Tag: vino rosso

  • Azienda agricola Tenuta di Marsiliana

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    La Tenuta di Marsiliana si estende al di sotto del colle sul quale si erge l’omonimo Castello che domina l’intera vallata racchiusa tra il rilievo su cui da secoli vigila lo storico edificio appartenente attualmente alla famiglia Corsini, il Parco Naturale della Maremma e le colline di Sant’Angelo. Si può dire che, da sempre, questa collina ha svolto una funzione di postazione di controllo del territorio sottostante e soprattutto del fiume Albegna che doveva rappresentare, in questo punto, un guado obbligato per chi transitava da una sponda all’altra del corso d’acqua. Poiché nei terreni intorno sono state trovate diverse tombe, sembrerebbe proprio questo il luogo dove gli Etruschi avrebbero fondato Caletra, una importantissima città –emporio dove si realizzava lo scambio delle merci provenienti da tutti i porti etruschi lungo la costa e che i romani, all’atto della conquista chiamarono Agro Caletrano, in onore forse al nome della città conquistata. Poi durante i primi secoli del Medioevo, sorgeva un monastero che rappresentava una delle tappe obbligate per i pellegrini che volendo raggiungere Roma, avessero voluto rifocillarsi e riposare prima di proseguire il loro cammino verso la “Città Eterna”.

    La Fattoria di Marsiliana, situata ancora oggi sulla sommità della collina che sovrasta il borgo, sorse come castello nel corso del XII secolo. Fu sotto la dominazione, prima dei conti Aldobrandeschi, poi della città di Siena e, a partire dal 1557, dopo la disfatta ed il ritiro dei Senesi, in virtù del trattato stipulato tra Filippo II re di Spagna e Cosimo I dei Medici, il castello entra nell’orbita politica del Ducato di Toscana, e infine, Durante la dominazione spagnola, dal 1559 al 1713 il castello rappresentava un fondamentale punto di avvistamento e di difesa dell’accesso al territorio dello Stato dei Reali Presidi Spagnoli, il cui Governatorato trovava sede a Orbetello .

    La storia dei luoghi parla, tra gli altri eventi che interessano il castello, della celebrazione, nel 1550 di un matrimonio tra rampolli, discendenti, da una parte, del re spagnolo Filippo II e dall’altro, della famiglia dei Medici che governava, in quei secoli, il Granducato in Toscana.

    Per i successivi 200 anni non si ha nessuna precisa notizia di avvenimenti verificatisi in questi luoghi, i quali passano ai principi Corsini di Firenze nel XVIII secolo. Questi la trasformeranno in fattoria fortificata a partire dal XIX secolo.

    E’ del 1868, invece, il documento contenente l’accordo sottoscritto tra la banca Monte dei Paschi di Siena e la famiglia Corsini che gestiva la tenuta, ormai da 3 generazioni. In base a tale accordo la proprietà di tutte le terre pertinenti al castello passava interamente alla famiglia Corsini.

    Il latifondo dei Principi Corsini, durante gli anni 50 viene ridotto considerevolmente attraverso l’espropriazione di grandi estensioni coltivabili da parte dello Stato che doveva avviare il piano di Riforma Agraria che prevedeva, appunto, l’esproprio, il riassetto agrario da realizzare per mezzo di divisione delle terre in lotti di 8-20 ettari; la costruzione delle case e l’assegnazione conseguente ai contadini che già lavoravano queste terre in qualità di mezzadri e di braccianti giornalieri.

    Con la riforma agraria tutte le terre prima invase dalla palude o abbandonate dai proprietari che non erano più in grado di gestire un latifondo, venivano dotate delle infrastrutture necessarie per realizzare la bonifica come, canali di drenaggio, pompe e sistemi di irrigazione, mentre i dislivelli delle terre venivano eliminati per “colmata”.

    Così tutta la Maremma vede realizzarsi un nuovo assetto fondiario, con la conseguente assegnazione dei lotti con le case coloniche ai contadini che fino ad allora, per secoli, avevano sempre coltivato quelle terre senza mai poter riscattare la proprietà dei fondi da essi stessi coltivati. Con la riforma Agraria, ogni contadino diventa proprietario del lotto assegnatoli e della casa nella quale può vivere con la propria famiglia.

    Adesso l’azienda alleva i cinghiali per consentire l’esercizio della caccia agli appassionati e coltiva la vite, mentre la maggior parte delle strutture abitative sono state trasformate in case e appartamenti da affittare ai turisti.

    L’estensione dei terreni destinati alle piantagioni dei vitigni è di 26 ettari. Le vigne sono state piantate tra il 1988 ed il 2006 e sono tutte attualmente produttive. Sono presenti i vitigni Petit Verdot e Cabernet Sauvignon. I migliori acini vengono raccolti manualmente, mentre gli altri vengono raccolti con le macchine.

    Con il responsabile della produzione, che ci ha gentilmente guidati attraverso le varie colture, abbiamo potuto osservare i vari tipi di vitigni e abbiamo potuto comprendere alcuni aspetti della viticoltura. Attraverso la sua straordinariamente chiara e competente spiegazione abbiamo potuto conoscere degli aspetti della viticoltura che prima ignoravamo. Per esempio quello sull’importanza dell’orientamento est-ovest, anziché nord-sud, delle vigne, al fine di prolungare l’esposizione delle piante alle ore di luce e al calore solare.

    Si coltiva al modo francese che significa che il fusto delle vite si trova 50 cm sopra la terra, ma ci diceva che anche se va bene in Francia con tanti venti forti, non va bene qua. è meglio mettere i fusti e, quindi i grappoli, più alto perché è più facile raccogliere loro e le malattie delle vite vengono da sotto. Oltre, i vitigni sono circondati delle colline che impediscono i venti forti.

