio filante e limone contenute tra due sfoglie)
    • formagelle (ricotta con scorza di arancia e un veta posata su una sfoglia di pasta di semola di grano duro dei bordi alti e undulati)
    • quazza di Jerda (un particolare pane invernale dolcificato contenente nell’impasto ciccioli di maiale, anice stellata, vanillina)
    • tiricche (formate da ripieno rapa, buccia di arancia gratugiata, mandorle e miele)

    Forse la determinazione di Melania e Rosanna di fare della centenaria tradizione dolciaria la loro professione, rafforzando così le usanze locali è scritta nel loro DNA. A confermare il fatto che le donne di Palmadula siano molto determinate e piene di iniziativa è la storia della nascita di questa comunità: piccolo agglomerato di contadini e pastori che qualche secolo fa ha fondato Palmadula. Infatti, la storia narra che sia stata una donna, Peppa di Nurra, a dare vita al primo insediamento umano arrivando fin qui a cavallo, proveniente dai monti nuorese insieme a un piccolo gruppo di abitanti di quei territori arrivati su queste dune, ricoperte dalla macchia mediterranea e da numerosissime palme nane (da qui il nome di Palmadula), alla ricerca di terreni liberi dove lavorare e vivere. Passando per Palmadula oggi si possono mangiare ancora questi dolci tipici sardi che sono la delizia del palato alla pasticceria artiginale di Melania e Rosanna, “Dolci e Delizie”.

    Località: Palmadula (SS)

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  • Azienda Agrituristica-Frutteto-Vitivinicola “Le Camelie” – Pietro e Marta Cossu

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    Siamo arrivati alle Camelie percorrendo un lungo rettilieno che da Palmadula conduce fino a Fertillia attraversando una zona bonificata divisa in numerosissimi poderi assegnati a braccianti provenienti da diverse regioni di Italia durante gli anni 30 e più tardi assegnati anche ai contadini sardi (anni 50).

    Ogni podere aveva la casa colonica anessa. Entrando nel podere della famiglia Cossu ci accoglie un largo viale alberato perfettamente curato con prati e fiori colorati: camelie, margherite molticolore, un roseto. Anche la casa appare molto curata con un largo patio aperto sul giardino e sul retrostante frutteto.

    Il frutteto contiene alberi di pesco, albicocco, mandorlo, limone, ma anche antiche piante da frutta come il sorbo dalle bacche rosse e l’azzeruolo (un melo selvatico). Siccome siamo arrivati a fine marzo, abbiamo visto solo i fiori degli alberi e non i frutti. Tra le varie piante troviamo anche il mandorlo amaro: Pietro ci spiega che questa pianta è un ottimo porta-innesto per il pesco e altri tipi di frutti, perché è molto resistente alle malattie e anche alle gelate e quindi rende anche gli innesti più resistenti; refrattari a parassiti come il capinodus, che depone le uova alla base del fusto, e alla siccità.

    Il padre di Pietro, che era un assegnatario, in quanto negli anni 50, aveva ricevuto dall’Ente di Riforma Agraria Sarda una proprietà di circa 50 ettari, ha lavorato per molti anni piantando un vigneto e un oliveto. Pietro, che aveva lavorato nell’ente forestale per molti anni, ha deciso di lasciare questo lavoro, e continuare a mantenere l’azienda paterna, innovandola: ha impiantato un nuovo frutteto che cura con grande passione e si è specializzato nella potatura e negli innesti; ha anche impiantato un nuovo vigneto.

    Pietro pratica tre tipi di innesto riguardo al frutteto: innesto a gemma, innesto a corona e innesto a spacco.

    Tutte le piante del frutteto, tra novembre e dicembre, vengono sottoposte alla potatura a vaso. Con questo tipo di potatura si favorisce l’ossigenazione e il soleggiamento dei frutti, che verranno prodotti in quantità inferiore, perché si eliminano molte gemme da cui si svilupperebbero i rami centrali, ma sicuramente di qualità superiore.

    Nei suoi vigneti, Pietro coltiva il Vermentino e il Cagnulari, tipi di vite che ha innestato sopratutto su vitigno americano usato come porta-innesto. Essendo questo un vitigno molto resistente rafforza gli innesti e previene malattie tipiche della vite come la fillossera, per esempio. Da queste uve si ricavano un Cagnulari nero, corposo e un ottimo Vermentino.

    Pietro coltiva anche un grande numero di uva da tavola: Italia, Black magic, Michele Paglieri, Cardinal, Regina Rosa (di colore rosato).

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  • Ezzi Mannu farm and guest house

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    The farm is located at the extreme north west corner of Sardinia, between Porto Torres and Stintino. A wind-swept territory with a low-lying vegetation and almost completely covered with grassland and Mediterranean steppe. Only in depressions, where rainwater is collected, can the Mediterranean maquis be seen.

    Arriving at the farm at noon, we could see a tiny collection of buildings consisting of about 10 houses almost forming a semicircle, below a clear, blue sky, surrounded by the salty tang of the sea and fragrances of the Mediterranean maquis.