    Ci ha anche in modo particolareggiato, esposto le regole per effettuare una potatura equilibrata ed efficace. Effettuare una corretta ed adeguata potatura della vite ha molteplici scopi. Ovviamente il primissimo obiettivo di ogni potatura e quindi in questo caso anche per quella della vite è quello di migliorare la produzione, tenendo presente i due aspetti fondamentali, quelli della qualità e qualità del prodotto. Effettuare la potatura della vite in modo corretto, dona alla pianta stessa una forma ben precisa, in grado di supportare meglio il carico della produzione e di riuscire a resistere ad eventuali problematiche.

    Si svolgono due tipi di potatura in quest’azienda: secca e verde.

    La prima si effettua durante l’inverno e la seconda in primavera o nell’inizio dell’estate.

    Inoltre, si effettua un’altra operazione di adattamento della foggia funzionale al massimo benessere della pianta: “la sfogliatura!

    La sfogliatura della vite è una pratica culturale diffusa da molto tempo, soprattutto nelle aree viticole più settentrionali. Essa consiste nell’eliminazione di foglie e/o femminelle dalla zona fruttifera e ha due obiettivi principali; il primo è quello di coadiuvare l’azione dei trattamenti anticrittogamici nel mantenimento della salute delle uve, il secondo è quello di aumentare l’esposizione dei grappoli alla luce per consentire un maggior accumulo dei composti dell’acino la cui sintesi sia stimolata. Poiché l’intervento è localizzato sulla fascia fruttifera una conseguenza estremamente importante della sfogliatura, a cui non sempre viene data la considerazione che merita, è la modificazione del micro-clima di questa zona della pianta.

    Siccome nella parte boscata delle colline al di sopra dei vigneti vive una cospicua fauna selvatica come caprioli e cinghiali, tutti la zona è recintata.

    Dopo aver visitato le piantagioni siamo stati introdotti alla cantina che attualmente si trova in un ampio edificio del 1900 che era stato costruito dalla famiglia Corsini per lo stoccaggio del grano.

    Negli anni della riforma agraria questo edificio ha svolto la stessa funzione, ma la famiglia essendo legata storicamente e affettivamente a questi ambienti che hanno una estensione di 1.760 mq, ha deciso di prenderne in affitto una parte della superficie di 250 mq per destinarli alla propria cantina.

    Come sempre accade, anche in questa cantina il vino viene portato a maturazione all’interno delle botti, ma il mosto e le vinacce degli acini provenienti da un vigneto sono tenuti rigorosamente separati dagli altri acini, avendo cura di mescolarli mai insieme..

    Quando si aggiungono i lieviti al mosto, incomincia il processo di fermentazione con la trasformazione degli zuccheri in alcool.

    La fermentazione produce l’anidride carbonica che sale verso la superficie, sollevando allo stesso tempo le vinacce che vanno a formare il cosiddetto cappello alla superficie del liquido. Inoltre, siccome produce un aumento della temperatura ed i lieviti non possono sopravvivere se questa supera 33-34°C, si interviene al momento opportuno attraverso il raffreddamento delle botti. Quest’attività viene fatta con l’acqua fredda che circola nei tubi disposti intorno ad un contenitore interno alle stesse botti e quindi, indirettamente, si effettua questo processo di raffreddamento avendo cura di mantenere la temperatura intorno ai 25°C che è l’ideale per i lieviti.

    Qualche giorno dopo si effettua il rimontaggio attraverso il quale il mosto viene aspirato attraverso una pompa che dal basso aspira il vino verso la sommità della botte, viene filtrato dalle vinacce e poi rientrando in circolo all’interno della botte si crea l’ossigeno che favorisce il processo di fermentazione. Contemporaneamente il permanere delle vinacce all’interno della botte consente il rilascio delle sostanze in esse contenute nel mosto, il quale acquista così la colorazione ed assume tutte le caratteristiche che lo faranno diventare quel particolare tipo di vino.

    Quando il processo di fermentazione si ferma perché tutti gli zuccheri sono stati trasformati in alcool, si fa la svinatura cioè, si separa il vino che si chiama “vino nuovo”, dalle vinacce, le quali, vengono sottoposte a torchiatura e il risultante vino che viene chiamato “vino di pressa” può essere mescolato con il vino nuovo per creare un blend. Comunque, ogni enologo decide l’uso del vino di pressa caso per caso.

    Quest’azienda ha una ampia selezione di vini come è mostrato qua. Si tratta nella maggioranza dei casi di vini DOC e IGT.

    All’interno del castello sono custoditi attrezzi da lavoro, documenti, finimenti di cavalli e varie attrezzature che raccontano tutta la storia del lavoro e della vita svoltasi in questi luoghi in questi ultimi secoli: un interessantissimo museo etnografico!

  • Azienda agricola Frank & Serafìco

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    Dopo aver attraversato la frazione di Alberese, continuando verso “Marina” per qualche chilometro, ecco che intravediamo i grandi edifici dove ha sede la Birreria Franck & Serafìco che raggiungiamo proseguendo per un ultimo tratto di strada bianca.

    Frank” è il nome di un vino rosso IGP Toscana, mentre “Serafìco” è quello di un vino bianco IGP della Maremma Toscana. L’origine di questo nome è derivato da “serafìca”, un fastidioso insetto che non di rado si incontra nelle zone costiere della Maremma.

    All’entrata incontrimao Pier Paolo Pratesi, il giovane enologo e imprenditore che ha cominciato a produrre le prime birre quasi per gioco…era un suo hobby!

    Nel 2009, insieme al suo amico Fabrizio Testa, un altro enologo, fonda quest’azienda. Il suo scopo era e rimane quello di produrre i propri vini e le proprie birre con ingredienti coltivati nella sua azienda agricola.

    Hanno cominciato a coltivare i vigneti in modo biologico impiantando le seguenti uve: a bacca bianca, Vermentino, Sauvignon Blanc, Fiano e Petit Manseng; a bacca rossa, Sangiovese, Ciliegiolo, Merlot, Cabernet Franc, Alicante e Carmenere.

    La selezione di vini bianchi e rossi si trova qua .

    La coltivazione dei vigneti e la vinificazione vengono fatte usando i metodi tradizionali, ma anche moderni. Qui si punta su una produzione sostenibile e, più sulla qualità che sulla quantità.

    Riguardo alle birre, tutte hanno un nome che comincia con Enki che era un dio nella mitologia sumerica.

    Secondo il sito web di questa azienda, Enki amava la birra; era un grande organizzatore di feste e banchetti e quando alzava troppo il gomito regalava poteri e talismani ai suoi commensali, dimenticandosene subito dopo e creando così un mare di guai.

    Riguardo alle materie prime che devono provenire esclusivamente da questa azienda si coltiva principalmente l’orzo da cui si ricava il malto e il luppolo, che viene raccolto a settembre. Le sue foglie vengono disidratate per essere poi trasformate in palline e utilizzate per trasmettere l’aroma e il necessario gusto amaro alla birra.

    L’altro elemento da utilizzare per la produzione della bevanda è il lievito che viene acquistato dalla ditta e infine si usa l’acqua di fonte. Tutti questi ingredienti, l’acqua, il lievito, il malto e il luppolo sono usati per produrre la birra di stile inglese come “brown ale”, “blonde ale” e “india pale ale”.

    Per la selezione delle birre cliccare qua.

    Il vino e la birra prodotti nell’azienda vengono esportati in Germania, in Svizzera e negli Stati Uniti.

    All’interno dell’azienda c’è il servizio di ristorazione che dà la possibilità ai clienti, che possono essere sistemati sia all’interno che negli ambienti esterni, di assistere alla produzione dei vini e delle birre.

    Non solo si producono le bevande con i prodotti coltivati sul luogo, ma qui si fa il pane e la pasta fresca con le farine provenienti dalla stessa azienda e le marmellate e le verdure provengono dall’attività ortofrutticola propria.

    Gli spazi esterni dell’ambiente di ristorazione, ampi e inondati dalla luce proveniente dalla pianura che, da un lato sconfina nelle dune costiere del Parco Naturale della Maremma e dall’altro si inerpica per le ondulate colline interne, sono delimitati dai muretti ricoperti di piante rampicanti: tutto contribuisce a creare il giusto contorno e l’atmosfera ideale per gustare i prelibati piatti preparati con i prodotti biologici appena colti, accompagnati dai vini e le birre di ottima qualità.

  • Azienda agricola “Borgo Ciro”

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    Arriviamo all’azienda Borgo Ciro dopo aver lasciato la Strada Statale Aurelia uscendo nella stradina parallela che passa alla base della collina ricoperta dall’alta macchia mediterranea dove, tra il verde argenteo degli ulivi e quello intenso dei lecci, spuntano le sculture del “Giardino dei Tarocchi” realizzate dell’artista Niki de Saint Phalle.

    Non è stato facile arrivarvi, ma con l’aiuto degli abitanti locali e dopo un buon numero di curve che abbiamo superato proseguendo per strette viuzze, finalmente siamo arrivati in un angolo speciale di paradiso dove si trova l’azienda vitivinicola biologica denominata “Borgo Ciro”. Il titolare, Sebastiano Bianca ci riceve con squisita quanto connaturata gentilezza.

    Mi sentivo come catapultato in uno spazio lontanissimo da qualunque altro paese: l’aria fresca, gli spazi liberi e qualche rara casa qua e là tra la macchia e i campi coltivati; le prospettive spaziali create dai lunghi filari di vite, davano un’idea di un veloce e salvifico allontanamento dal mondo reale. In realtà eravamo solo a 8 chilometri dal Mar Tirreno.

    Secondo Sebastiano, quest’area è una zona straordinariamente sana e come descritto sul suo sito web: “ Le analisi del terreno ne confermano la sua idoneità alla coltivazione della vite; un terreno immerso tra i boschi della macchia mediterranea consente all’uva di assorbirne le varie profumazioni”.

    Aggiungiamo che questa è anche una zona atta a garantire un’alta qualità della vita umana.

    Adesso Sebastiano è in pensione e finalmente può dedicarsi a quella che è la sua antica passione: la coltivazione della vite e la produzione del vino. La sua passione quindi è nata già 35-40 anni fa e per questo ha letto tanto materiale sui vini, laureandosi infine all’Università di Bordeaux. Comunque, anche se la teoria è di fondamentale importanza, la pratica è veramente un’altra cosa, secondo Sebastiano.

    Prima di riuscire ad abitare stabilmente in questa casa ci sono voluti almeno 6 anni. Sebastiano e sua moglie avevano deciso di comprare questo terreno da tempo e concludono il contratto nel 2002, ma tra l’acquisto è l’entrata effettiva nel pieno possesso passano almeno 2 anni. Altri due lunghi anni sono stati necessari per restaurare la casa e infine ancora due anni per arrivare a raccogliere i prodotti della vigna e dell’oliveto. La produzione del vino e dell’olio quindi parte solo nel maggio del 2006.

    La vigna ha un’estensione di 1 ettaro e dall’uva raccolta si ricavano 3 tipi di vini, tutti rossi: Sangiovese in purezza, un blend costituito per il 50% da Sangiovese; il 30% da Petit Verdot e il 20% da Barbera e, inoltre, si produce un tipo di vino rosato ottenuto da una combinazione tra Sangiovese e Barbera.

    Tutti i vini sono da alta qualità e tutti sono DOC.