    Being in an arid area where it scarcely rains, meaning that it isn’t possible to use fertilizers because the long, dry periods and high temperatures will lead to that soil which has been fertilized will dry out completely. This means that only organic cultivation of the soil can be applied in this area.

    Mario Stacca, the owner of the farm, has decided to carry on the work of his ancestors who have been cultivating this land and raising cows for the last 150 years. The area of the farm has been extended several times until it now stretches to 80 hectares, but they are not adjacent meaning that a tractor is necessary for transport between the plots of land.

    Some of the plots of land are used for cultivation of cereals (wheat, barley and oats), which are partly used for feeding the cattle and partly being sold on the market.

    In order to prepare soil to house the seeds and for providing a base on which the cereals can grow, crop rotation is used, consisting of alternating the cultures which are being cultivated (every second or third year). After having planted a field with legumes and letting them grow for about 2 years, the field is ploughed, making the legumes decompose inside the soil while at the same time enriching it with nutrients like nitrogen. After a specific time, cereals are planted in the same place.

    Mario is also raising Charolaise cows for meat production. The cows are mainly eating grass, but they are also allowed to enter fields planted with cereals which have obtained a certain height. Naturally, the cows will also fertilize the soil by means of their manure.

    This young entrepreneur also wants to integrate agriculture and farm holidays with clean energy production by installing solar panels, making the farm self-sufficient with energy. He also wants to introduce electric vehicles due to the degradation of the land caused by cars driving near to his farm in summer.

  • Agriturismo Ezzi Mannu/Azienda Biologica Cerealicola e Zootecnica

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    L’azienda si trova nell’estremo lembo della Sardegna nord occidentale, nel territorio compreso tra Porto Torres e Stintino, di fronte all’isola dell’Asinara. Un territorio battuto da tutti i venti, dove la vegetazione è molto bassa e il territorio è quasi interamente coperto dalla gariga e dalla steppa mediterranea. Solo negli avvallamenti, dove si raccoglie l’acqua piovana, si sviluppa la macchia mediterranea più alta.

    Arriviamo all’agriturismo intorno alle 12 e vediamo questo minusculo villaggio formato da una decina di piccole casette a piano terra, una affiancata all’altra e disposte a semicerchio, come abbracciate l’una a l’altra, contro un cielo terso, azzurro, carico di profumo di mare e di salsedine misto agli aromi della macchia mediterranea.

    Poco lontano, dietro le casette, il mare blu e la spiaggia bianca di Stintino. Si troviamo in una località scarsamente piovosa ed in generale abbastanza arida. Quindi, non è possibile usare i concimi perché i lunghi periodi di siccità e le alte temperature produrrebbero l’essicazione dei terreni concimati con un’ ulteriore inaridimento del suolo. Ciò significa che solo una coltivazione biologica può essere applicata in quest’area.

    Mario Stacca ha deciso di continuare il lavoro dei suoi antenati, che hanno coltivato questo terreno e hanno allevato le mucche da più di 150 anni.
    L’ appezzamento di terreno originario è stato più volte ingrandito fino ad comprendere una estensione di 80 ettari. Le varie parti della sua proprietà’ sono situate in varie parti questa regione, quindi, per raggiungere i diversi appezzamenti è necessario l’uso di un mezzo di trasporto.

    Alcuni di questi appezzamenti sono destinati alla coltivazione dei cereali (grano, orzo e avena), che in parte costituiscono l’alimentazione delle mucche e in parte vengono commercializzati.

    Per preparare il terreno alla semina e alla successiva fase di sviluppo dei cereali, alla base del sistema di coltivazione biologico c’è la rotazione agraria, che consiste nell’alternare le colture a intervalli di tempo regolari (2 o più anni). Alla fine del ciclo vitale delle piante leguminose che si alternano ai cereali, si pratica il sovescio che consiste nel rovesciare il terreno e poi lasciarlo riposare per il periodo di tempo necessario affinché le piante estirpate e lasciate a macerare, rilascino al suolo gli elementi di arricchimento (azoto, potassio etc…). Dopo si procede alla semina della nuova coltura.

    Mario possiede anche un allevamento di vacche da carne Charolaise che si nutrono di erba spontanea e non solamente di questa, infatti, periodicamente, sopratutto quando le piantine dei cereali raggiungono uno sviluppo intermedio, le vacche vengono introdotte nei campi coltivati dove si alimentano con i cereali freschi e allo stesso tempo rilasciando i loro escrementi al suolo contribuiscono alla sua fertilizzazione.

    Questo giovane imprenditore ha anche l’aspirazione a integrare l’attività agricola e agrituristica con la realizzazione di un centro di produzione di energia pulita attraverso l’installazione di pannelli solari che assicuri l’autosufficienza del piccolo agglomerato.

    Inoltre, è nei suoi piani, l’idea di dotare il territorio di un servizio di trasporto con autobus elettrici, onde impedire il degrado dell’ambiente provocato dal passaggio di macchine che soprattutto l’estate si intensifica, dato che a soli 500 metri dalla sua azienda c’è una delle più belle spiagge di quel tratto costiero.

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