    Per ottenere dei prodotti di ottima qualità, due professionisti, un agronomo e un enologo lavorano a pieno ritmo nell’azienda.

    La coltivazione è biologica, pertanto, per proteggere le piante dagli attacchi dei vari tipi di insetti si usano sostanze naturali come lo zolfo e il rame. Sono necessari 5 kg di rame e 5 litri di acqua per un ettaro di terreno.

    Per contrastare la mosca olearia, sulle foglie degli ulivi si applica il caolino, una sorta di argilla bianca che si usa anche per produrre la porcellana. Il caolino ricopre le foglie con il suo colore bianco rendendole così non identificabili dalla mosca. Naturalmente, se dopo aver dato il caolino, arriva la pioggia, il lavoro deve essere ripetuto. Si aspetta che le foglie si asciughino e si cosparge nuovamente la pianta.

    Durante la nostra visita, due operai stavano vendemmiando, tagliando manualmente l’ultima uva ancora rimasta sui tralci. L’uva ad essere raccolta per ultima viene dalla Borgogna e si chiama Petit Verdot. E’un’uva che matura molto lentamente!

    Al di sopra della fattoria si erge una collina sul cui versante non ricoperto dalla macchia mediterranea, si possono vedere i filari degli uliveti costituiti da circa 800 piante di 5 varietà diverse, i più vecchi sono stati piantati quasi 70 anni fa, agli inizi degli anni ’50; gli altri sono stati piantati nel 1988. Circa un decimo di queste piante sono originarie della Maremma. Quest’azienda ha un accordo con un frantoio affinché le proprie olive vengano trasformate entro le 12 ore dopo che sono state raccolte, una cautela che insieme alla pronta trasformazione aiuta ad evitare la fermentazione delle olive è quella di riempire le cassette con le quali si trasportano solo per metà. In azienda si producono 1000-3000 litri d’olio all’anno, suddivisi in due tipi.

    Sia la raccolta dell’uva che la raccolta delle olive si svolgono assolutamente a mano.

    La produzione viene venduta principalmente ai ristoranti locali; 2 volte all’anno, si fa un buffet e una degustazione qui in azienda.

    Abbiamo potuto visitare anche la cantina dove gli acini si trasformano in vino attraverso un lento e complicato processo. Questa azienda usa una deraspatrice per distaccare gli acini dai raspi. Poi, gli acini vengono sottoposti alla pigiatura.

    Dopo qualche giorno da tale operazione, mentre il mosto sta fermentando, si pratica il rimontaggio: un procedimento attraverso il quale il mosto viene pompato dalla parte inferiore alla sommità della vasca dove si trovano le vinacce che contengono il colore, il tannino ed aromi naturali. In questo modo, il mosto assorbe le sostanze necessarie alla continuazione del suo processo di trasformazione dalle vinacce, ma non solo, con il rimontaggio si crea un flusso circolare che permette l’ossigenazione del mosto. L’ossigeno contribuisce a completare il processo di fermentazione alcolica (trasformazione degli zuccheri in alcool.

    Giornalmente si deve misurare il livello dello zucchero e quando si avvicina allo 0% si lascia riposare il mosto per 3 giorni, dopo si misura ancora con un altro strumento a più alta sensibilità. Quando si rileva che non ci sono più residui di zucchero si comincia l’operazione della «svinatura», cioè, la separazione del vino dalle vinacce.

    Il vino in questa azienda viene lasciato a stagionare per 6 mesi nelle botti, poi viene travasato in barrique di rovere francese. Trascorso un anno all’interno delle barrique, il vino viene imbottigliato.

    La famiglia Bianca ha installato moduli fotovoltaici per avere l’energia elettrica per la sua azienda, quindi dal punto di vista del consumo energetico gode di piena autonomia.

    Raccomandiamo a tutti coloro che vanno alla ricerca di luoghi ameni e incontaminati, dove godere un momento di totale pace osservando la straordinaria bellezza del paesaggio, di visitare quest’azienda degustandone i suoi fragranti prodotti biologici.

  • “Il Cerchio” azienda agricola biologica Capalbio

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    Questa azienda, che è situata in un angolo di paradiso ben protetto dalle colline del capalbiese e allo stesso tempo ventilato adeguatamente dalle brezze marine del Tirreno, coltiva i vitigni e gli ulivi in modo biologico fin dalla nascita, nel 1998, perché i loro proprietari considerano l’agricoltura biologica una strada obbligata e allo stesso tempo soddisfacente, una scelta necessaria per dare un futuro non solo all’agricoltura, ma all’intero ecosistema. La coltivazione biologica richiede l’uso dei soli concimi organici: rame, zolfo e funghi antagonisti per difendere le vigne e l’oliveto contro funghi e insetti nocivi. L’inerbimento si effettua solo con metodi meccanici. In generale, bisogna prestare una attenzione continua e puntuale in ogni fase di sviluppo e di crescita dei vitigni come degli ulivi.

    L’azienda a conduzione familiare è piccola ma consistente. La proprietaria Corinna Vincenzi, che prima lavorava come architetto ed è di Milano, ha fatto dell’agricoltura biologica uno stile di vita, scelta condivisa dal marito e da suo figlio. Lei si è specializzata come sommelier e, quindi, ha una profonda conoscenza dei vini e di come possono essere realizzate le diverse fasi dei processi di produzione, trasformazione e di invecchiamento della preziosa bevanda.

    Questi terreni, molto adatti alle colture vinicole e olearie, facevano parte dei poderi risultanti dagli interventi di lottizzazione e assegnazione ai contadini realizzati dalla “Riforma Agraria” degli anni ’50.

    Dopo che si era proceduto ad espropriare le grandi estensioni di terreni che, in parte erano stati lasciati abbandonati dai latifondisti ed in parte erano dati in regime di mezzadria e colonia parziaria ai braccianti che non avrebbero mai potuto riscattarne la proprietà attraverso il lavoro delle loro braccia, attraverso la modifica dell’assetto agrario e l’appoderamento agli ex-mezzadri, i vari lotti vennero coltivati per alcuni decenni, ma alcuni di questi venivano successivamente abbandonati.

    Corinna e il marito amavano questi luoghi che frequentavano da molti anni, ma solo durante le loro vacanze estive, piano piano hanno maturato l’idea di fermarsi qui non solo per le loro vacanze. Così hanno deciso di acquistare una parte di un ex latifondo nel 1988, in un momento in cui, il terreno aveva ancora le sue caratteristiche originali. Infatti, il podere acquistato era stato abbandonato da anni e il lavoro necessario per metterlo a coltura è stato lungo e faticoso. Tuttavia, con tanta passione e con l’aiuto di un anziano agricolture locale, l’amore per la terra ha contribuito a consolidare anche l’amore per il lavoro, certo duro, ma di grande soddisfazione.

    Per alcuni anni, ha continuato a lavorare come l’architetto a Milano, ma nel 1992 tutta la famiglia si è trasferita definitivamente in questo luogo. Il figlio è cresciuto in questa area e, dopo gli studi all’universitari, ha deciso di tornare e collaborare con sua madre nella gestione dell’azienda.

    Questa azienda è costituita da 5 ettari di vigne, di cui, 3 in produzione e 2 in crescita. Inoltre, ogni campo ha un tipo di vitigno unico. Si coltivano i seguenti vitigni autoctoni maremmani, due sono bianchi e gli altri sono rossi:

    • L’ Ansonica, di origine orientale e coltivato da secoli in Sicilia ed e stato portato sull’isola del Giglio e sulle coste del Argentario nel XVI secolo.

    • Il Vermentino

    • Il Sangiovese

    • L’Alicante: arrivato dalla Spagna nel XVI secolo

    • Il Prugnitello – antico vitigno

    • Il Ciliegiolo

    I due ultimi sono stati piantati pochi anni fa. In generale, i vitigni cominciano a produrre via via dopo 3-4 anni e ci vogliono almeno 7-8 anni perché possano assicurare una piena produzione.

    Il taglio dell’uva viene effettuato a mano.

    Questa azienda produce i seguenti vini:

    • Ansonica Costa dell’Argentario DOC

    • L’Altro IGT

    • Valmarina IGT

    • Tinto IGT

    • Aceto di Vino IGT

    L’azienda ha tutti i locali e le apparecchiature proprie: deraspo-pigiatrice, torchio, botti e barrique necessari per fare la vinificazione in modo tradizionale con una lunga macerazione per il rosso mentre il bianco è a temperatura controllata. Invece, le olive vengono mandate al frantoio ben noto della zona, “Terre di Maremma”.

    Tutti i prodotti dell’azienda sono certificati da ICEA, Istituto per la certificazione etica e ambientale, uno dei primi organismi di controllo italiani riconosciuti dalla CE, e l’AIAB, Associazione Italiana Agricoltura Biologica, li garantisce con il suo marchio, ben conosciuto e apprezzato anche all’estero.

  • Antica fattoria La Parrina

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    Ho visitato La Parrina in novembre 2016 come descritto in: La Parrina – Antica fattoria.

    La Parrina è una grande tenuta, un’azienda agricola di vaste dimensioni nata agli inizi del 1800.

    E’ necessario tornare alcune volte per capire la sua storia, la sua filosofia e per osservare i diversi processi di coltivazione, produzione, trasformazione e vendita dei suoi prodotti.

    Inoltre è sempre molto impressionare visitare anche le sue strutture ricettive. Il grande e accogliente casale padronale con le sue raccolte storiche di finimenti dei cavalli utilizzati dai componenti della famiglia Giuntini – Spinola; le numerose sale del piano terra, con le loro ampie volte e i mobili preziosi che ci raccontano la lunga storia familiare e le accoglienti camere che ancora oggi conservano i nomi degli antichi proprietari; le terrazze affacciantesi sui giardini e al di sopra delle verande che ospitano i tavoli del ristorante.

    Dopo la seconda visita, comincio a capire, solo parzialmente, la complessità delle attività che si svolgono dentro un centro multiculturale e di trasformazione dei prodotti compresi in una fattoria come questa.

    Ho deciso quindi di ritornare a settembre del 2018, durante la vendemmia, per trovarmi all’interno di questo affascinante momento e per potere assistere ad alcune fasi delle complesse operazioni richieste dalla trasformazione dell’uva in vino. Questa volta abbiamo visitato la cantina durante le operazioni di “rimontaggiodel vino all’interno di ciascuna delle botti contenenti il mosto ottenuto dalla “sgrappolatura”, consistente nella separazione degli acini dal raspo di ciascun grappolo.

    Durante il distacco, gli acini vengono compressi e aspirati attraverso una pompa collegata a un tubo che introduce il prodotto direttamente nella botte.

    Il rimontaggio è svolto 15 giorni dopo la raccolta per ossigenare il mosto e aiutare la fermentazione che ha bisogno di ossigeno per trasformare lo zucchero in alcool. Per fare questo lavoro, si collega un filtro ad una valvola che si trova alla base della botte e attraverso questo raccordo si può controllare la fuoriuscita del mosto. Quando si apre la valvola, il mosto esce e fluisce attraverso il filtro che ha la funzione di trattenere le vinacce. Allo stesso tempo si usa una pompa che spinge il liquido attraverso un tubo collegato alla parte superiore della botte generando un flusso a circolo chiuso e permettendo così l’ossigenazione del liquido: scopo principale del “rimontaggio”.

    Il mosto contenuto nelle botti è formato dalle uve Merlot Cabernet, Sauvignon e Sangiovese utilizzate per la produzione del famoso vino rosso della Parrina “ Muraccio” D.O.C.

    Dopo, le vinacce che si sono depositate sul fondo e che si auto-comprimono per riduzione della pressione attraverso il pompaggio del mosto, risalgono in superficie e vi rimangono allo scopo di contribuire al completamento della fermentazione alcolica, rilasciando i polifenoli che sono dei formidabili antiossidanti.

    Successivamente le vinacce vengono torchiate dando come risultato finale il “torchiato” che viene usato nella distillazione per la produzione della grappa. Invece, la parte liquida che risulta dalla torchiatura viene rimessa nella botte. Questo liquido arricchisce ancora una volta il mosto di polifenoli.

    Alla fine del lavoro, siamo stati invitati a degustare il novello Vermentino e il rosso che poi ci darà il Muraccio.

    Il responsabile della raccolta delle uve ci ha accompagnato tra i filari del Sangiovese per osservare e fotografare le viti ancora cariche dei grappoli neri. I vigneti formavano innumerevoli filari che finivano alla base delle colline ricoperte dalla fitta macchia mediterranea.

    Il giorno dopo avremmo dovuto assistere alla raccolta del Sangiovese, ma la sera è piovuto e la raccolta è stata rimandata. Le uve devono essere asciutte quando si fa la raccolta perché se gli acini contengono l’acqua della pioggia, la produzione del vino ne risente. Per fare una buona produzione, le uve hanno anche bisogno di molto sole il giorno per maturarsi e di notti fresche che fanno rallentare il processo della maturazione e permettono all’uva di riposarsi.

    L’azienda è costituita da 450 ettari di macchia mediterranea e 250 ettari di terreno coltivato.

    Sono 56 gli ettari coltivati a vite.

    Abbiamo anche visitato il negozio che espone molta altra frutta e le verdure coltivate biologicamente nel restante terreno irriguo dell’azienda.

    Abbiamo concluso la serata in Parrina degustando i vini e i piatti tipici della casa nella grande veranda coperta di fronte al giardino del casale padronale, tutti insieme, studenti e insegnanti della scuola di lingua italiana Terramare. Era un grande piacere stare a mangiare tutti insieme sotto il tetto di una veranda ottocentesca, mentre sul cielo dello splendido giardino sul quale guardavamo si accendevano le luci di lampi che preannunciavano un imminente temporale estivo…tutti gli elementi contribuivano a ricomporre l’atmosfera autentica di una serata campestre di tanti anni fa.

  • Azienda agricola – Agriturismo Monte Argentario

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    Abbiamo visitato l’azienda agricola Monte Argentario dove Marco gestisce l’agricoltura, mentre i fratelli Mara e Maurizio gestiscono l’agriturismo.

    Su circa 30 ettari di superficie coltivabile, diversi sono gli appezzamenti destinati alla coltura della vite:

    Si coltivano le uve bianche: Vermentino e Ansonaca e l’uva rossa: Sangiovese.

    Inframmezzati ai vigneti dai lunghi, interminabili filari di uve bianche e di Sangiovese, ecco i filari di olivi o appezzamenti di terra destinati alla coltura dell’oliva che interrompono il mare dei pampini disegnando stupende geometrie di colore verde argentato. Sono oliveti che complessivamente accolgono circa un migliaio di piante del tipo “Leccino”.

    Siamo arrivati durante la vendemmia del vermentino. Mentre stavamo camminando verso i vitigni, Marco, e due operai stavano vendemmiando: Marco guidava il trattore, mentre gli operai, in piedi sul carrello, controllavano che i grappoli straripanti dalle casse riempite dai raccoglitori, non saltassero fuori.

    Quando siamo arrivati ai vitigni siamo entrati tra due filari dove qualche operaio stava raccogliendo con grande attenzione tutti gli acini caduti per terra durante il taglio del grappolo del vermentino.

    Prima si taglia il tralcio della vite con le forbici, poi lo si libera dai grappoli che vanno a finire in una cassa Quando la cassa è piena si continua con le altre casse che una volta riempite, via via si depositano lungo i filari già privati dei loro frutti.

    Quando Marco torna con il trattore, i tagliatori cominciano a spogliare un altro filare dei suoi grappoli maturi. Intanto, Marco guida lentissimo tra i filari mentre altri operai sollevano le casse sul carrello e le posano in fila, una accanto all’altra così piene dei loro grappoli succosi e lucidi. Quando il trattore ha fatto il suo carico si dirige verso la cantina, sul piazzale di fronte alla cantina, di lato all’antico casale oggi adibito a struttura agrituristica.

    Qui si scarica l’uva che passa dalle casse alla sgrappolatrice. La sgrappolatrice stacca gli acini ingoiandoli e risucchiandoli dentro le grandi botti dove avrà subito inizio la fermentazione. E così, le giornate della vendemmia sono ritmate dal sordo e lento rumore del trattore che trasporta le casse e gli uomini, dalla vigna alla sgrappolatrice, per tutto il giorno e ancora per altri giorni, fino a quando tutti i grappoli saranno trasformati in mosto.

    Una pompa risucchia il mosto dalla sgrappolatrice per trasportarlo all’interno delle botti dove permarrà per il numero dei giorni necessari al compimento delle successive fasi di trasformazione del mosto – 3 o 4 giorni – dipende dal tipo dell’uva. Durante questo tempo, le vinacce, galleggiando sopra la parte liquida accelereranno il processo di fermentazione che continuerà fino a che non si renderà necessaria la svinatura.

    Dal portello sistemato alla base, in corrispondenza del fondo della botte, sarà fatto uscire il mosto che verrà pompato e rimontato attraverso dal tappo posto alla sommità della botte, mentre le vinacce saranno torchiate.

    Quando la raccolta del Vermentino sarà conclusa, si passerà alla raccolta del Sangiovese.

    Le piante di vite sono sempre produttive, a partire dal quinto anno dall’impianto e via via diventeranno sempre più produttive fino a raggiungere il massimo della qualità tra l’ottavo e fino anche al 20esimo anno di età, ma ci sono vigne che sono altrettanto produttive anche dopo questo periodo e che, anzi, invecchiando producono sempre di più.

    Gli ulivi piantati all’interno delle vigne e lungo i lati creano sicuramente una protezione ed una serie di vantaggi alle viti.

    Questo terreno ricco di arenaria e ciottoloso rappresenta un suolo molto adatto allo sviluppo di questi vitigni perché garantisce un apporto nutritivo adeguato ed il necessario drenaggio idrico nei periodi

    di maggiore piovosità. Inoltre qui, lungo la fascia territoriale posta tra i versanti dei primi rilievi collinari dell’Argentario, i bordi della laguna e la costa tirrenica, il clima è perfetto per un sano sviluppo della vite. Infatti, se da un lato è particolarmente protetta dai venti, perché a sud ovest è circondata dalle piccole colline boscate, dall’altro gode delle brezze marine provenienti da nord est che assicurano l’escursione termica necessaria ad una equilibrata maturazione dell’uva.

  • La Parrina – Antica fattoria

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    La Tenuta la Parrina è stata fondata nel 1830 dal banchiere fiorentino Michele Giuntini quando una grande parte della Maremma era palude e la malaria era una delle principali cause di morte tra la gente. I diritti dei lavoratori erano zero e tutte le aziende agricole praticavano l’appoderamento e la mezzadria.

    Questa situazione permaneva così fino al 1950, quando la riforma agraria ha determinato la svolta dell’antico assetto agrario della Maremma.. Lo Stato aveva espropriato i due terzi della proprietà della tenuta dei Giuntini per assegnarla ai mezzadri che diventavano così proprietari di un lotto di terreno e la proprietà dei Giuntini si riduceva così da 1800 ettari a 600 ettari.

    Dopo 185 anni circa, la Parrina è diventata una grande azienda agricola con una vasta produzione pluriculturale. Quindi, la nosta visita svolta nel mese di novembre ci consente di dare solo uno spaccato. Sarebbero necessarie ulteriori visite durante le diverse stagioni di coltivazione e raccolta dei prodotti per poter realizzare una relazione abbastanza completa.

    La nostra guida Massimiliano ci ha mostrato la cantina dove c’erano grandi contenitori di acciaio e di calcestruzzo. Poi siamo entrati dove c’erano tante botti di legno, le cosidette barrique di quercia che hanno una capacità di 225 litri, costruite con il rovere dalla Slovenia. Il vino viene stoccato così per poter assimilare i vari gusti del legno.

    Nella cantina abbiamo visitato i diversi angoli allestiti per l’esposizione dei vini della Parrina:

    • il pregiato vino rosso D.O.C. «Muraccio», cosiddetto perchè nei vigneti che producono l’uvaggio (Sangiovese 80%; Cabernet Sauvignon 10%; Merlot 10%) sono state ritrovate le rovine murarie di una villa romana risalente al periodo tra il I sec. a.C. e il II sec. d.C. Dai ritrovamenti di numerosi frammenti di anfore contenenti il marchio delle famiglie romane che esportavano il vino in quei secoli, da queste stesse colline maremmane fin nelle varie regioni del nord Europa, risulta che in questo territorio si estendevano le coltivazioni della vite già 2.000 anni fa. Secondo Massimilano, il vino che si produceva in quel periodo pur producendo lo stesso effetto di inebriatezza in chi lo beveva non era della stessa qualità dei nostri vini perchè era arricchito con aromi e profumi che lo rendevano sicuramente non così gradevole al palato come quello dei nostri giorni.

    • Il Parrina Sangiovese D.O.C. (100% Sangiovese);

    • Il Parrina Merlot Radaia IGT (Uvaggio Merlot 100%);

    • diversi vini bianchi come il ”Poggio della Fata” IGT,(60% (Sauvignon Blanc e 40% Vermentino; il Vermentino della Parrina e l’Ansonica della Costa dell’Argentario, e tutti sono DOP o IGT, ma non sono biologici. Comunque, quest’azienda pratica l’agricoltura integrata, cioè un sistema agricolo di produzione a basso impatto ambientale, in quanto prevede l’uso coordinato e razionale di tutti i fattori della produzione allo scopo di ridurre al minimo il ricorso a mezzi tecnici che hanno un impatto sull’ambiente o sulla salute dei consumatori.

    Naturalmente abbiamo visitato anche lo spaccio aziendale dove sono esposti tutti i prodotti finiti dell’azienda: dai formaggi pecorini freschi, semistagionati e stagionati all’erborinato di pecora; dai caprini ai vaccini e dalle ricotte fresche agli yogurth; vari tipi di pasta e di pane; mousse e marmellate; vini e aceto; dolci e infine persino i cosmetici estratti dalle piante coltivate nella stessa azienda. All’inizio della visita ci è stata servita una degustazione di vini in combinazione con i diversi tipi di formaggi : un’ esperienza deliziosa! Contemporaneamente, la nostra guida Massimiliano, descriveva i prodotti parlandoci dell’uvaggio rispetto ai vini e dei processi di trasformazione dei vari tipi di formaggio. Dopodiché abbiamo fatto una degustazione di olio d’oliva con il pane, prodotti entrambi in azienda.

    Inoltre, c’erano tanti altri tipi di cibi e bevande come la farina, lo yogurt, la grappa, la carne, il miele, conserve, creme e nettare di pesca.

    Per completare il nostro giro abbiamo fatto una visita agli animali della fattoria

    Un pollaio dove c’erano diverse specie di galline: razza Ancona, gallina Millefiori di Lonigo, ecc. Continuando, siamo arrivati a un laghetto dove c’erano vari tipi di oche.

    Dopo aver passato alcuni campi coperti da alberi da frutta e alcuni vigneti, siamo arrivatii ai recinti dove le mucche, le capre e le pecore erano raccolti in gruppi della stessa razza.

    Alla fine, siamo entrati nella struttura ricettiva e abbiamo visitato il ristorante e il giardino dove l’estate si può cenare sotto dei tigli secolari mentre nel loggiato coperto gli ospiti vengono intrattenuti da band e gruppi che suonano musica classica e altri generi musicali, insomma, nell’angolo dedicato ai concerti.

  • Azienda Vitivinicola Francesco Fiori di Usini

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    Usini è un piccolo paese della provincia di Sassari dove la luminosità e la spazialità si fondono e irradiano in tutte le direzioni investendo le case, i campi e le persone di una energia invisibile, ma palpabile e riscontrabile nella generosità degli abitanti che donano i loro prodotti a piene mani, senza aspettarsi niente in cambio dal visitatore.

    La completezza della loro offerta, la spontaneità e l’intelligenza del loro dono è ineguagliabile, così come è impareggiabile la destrezza con cui eseguono le operazioni necessarie alla nascita, allo sviluppo, al raccolto e alla trasformazione dei frutti della loro terra.

    Questa è la sensazione che si riceve attraverso il contatto con loro; entrando negli ambienti in cui effettuano con le proprie mani le varie fasi della produzione e della trasformazione e ascoltandoli: le loro informazioni sono precise, dettagliate e specifiche, ma allo stesso tempo così chiare e comprensibili anche per noi che ci avviciniamo per la prima volta a queste diversificate realtà produttive.

    Abbiamo visitato la piccola cantina di Francesco Fiori, un giovane produttore di vino che, dopo varie esperienze professionali, in Sardegna e in Piemonte, ha deciso di tornare a casa e di riprendere in mano, coraggiosamente, l’attività che è stata del padre dei nonni e, dei lontanissimi antenati. Infatti, la tradizione della viticoltura in Sardegna affonda le sue radici nella preistoria.

    Nei suoi vigneti Francesco coltiva il Cagnulari, un vitigno autoctono a bacca nera diffuso solo in Sardegna. Infatti, non si hanno notizie precise della presenza di questo vitigno in altre parti del Mediterraneo. Dal Cagnulari si ottiene un vino rosso scuro (o nero) corposo, un I.G.T. (Indicazione Geografica Tipica) dal gusto avvolgente:”Serra Juales”.

    L’altro vitigno coltivato da Francesco è il Vermentino, che potrebbe anche essere considerato come una pianta autoctona, dato che si hanno notizie di una sua diffusione in Sardegna già nel medioevo.

    Il sistema di coltivazione praticato da Francesco si avvicina sempre più al biologico integrale. Le piccole dimensioni del vigneto gli consentono il controllo diretto di tutte le fasi del ciclo produttivo: dalla preparazione del terreno, di natura mista argilloso-calcarea, all’impianto del vitigno porta innesto e al successivo innesto da cui si svilupperà una vite ad alberello.
    Il controllo diretto e l’autogestione del produttore interessano tutte le fasi successive della trasformazione dell’uva.

    Nelle varie fasi di preparazione del terreno è molto importante l’operazione del sovescio: si permette alle erbe spontanee di svilupparsi e di produrre i frutti (soprattutto leguminose e cereali che rilasciano elementi come azoto, potassio, etc.); quando questi giungono a maturazione, il terreno viene rivoltato con appositi attrezzi, e l’erba così sradicata viene lasciata tra le zolle dove decomponendosi rilascia gli elementi di arricchimento del suolo.
    Un’altra operazione di fondamentale importanza, necessaria a garantire il perfetto sviluppo della vite è la “scalzatura”, anche questa effettuata manualmente.

    Nel periodo compreso tra i mesi di gennaio e marzo, i ceppi sono in letargo, cioè non producono gemme, ed è il momento della prima potatura.

    La seconda potatura chiamata “potatura verde” si effettua staccando a mano i germogli in eccesso che spuntano generalmente tra marzo e giugno.
    Il diradamento dei germogli naturalmente incide sulla quantità dell’uva prodotta, ma ne migliora notevolmente la qualità.

    Nella sua cantina , Francesco segue con la stessa precisione e passione cura le singole fasi di trasformazione del prodotto. Qui l’uva passa attraverso la pigiatrice dove gli acini dell’uva vengono schiacciati per farne fuoriuscie il succo. Successivamente, il prodotto verrà travasato in appositi contenitori dove, attraverso il susseguirsi delle varie operazioni di mostatura, sgrongatura e svinatura (operazioni che vengono eseguite ad intervalli di tempo differenti, a secondo il tipo di vino che si dovrà ottenere) sarà sottoposto anche alla decantazione (le impurità precipitano e vengono eliminate attraverso degli appositi filtri). Completati i vari travasi, nel mese di febbraio, il vino bianco può essere imbottigliato e conservato, mentre il vino rosso si potrà imbottigliare solo nel periodo compreso fra il mese di giugno e il mese di agosto. Mentre il vino bianco può essere commercializzato nel momento stesso in cui viene imbottigliato, il vino rosso può essere commercializzato a partire dal mese di dicembre, cioè a 4/5 mesi dall’imbottigliamento.

    Visite alle aziende e redazione degli articoli realizzati in collaborazione con la scuola Terramare.